29 MAR 2009
rubriche

Conversazione settimanale con Marco Pannella

RUBRICA | di Massimo Bordin - RADIO - 17:05 Durata: 1 ora 58 min
Scheda a cura di Enrica Izzo
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Puntata di "Conversazione settimanale con Marco Pannella" di domenica 29 marzo 2009 condotta da Massimo Bordin con gli interventi di Massimo Bordin (direttore di Radio Radicale), Marco Pannella (europarlamentare, Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa), Marco Pannella (parlamentare europeo, Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa).

Sono stati discussi i seguenti argomenti: Politica, Radicali Italiani.

La registrazione video di questa puntata ha una durata di 1 ora e 58 minuti.

La rubrica e' disponibile anche in versione audio.
  • Introduzione di Massimo Bordin

    Massimo Bordin

    direttore di Radio Radicale

    Marco Pannella

    europarlamentare (Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa)

    17:05 Durata: 2 min 8 sec
  • L’articolo sul Secolo d’Italia e l’intervento di Gianfranco Fini al Congresso del PdL

    Marco Pannella

    parlamentare europeo (Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa)

    Vorrei sottolineare anche per quel po' di esperienza di giornali e giornalisti, che in concreto io ho mandato questo articolo, di quasi 6mila battute, mentre tutt'al più se ne potevano attendere 3mila, e invece ieri mattina hanno ricevuto alle sette quando il giornale immaginavo fosse ormai stracolmo, visto la giornata conclusiva. Hanno trovato modo di pubblicarlo interamente e con il massimo rilievo immaginabile in una occasione del genere. Però vorrei subito dire a Flavia Perina, la direttrice, che ha il merito principale da questo punto di vista dell'attenzione del suo giornale alle vicende anche attraverso la non rimozione dell'esistenza dei Radicali, una cosa e, tanto per cambiare, le faccio una critica. La critica è questa: il titolo è questo a pag. 7 del Secolo: "E Pannella dice la sua: in queste scelte un evento politico". Beh dico che qua Pannella per una volta eccede in banalità invece che per stranezze e che il Congresso, compreso l'intervento di Fini, è un evento politico e chiunque lo direbbe. E nella fretta o anche nella volontà di non calcare troppo la mano su un consenso esplicito, devo dire che l'articolo proprio inizia come è stato pubblicato, in questo modo: le scelte che emergono dagli interventi di questi giorni di Gianfranco Fini, costituiscono per me l'evento politico, il solo, di questi tempi italiani. Può essere un'esagerazione ma certo comunque il titolo questa volta non rende giustizia al mio essere eccessivo. Analizzando anche poi le cose un po' più particolari, Fini non ha letto questi suoi interventi, li ha fatti a braccio con qualche appunto, riuscendo a dire, in modo molto efficace e semplice, affermazioni con la consapevolezza di essere a questo Congresso in una posizione minoritaria. Il fatto che uno dei leader prende una posizione del genere, proprio nel Congresso inaugurale e costitutivo, credo sia una cosa da sottolineare. Anche perché una della cose sulle quali ha evocato una condizione minoritaria è espressa alla fine del suo intervento: quando, dulcis in fundo, dice che quella mozione approvata dal Senato, dal Popolo delle Libertà, a suo avviso, è da stato etico e non da stato laico. Quindi ha ammesso chiaramente una cosa a cui gli altri alludono soltanto: una critica specifica su una vicenda parlamentare e legislativa in corso d'opera perché anche dal suo partito c'è l'invito che alla Camera dei Deputati venga corretta questa impostazione suscitando le ire sdegnate di Quagliariello il quale poi dice: 'ma come, io l'ho studiata un anno questa situazione! Qui adesso tutti quanti qualsiasi fesseria'... Confermo invece che questa risoluzione, questa mozione è assolutamente perfetta dal nostro punto di vista. Mentre Fini dice che questa legge è laica ma non è laico, quanto piuttosto da Stato etico, l'atteggiamento di quei giudici che hanno su questo deliberato, come è noto, e che ha visto tre gradi di giustizia tutti consonanti fino alla suprema Corte di Cassazione. La tesi del senatore Quaglariello è di mediazione perché lui difende il testo approvato al Senato e in questo è in mediazione rispetto a chi ha votato contro e chi ha votato a favore. Ma ha votato contro Pera, per esempio, con altre motivazioni che non sono da ultraclericale, anzi sembra quasi un'ufficializzazione della rottura di un rapporto per il quale Quagliariello sembrava uno dei più giovani difensori seguaci di Pera e invece Pera ha ben tenuto a marcare con un voto contrario la dichiarazione che è stato addirittura applaudita da alcuni del Partito Democratico. Mentre invece mi sfugge quelli dai quali si distingue perché gli altri sono ultraclericali... Sta di fatto che questo partito che nasce, nasce con le posizioni di Berlusconi, che per la verità non sono granché impegnative ma sono ultra complete, dichiarazioni nelle quali dalla Rivoluzione liberale di Gobetti alla Religione della libertà di Benedetto Croce poi a De Gasperi ed altri, tutti vengono evocati come gli ispiratori, padri fondatori del partito del Popolo delle libertà. Devo dire seguendo Radio Radicale che questo è stato un Congresso democratico nel senso che si sono espresse delle posizioni effettivamente e un po' scandalosamente inattese: perché altro era conoscere accentrazioni diverse dal presidente della Camera su molte vicende in difesa dello stato di diritto e della democrazia ma questa esplicita rivendicazione di una prospettiva ideale del nostro paese come lui l'ha indicata con bellissime, semplici ed efficacissime frasi. Come quando per esempio, ha insistito nel criticare l'impostazione di quelli e sono molti - si pensi ad Alemanno e molti altri - che tenevano a ricordare la loro identità e la loro storia a conferma che il partito che nasceva doveva rappresentare una crescita della loro identità. Mentre invece Gianfranco Fini, che già con un'espressione che era stata ricordata 14 anni fa nel momento della fondazione di Alleanza Nazionale aveva usato l'espressione 'lasciare la casa del padre' che significa andare a fare un'altra casa e non lasciarla per poi tornare, oggi ha detto in modo molto bello ed efficace che nel fondare questo nuovo partito dobbiamo immaginare quello che sarà il paese tra 10/15 anni e lui su questo è tornato almeno tre volte e dicendo che questo paese fra 10, 15 anni sarà quello nel quale molti italiani saranno figli di genitori non nati italiani, di etnia e di religione diversa e ha insistito nel dire, con un ragionamento molto chiaro ed esaustivo, che il problema che noi abbiamo è che noi dobbiamo considerare i conflitti di identità e di civiltà - lui aveva già risposto in tal senso il giorno precedente quando aveva parlato della ricchezza dell'Europa e della realtà mediterranea - come un patrimonio che deve essere sviluppato, anche se poco prima vi erano state autorevoli conferme della paura 'mamma li turchi' dal nostro sindaco romano. Se questa è l'Italia che avremo, le religioni devono essere elemento di unità, di rispetto attraverso la laicità del nostro paese sicché ciascuno attraverso anche le diversità religiose concorre a creare lo specifico nuovo. Ieri notte Menia ha parlato per circa 25 minuti dolendosi all'inizio e dicendo: Io sono indipendente anche nei confronti del Partito, non vado cercando protezioni, il risultato è che mi fanno parlare solo davanti pochi intimi, sono le 11.30 di sera e non mi fanno parlare nel primo pomeriggio come gli altri, ma sono convinto di farlo lo stesso, non sarà per questo che dico che io non amo le checche... e poi un'altra serie di ragionamenti dove ce n'era uno interessante perché è stata l'unica risposta pertinente, anche se a mio avviso non giustificata, che ho sentito polemica nei confronti di Fini. Menia ha dichiarato: compito del politico, al contrario del sociologo, non è quello di prevedere l'Italia di 15 anni ma se è necessario invece ostacolare quella che il sociologo può vedere per crearne invece una come la si vuole. Vorrei cogliere l'occasione tra l'altro, siccome la presidenza ha mancato di farglielo sapere, che ha parlato 20 minuti perché era tardi e non c'era nessuno ma che solo Fini e Berlusconi hanno parlato 20 minuti nel silenzio perfetto con l'ascolto da parte di Radio Radicale; quindi diciamolo pure a Menia che la radio fino all'ultimo minuto l'ha seguito. La legge sull'immigrazione non porta però le conseguenze che voleva avere... forse però Fini avrà tratto anche da questa esperienza alcune riflessioni. Ha ricordato il problema di mirare all'integrazione completa, ai diritti e doveri comuni anche se siamo noi che dobbiamo assecondare questo senza temere e avere paura come i più virulenti sostenitori di queste tesi fanno evocando terrore e paura, dicevo appunto 'mamma, li turchi!' poco fa Non so quanto resteranno colonnelli di An nel Popolo delle Libertà... In realtà volevo ricordare un'altra cosa e cioè che io avevo posto prima del Congresso una domanda secca di poche righe: è possibile che questo Congresso ignori del tutto che i Radicali ritengono che, così come accaduto per il ventennio fascista, occorre chiudere con il sessantennio post fascista e quindi pongono un problema di regime che deve non più ospitare illusioni di stampo piccolo riformista ma con radicalità riuscire ad immaginare un'alternativa anche di classe dirigente?. E devo dire che da parte di Fini nei suoi due interventi una risposta sembra avercela data dicendo che con la nascita di questo partito, con i contenuti che lui s'immagina e gli dà, non è necessario pensare a un voltare la pagina di regime ma è possibile che in questo sistema si affermino le cose che abbiamo in comune. Lui ha annunciato e subito D'alema, che è uno dei più attenti e chiaroveggenti, lo ha colto. Come Fini propone una nuova Costituzione, un nuovo processo costituente; D'alema ha detto che bisogna coglierla. E' quello che noi proponiamo, che il nostro Stato potenzi e attualizzi la prima parte della nostra Costituzione e per un altro verso passi da uno stato continentale quale conosciamo a uno stato anglosassone sul modello statunitense ed americano. Il nostro amico Cesare Salvi si è espresso a più riprese sul fatto di passare all'uninominale secco a tutti i livelli di elezione. Questo significa più che un passaggio al modello anglosassone un passaggio a quello statunitense. Anche perché lui aveva spiegato che negli Stati Uniti i poteri dell'esecutivo sono quelli del presidente ma la cosa importante è che i parlamenti, sia quelli federali sia quelli degli stati americani che sono nell'esercizio delle loro funzioni di controllo, sono parlamenti fortissimi: con quel presidenzialismo la forza dei parlamenti è anche forza della democrazia. Anche in risposta alla volontà di Berlusconi di ampliare il potere dell'esecutivo, Salvi ha designato il sistema statunitense come esempio di sviluppo del potere presidenziale, a condizione che tutto il sistema porti al prestigio e al legame stretto territorio/popolazione, ma anche eletti ai parlamenti/parlamenti. Questo è in sintesi ciò che noi abbiamo sempre detto, e che sembrava aver convinto Berlusconi il 7 aprile del 1994, quando venne al congresso dei club Pannella all'Ergife e iniziò a portare avanti una nostra fatica fino al 1996, durante il periodo in cui i nostri eletti figuravano nel gruppo parlamentare di Forza Italia e presentarono proposte di riforma costituzionale. Nel 1996 fu firmato, anche da Buttiglione, un documento scritto in cui si diceva che in quelle elezioni avrebbero avuto pari dignità i candidati radicali e i candidati cattolici (dell'UDC); all'ultimo momento non fu rispettata la parola data e noi non ci candidammo con loro, ma stilammo un documento in cui Berlusconi si impegnava a porre in apertura di legislatura, quale che fosse l'esito elettorale, il problema della riforma americana, ma si guardò bene dal farlo. Bordin: Si oppose Tremonti, perché disse che questo modello confliggeva con il modello di federalismo che la Lega voleva proporre. Pannella. Io questo non lo ricordavo, ma per la verità il modello statunitense era diverso da quello sovietico, anche se anche questo era federale. Probabilmente era un pretesto...
    17:07 Durata: 31 min 49 sec
  • l'intervento di Giulio Tremonti e il rischio di un Berlusconi al 90%

    Marco Pannella

    parlamentare europeo (Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa)

    Tremonti ha e perfeziona costantemente una cultura sulla quale appoggia molto la sua identità; negli ultimi due anni, il Dio patria famiglia e le idee coincidenti con le storiche culture antiliberali non solo antiliberiste sono state utilizzate e affermate con molta abilità e molta intelligenza. Oltre non andrei. Rispetto a La Russa o a Gasparri, a chi è impegnato in politica, dispiace meno che ci sia un avversario come Tremonti. Bordin: Alla fine della Fiera di Roma ci vuole proprio tutto il dibattito è sembrato qualcosa di diverso, rispetto al nulla di cui parlò Prodi a proposito di una convention di Assago o al partito di plastica. A parte le regole di democrazia che sono assai discutibili - si muove tutto per cooptazione - il dibattito, come dicevi tu, è stato assai vivo, e anche la partecipazione. Pannella: È chiaro che oggi assistiamo al trionfo di Berlusconi, dovuto al fatto che i buoni a niente si sono rivelati davvero, irrimediabilmente e per il momento, tali. Berlusconi cresce e dilaga da quella parte perché il vuoto in politica non può esistere e lui lo occupa anche lì. La cosa divertente è che nell'intervento di ieri Berlusconi ha detto: L'ultima campagna elettorale ha avuto un significato importante perché per la prima volta non ci sono stati linciaggi o insulti, e noi e il Partito Democratico abbiamo avuto più del 70% su questa posizione.Come lui, per capire quello che succede, d'ora in poi leggerò qualsiasi risultato elettorale facendo la somma dei partiti del monopartitismo di regime. Berlusconi vuole arrivare al 51 %, ma lui stesso allora aveva detto che in fondo come risultato delle elezioni gli interessava quel più del 70 % riportato da tutti e due. Vorrei dirgli un po' affettuosamente: statti accorto, perché se tutto va come pare, cioè con la negazione progressiva dello stato di diritto e della democrazia, con il bipartitismo e il bipolarismo, rischi di trovarti presto verso il 90%. Devo dire che si tratta di una zona di pericolo, perché coloro che sono davvero capaci di tutto anche come alternativa al buonannientismo che c'è dall'altra parte sono radicali negli effetti; anche Mussolini è stato capace di far andare in orario i treni, di non fare ritardo e di evitare gli scioperi, ma a un certo punto non esistevano più né i viaggiatori, che erano morti, né le stazioni, che erano state bombardate. Ritengo che Mussolini in partenza non volesse avere la dittatura, ma desiderasse essere amato come politico democratico e tollerante; l'unico problema era che, come i comunisti, era partitocratico e, come diciamo da decenni, l'articolazione numerica di più partiti anziché di più correnti ci esponeva a dei rischi. Il fascismo rispettava la sua legalità, come legalmente il Gran Consiglio del Fascismo si è riunito e ha mandato via Mussolini. Fu un atto formale: nel momento in cui Bottai ebbe la maggioranza della sfiducia, Mussolini si recò dal re a Villa Savoia e la cosa finì. Quindi voglio dire a Berlusconi di stare attento perché rischia di raggiungere il 90% e di riuscire, senza nemmeno accorgersene o volerlo, a far fuori il soggetto politico Radicale, che non ha vissuto per 55 anni e non è divenuto il più antico dei partiti solo per caso. Le cose durevoli e durature sono quelle che hanno più consistenza. Come ho scritto nel mio articolo di oggi indirizzato a Fini, noi per nostro conto e con la nostra analisi cercheremo di voltare la pagina del sessantennio partitocratico, in modo da lottare per costruire qualcosa di duraturo e di alternativo. Anche se se lo crediamo poco, nel caso in cui ci sbagliassimo e questo si rivelasse effettivamente possibile, non saremmo scontenti se questo avvenisse per vie legali che siano in continuità con questo regime
    17:39 Durata: 8 min 41 sec
  • Il fascio dei poteri forti e la mediazione tra i due partiti

    Marco Pannella

    parlamentare europeo (Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa)

    Bordin: “Siccome tu opportunamente chiami in causa il tema della sopravvivenza del soggetto politico radicale, volevo porti un problema. Tu parli di monopartitismo imperfetto e poi chiami la componente minoritaria i buoni a nulla; il dubbio è che questi siano talmente buoni a nulla che il monopartitismo imperfetto e questo accordo generale salti la mediazione politica. Una serie di operazioni su cui tu hai posto l'accento tramite iniziative nonviolente (la Commissione parlamentare di vigilanza, la spartizione Rai, i giornali e tutti i turnover che si annunciano) non sono gestite dal PD ma direttamente dai poteri forti, come Carlo De Benedetti, da Gironzi, dai Caltagirone, ma il PD non ha voce in capitolo e tutti questi trattano direttamente con Berlusconi. A questo punto, quello che tu chiami il fascio dei poteri si salda, ma rischia di saltare la mediazione politica dell'opposizione politicamente e parlamentarmente intesa. Pannella: Qualcosa che si chiama opposizione deve avere il ruolo dell'opposizione ma in realtà non la sa fare, anche perché è socio con l'altro su tutte le questioni fondamentali dello stato. Non è un caso che fra i primissimi a dire che, a questo punto, è necessario cambiare regime è Cesare Salvi che si presenta con i suoi tradizionali compagni di Rifondazione, con i suoi compagni comunisti, avendo dichiarato che è necessario passare a una riforma dell'uninominale a tutti i livelli elettorali - anche, con una battuta - quello condominiale. Anche se aspetto ancora per sapere le date, sto pensando seriamente di convocare per l'11 o 12 giugno, a risultati elettorali formati, un'Assemblea dei Mille aperta per discutere della ricostituzione della grande Rosa nel Pugno. O altro. Noi facemmo Chianciano per impedire di ritrovarci associati o dissociati a delle elezioni amministrative fatte al fine di difendere immediatamente delle piccole quote di potere, di sopravvivere: l'effetto di Chianciano quest'autunno si è esaurito per la necessità di essere presenti nelle elezioni abruzzesi, ma anche in previsione delle europee e delle elezioni sarde. A chi si è mosso con questo respiro politico non sarà inutile offrire l'occasione di un'Assemblea dei Mille per fare il punto sulla situazione politica e per costruire di nuovo qualcosa di ambizioso e di non ancorato alla, pur comprensibile, difesa del pane politico. Il Pannella non lo vogliamo è la posizione del più prestigioso e bello di loro, Nichi Vendola, e anche di Giordano
    17:47 Durata: 6 min 15 sec
  • Aggregazioni in vista delle europee, l’assenza dei radicali dal PE

    Marco Pannella

    parlamentare europeo (Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa)

    Ho visto gli amici repubblicani. Ho saputo che Nucara, annunciato da Berlusconi, non è salito sul palco tramite una dichiarazione di Luciana Sbarbati che, proprio per questo gesto, sperava in una riunificazione del partito. Noi siamo stati il primo gruppo che in 55 anni, non essendo proprio classe di potere, ha fatto lotte di grande importanza e ha accettato il rischio della non-presenza all'interno delle istituzioni. Nel 2006, ma anche nel 2001 abbiamo scelto la politica per cui - per l'assenza della democrazia e della competizione elettorale - la nostra è stata più una partecipazione di bandiera. Adesso il problema è oggettivo e si è cominciato questi giorni a parlarne nella riunione di direzione dei Radicali Italiani, mentre il 4 e il 5 aprile si riunirà il comitato dei Radicali Italiani, che non è l'unico soggetto ma che deve porsi il problema in quanto tale, con un trascinamento dovuto alla presenza certa nel comitato di compagni (anche dell'Associazione Coscioni) che sono attualmente parlamentari. L'apporto che devo dare è ricordare sommessamente ai presidenti del Parlamento Schifani e Fini che la commissione bicamerale - e per esse Sergio Zavoli - malgrado l'apporto e il consiglio di Marco Beltrandi, non ha ancora votato gli indirizzi di controllo per cui la Corte Costituzionale ha tolto i poteri al governo in termini di controllo dell'informazione e li ha conferiti al Parlamento tramite la Commissione di Vigilanza. Quando Fini parla a difesa della legalità, quando si prende atto dell'impressionante analisi di Saviano su Repubblica e in televisione, quando ci si rende conto di quanto la criminalità internazionale finanziaria sia totalmente inquinata dalla criminalità frutto del proibizionismo, viene da chiedersi: la criminalità comune, i comportamenti criminali di ciascuno di noi per un motivo o per l'altro, riceve l'esempio dalla classe dirigente o è la classe dirigente che non riesce efficacemente a combattere questo potere alternativo al proprio? I Presidenti delle Camere e il Presidente della Repubblica prendono atto con cinica nonchalance del fatto che, per mancato rispetto della legalità da parte del Parlamento, in Italia sono abolite le Tribune Politiche, gli accessi delle minoranze sociali e religiose, le istituzioni del gioco democratico. È il Parlamento che deve dettare alle autorità garanti gli indirizzi e i controlli dell'informazione; in termini tecnici si tratta di delinquenti abituali, di problemi che abbiamo combattuto nei decenni precedenti e che sembravano essere superati. Fini lo sa e lo soffre, ha tentato di trovare soluzioni, a differenza di Schifani e del Presidente della Repubblica, forse armati di diversa saggezza. Intorno al 2 maggio ci sono le elezioni in Trentino Alto Adige, e la Commissione di Vigilanza è già in ritardo di due e o tre settimane per dare le regole di una campagna che è già iniziata. Chi se ne frega! Sono fisime.. tutto diventa fisima. Ricordo che in vent'anni Mussolini è passato da essere leader socialista e massimalista a dover decidere, otto anni dopo, se far uccidere i fratelli Rosselli, Pietro Nenni e altri compagni socialisti, fino a dover ammazzare - circa quindici anni dopo - addirittura il genero. Sono tragedie quasi shakespeariane, che si concludono con la scelta di costituire la Repubblica di Salò, sociale, repubblicana e socialista, dove alla fine muore lui stesso, insieme al fondatore del Partito Comunista Bombacci e ad altri leader. Dico a Silvio Berlusconi - come in passato ho fatto con il dittatore cambogiano Hun Sen - di stare attento, perché ho sentito di alcune cose in cui sta perdendo il senso della misura; a questo proposito, Dario Franceschini ha ragione e fa un'affermazione da stato di diritto, ineccepibilmente democratica, quando ammonisce rispetto alla possibilità che Berlusconi si presenti come capolista alle elezioni del Parlamento Europeo. Sono spaventato per noi come per lui perché, come ho già detto, coloro che sono capaci davvero di tutto fanno in primis la loro tragedia ma quella anche degli altri. Sembra che nessuno sappia avvisarlo bene; al congresso del partito tutti i parlamentari sono stati applauditi quando hanno detto di non voler essere innominati, poi lui li ha svalutati e ha detto che tanto vale avere solo i capigruppo, anche se poi ha smentito. Le affermazioni dei portavoce in televisione, in questo senso, sono spudorate. Sottolineo questi fatti al Presidente della Camera, proprio per la sua cultura diversa da quelle comuniste e democristiane, che sono sopravvissute male, in modo più mediocre; Fini ha e difende delle idee, che siano da combattere o meno. Oggi non si dà dignità di dibattito e di informazione al fatto che il Presidente del Consiglio chiede voti e capitana le sue liste dappertutto, al fatto che dopo 48 ore dovrebbe dimettersi per far subentrare altri, che fa lo stesso con i suoi ministri e magari con gli esponenti parlamentari che verranno eletti. Se decidessero di rimanere in Italia, chi subentrerà al Parlamento Europeo? Queste sono cose che fanno paura e su cui, al di là delle sue funzioni parlamentari, Fini dovrà preoccuparsi di non essere in minoranza. Cose da regime, da basso impero, pur essendo ad oggi vincenti. L'elettore vive qui ed oggi: se vede in televisione figure rispettabili come il Presidente della Repubblica o del Consiglio, che magari lui stesso ha votato, gli intellettuali e gli ospiti dei salotti di Vespa, non è libero. Esiste il bombardamento. È questo il regime, quello in cui si vota; nelle dittature si vota di più ed è obbligatorio; da noi è un diritto, mentre nelle dittature non votare comporta l'arresto o altri tipi di guai. Bordin. Questo ci porta direttamente al tema dell'informazione e a quello della sopravvivenza del Partito Radicale. Anche qui nella direzione ne avete parlato a lungo: il passaggio elettorale europeo potrebbe portare, per la prima volta dopo trent'anni, all'assenza totale dei Radicali dal Parlamento Europeo. Pannella: Noi siamo stati assenti già altre volte, non dal Parlamento Europeo ma da altri organismi parlamentari, a volte anche per scelta. Già allora la lotta partigiana contro il regime, per difendere creare o conquistare spazi di democrazia, poteva esigere delle condizioni di estrema difficoltà: non scegliere queste condizioni significa arrendersi. Siamo stati in due - direi uno e mezzo, perché io ero meno impegnato su quel fronte - al Parlamento europeo, insieme a Marco Cappato, e abbiamo avuto successi straordinari che nessun grande gruppo ha avuto. Le iniziative e le commissioni continuano: martedì abbiamo un'audizione dei tibetani dalla Commissione Esteri del Parlamento Europeo, e abbiamo invitato anche cinesi, nel quadro dell'iniziativa del Grande Satyagraha, che vuole verificare la verità dei negoziati e delle posizioni altrui. In appuntamenti di questo tipo si riesce a ottenere quello che spesso i gruppi fra di loro non riescono a ottenere.È possibile che questo regime viva più a lungo del soggetto organizzato Partito Radicale, ma ci si può chiedere se le condizioni della vita di questo questo soggetto non offrano alla violenza forza maggiore. Lo sanno gli israeliani che stanno raffinando la loro capacità di uccidere il numero uno, due, tre... Bordin: Ma si stanno accorgendo che dopo il numero uno c'è sempre un numero due, che magari è anche peggiore del precedente. C'è anche chi glielo ha scritto, dopo un ennesimo colpo che avevano fatto... Pannella: Non so se sono più capaci di leggere quello che gli si scrive, non hanno letto neanche noi
    17:54 Durata: 22 min 10 sec
  • L’antifascismo dei radicali

    Marco Pannella

    parlamentare europeo (Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa)

    Ho sentito da Radio radicale Liberman di due anni fa e trovo che sia stata una bella intervista. E' maturata in questi due anni perché oggi ascoltandola si può meglio comprendere come mai sia possibile che il Le Pen, il quasi fascista, vede oggi il Barack accettare di fare il governo con lui. Liberman non era un pericolo per Shinui. I fascisti o i pretesi tali, aggrediti in condizioni ingiuste dal fascismo degli antifascisti hanno sempre trovato noi perché questo era il nostro modo di dimostrare di essere antifascisti e anche qui ricordo i decreti Cossiga, una sinistra storica e ufficiale, e lo ricorda questo articolo, che ha imposto l'unità nazionale come unità di provvedimenti fascisti distruttori, come quelli non ha l'autorevolezza morale per difendere dai pericoli berlusconiani di altri decreti Cossiga. In una situazione impunemente più deteriorata perché non è che questa sinistra è stata una sinistra illiberale e antiliberale o stupida, politicamente parlando, e poi si pretende che la gente li segua. L'autorevolezza di uno che ha visto che i suoi leader comunisti hanno difeso la legge reale, i decreti Cossiga, l'unità nazionale, le sporcizie la corruzione a tutti i livelli e di chi grida che stanno facendo peggio di noi ovviamente non ce l'ha. La cosa riguarda loro ma indebolisce comunque la battaglia e il proseguimento dell'antifascismo liberale nei confronti anche del rischio grave che c'è nel proseguire questa caduta della democrazia e dello stato di diritto che a questo punto va sotto con la forza di gravità. Berlusconi si trova in un'autostrada che va su un piano inclinato a scendere; grazie a tutti i precedenti del partito comunista italiano e dell'unità nazionale italiana li ha, li ripete e li allarga col rischio che alla fine del percorso, non riuscendo a contrastare e frenare la forza di gravità, andrà a scontrarsi con una tragedia per tutto il paese. La campagna democratica anti Berlusconi non ha l'autorevolezza. Noi siamo stati gli unici che da liberali attenti negli anni nei quali Berlusconi non aveva conquistato il potere e non era onnipotente (richiamo ancora il libro Il baratto di Michele De Lucia)" [...] "Abbiamo avuto i successi come quando venne a firmare in piazza San Babila le nostre richieste referendarie mentre lui era ancora il leader di una maggioranza parlamentare. E adesso questi vengono rimproverati da Berlusconi perché si mettono a litigare"
    18:16 Durata: 8 min 22 sec
  • L’accusa di essere berlusconiani

    Marco Pannella

    parlamentare europeo (Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa)

    Bordin: Nella cronologia che facevi si possono vedere due passaggi precedenti e cioè alla fine del 93 quando Berlusconi scende in campo dicendo che tra Rutelli e Fini lui avrebbe votato quest'ultimo; in quella fase i radicali erano alleati col centro sinistra e quando si arriva alle elezioni i radicali chiesero di vedersi col centrosinistra; questa invece gli rispose negativamente perché con i radicali non voleva avere rapporti. Ma non erano i radicali berlusconiani anzi, quindi lì la scelta fu un'altra, fu Leoluca Orlando contro i radicali.. Pannella: A quell'epoca Fini era segretario del MSI e Rutelli era radicale, o meglio, candidato radicale appoggiato dalle sinistre. E io dissi a Berlusconi di non essere d'accordo che anzi fosse un errore. Con all'orizzonte le elezioni politiche io annunciai che noi non avremmo votato dove i candidati fossero stati del MSI. Dobbiamo rendere giustizia al Berlusconi di allora a partire da questo dissenso e presi l'iniziativa di chiamare Segni, Martinazzoli, Amato e dissi che dal Lazio in giù dovevamo presentare delle liste contro il pericolo dell'affermzione di quella coalizione. Questi ci dissero di no e, malgrado questa nostra posizione e malgrado io annunciassi che mi sarei candidato a Roma contro Fini e ovviamente contro Berlusconi, in quelle elezioni noi presentammo dappertutto candidati radicali. Si parlò con Berlusconi e ci disse di capire tant'è che disse che Pannella poteva essere un ottimo ministro degli Esteri tra l'altro quando lo seppi gli telefonai dicendo che mi vedevo meglio come Presidente della Repubblica vista l'età. A quel punto Berlusconi annunciò che in 8 collegi, quasi tutti del Nord che corrispondevano a luoghi dove i candidati erano di Forza Italia, non avrebbe espresso candidati ma avrebbe dato indicazioni per votare candidati radicali. Quel Berlusconi fece questo perché aveva ammirazione nei nostri confronti; ci disse se volevamo far parte di Forza Italia con tutta l'autonomia che volevamo. Col leader radicale che si candidava contro di loro, con l'invito che avevamo fatto di non votare dal Lazio in giù, Berlusconi fa eleggere i radicali, Emma fra gli altri, ma da quel momento noi facemmo tre Congressi hanno raccontato dei nostri rapporti con Berlusconi. Allora lui non era il pre-potente... quando perse e andò al governo il centro sinistra, allora lui è divenuto, col conflitto di interessi che comunque si portava dietro, l'uomo più ricco di Italia e d'Europa
    18:24 Durata: 16 min 1 sec
  • Le accuse di Gheddafi alla Corte Penale internazionale e le responsabilità nella guerra in Iraq

    Marco Pannella

    parlamentare europeo (Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa)

    E' poi successa un'altra cosa molto grave. Ho visto 5 agenzie con la notizia che Gheddafi, dalla riunione africana in cui si trovava, accusava la Corte Penale Internazionale di terrorismo. Dinnanzi a questo io ho una nota di Matteo Mecacci e vorrei rendere noto che l'Italia fu il quarto paese a ratificare nel 1999 lo Statuto di Roma su un'iniziativa ufficialmente di un governo e di un'organizzazione (Non c'è pace senza giustizia). Il nostro governo ad oggi non ha ancora approvato la legislazione interna necessaria per consentire alla Corte penale internazionale di poter operare anche in Italia e di collaborare con le nostre autorità giudiziarie. Se ad esempio il presidente del Sudan, Al-Bashir, transitasse nel nostro Paese non potrebbe essere arrestato. Il 4 febbraio 2009 per iniziativa radicale e di Matteo Mecacci, una riunione della Commissione giustizia della Camera con Rita Bernardini presente ha approvato all'unanimità una risoluzione (per l'appunto Bernerdini-Mecacci) con la quale veniva impegnato il Governo a presentare al Parlamento con la massima urgenza il disegno di legge per l'implementazione dello statuto di Roma e il conseguente adeguamento interno del nostro ordinamento. Il sottosegretario alla Giustizia, e quindi il Governo, era d'accordo ed espresse parere favorevole (erano Mario Elisabetta e Alberto Casellati) affermando: La presentazione del disegno di legge per l'attuazione dello Statuto della Corte Penale Internazionale rientra tra gli interventi che saranno al più presto calendarizzati nelle prossime riunioni del Consiglio dei Ministri dei mesi di febbraio o marzo. Ad oggi questo non è ancora accaduto; c'erano stati impegni anche al Senato e in Commissione esteri su questa storia della Libia, abbiamo fatto manifestazioni pubbliche a Montecitorio e anche all'estero, ma noi ora chiediamo che questo disegno di legge venga immediatamente approvato anche se il Consiglio dei Ministri non l'ha nemmeno calendarizzato. Ritengo che se non usiamo un'iniziativa nonviolenta questa cosa si trascinerà oltre le elezioni. Questo fatto è grave anche dinnanzi al fatto che l'Unione Africana con Gheddafi presidente divenne lo strumento prezioso per consentire l'inizio della guerra per la liberazione dell'Iraq e già allora c'erano stati contatti tra il governo italiano e Gheddafi. A questo punto ritengo che sia un'enorme gravità. Andremo a Bruxelles e porremo il problema anche lì: se l'Italia è un alleato dei crimini e delle posizioni terroristiche di Gheddafi o se riusciamo ad avere una linea diversa. Fini è un ex ministro degli Esteri, potrà apprezzare o meno, ma tra i nostri appuntamenti c'è anche questo
    18:40 Durata: 9 min 28 sec
  • I rapporti con il partito democratico la richiesta di incontro a Franceschini e Berlusconi

    Marco Pannella

    parlamentare europeo (Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa)

    Bisogna decidere per le elezioni. Ritengo che la questione sarà affrontata il 4 e il 5 al Comitato. L'atteggiamento del Partito Democratico, di Claudio Fava e Nichi Vendola cioè quindi di Sinistra e Libertà, è quello per cui sembrano uniti nel dire che se i Radicali vanno soli o fanno accordi con altri è un problema dei radicali. Noi non abbiamo ancora deciso anche se è fondamentale conoscere quello che succede e che fanno gli altri. In coincidenza con la mia dichiarazione su Fini, la mattina dopo o la seguente, Franceschini ha bloccato la Bernardini a Montecitorio chiedendo di parlare delle nostre intenzioni. Poi credo che qualche giorno fa siano state anche mandate un paio di righe a Franceschini dicendo che noi aspettavamo un loro segno. Nel frattempo pare che ci siamo state anche le dichiarazioni di Goffredo Bettini che negava Pannella... Sta di fatto che siamo alla nuova settimana e non si è deciso niente e non ci chiedono nulla. Ci sono poi diverse cose anche a Bruxelles, alla Camera ci sono lavori importanti e sarà una settimana molto densa di appuntamenti ma mi pare che la questione che si sviluppa sempre di più è quella libica che intendo portare avanti con durezza e ne chiederò l'urgenza a Berlusconi. L’anagrafe pubblica degli eletti e le iniziative dell’IdV. Grazie a Maurizio Bolognetti che ce l'ha segnalato, abbiamo scoperto che il gruppo senatoriale di Di Pietro (Italia dei valori) ha depositato un documento parlamentare su questo discorso. In realtà hanno presentato un nostro testo che è in corso di elaborazione e che noi non avevamo depositato proprio perché in formazione. Comunque quello loro non è un granché e non è precisamnte sovrapponibile a quello che presenteremo noi. Insomma hanno copiato in fretta e male... L’intervista a Liberman e il cambio di regime anche in Israele. La settimana scorsa dissi che è incredibile che a questo punto lascino fare solo Netanyahu con Liberman e poi dissi che non capivo Barack cose volesse fare. Proprio l'indomani abbiamo visto che sette dei suoi 13 parlamentari rischiavano di lasciarlo perchè lui aveva dichiarato di voler andare al governo. Ho visto però pochi toni scandalizzati su questa questione e io continuo a dire che a Gerusalemme occorre voltare pagina, va liberato il popolo da quel regime dove la classe politica continua a disprezzare quella che è la scelta di fondo di quella gente, ovvero l'Europa. Sono convinto che a Roma come a Gerusalemme occorre un cambiamento perché sono regimi pericolosi a sé e agli altri
    18:50 Durata: 13 min 40 sec