20 OTT 2009
intervista

Rottamazione auto o rottamazione dei negozi: intervista a Stefano Beraldo sulla necessità di nuove misure per le imprese

INTERVISTA | di Emiliano Silvestri - Mestre - 10:42 Durata: 19 min 20 sec
A cura di Fabio Arena
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"Rottamazione auto o rottamazione dei negozi: intervista a Stefano Beraldo sulla necessità di nuove misure per le imprese" realizzata da Emiliano Silvestri con Stefano Beraldo (amministratore delegato Gruppo Coin).

L'intervista è stata registrata martedì 20 ottobre 2009 alle ore 10:42.

Nel corso dell'intervista sono stati trattati i seguenti temi: Abbigliamento, Ammortizzatori Sociali, Angeletti, Auto, Banca Centrale Europea, Consumatori, Consumi, Costi, Crisi, Economia, Esportazione, Famiglia, Fisco, Imprenditori, Impresa, Investimenti, Italia, Mutui, Occupazione, Politica, Risparmio,
Sviluppo Italia, Tasse, Tessile, Tremonti.

La registrazione audio ha una durata di 19 minuti.

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  • Stefano Beraldo

    amministratore delegato Gruppo Coin

    Coin Spa: un gruppo presente in Italia da molti anni, che dà lavoro a 7.000 persone e che rappresenta il più grande produttore e distributore italiano di abbigliamento operante in Italia. 150 milioni di capi prodotti e venduti ogni anno, principalmente nel nostro Paese: una quota del 3,5% che la colloca al primo posto nel mercato dell'abbigliamento; un'azienda in crescita da tre anni con investimenti, in Italia negli ultimi tre anni e mezzo, per 280 milioni di €, l'apertura di oltre 150 negozi e un saldo netto tra nuovi e vecchi occupati di circa mille addetti. (L'acquisto di Mela verde: un esempio significativo). Sono in disaccordo con le prospettate nuove misure di sostegno per il settore auto. Un senso di smarrimento per una proposta finalizzata a sostenere un settore che soffre di eccesso di capacità produttiva, come dichiara oggi la BCE, sconfessando queste misure a livello europeo. Si tratta di misure che non solo hanno un discutibile effetto sulla struttura e sulla previsione di incremento dello sviluppo e dell'occupazione del nostro Paese ma creano un'oggettiva distorsione del mercato che rappresenta un danno diretto per imprese concorrenti con quella dell'auto. La minaccia di sciopero fiscale è stata una provocazione per cercare di attirare l'attenzione di imprenditori e uomini politici. Appurato che non sono il solo a pensarla così, si tratta di un tema che è necessario affrontare in modo diverso. Il settore tessile e abbigliamento ha perso 26.000 addetti negli ultimi dodici mesi. Frammentati in centinaia di imprese esercitiamo una minor capacità di pressione non potendo minacciare di chiudere un unico, grande, stabilimento; abbiamo perciò una capacità di ascolto ridotta. 26.000 addetti di centinaia di aziende non sono tuttavia diversi da 26.000 addetti tutti ubicati in un solo stabilimento italiano. Rivendico, per il tessile-abbigliamento, una vocazione all'export e all'internazionalizzazione non inferiore, probabilmente superiore, a quello dell'auto; rivendico anche la presenza di un numero di occupati in Italia molto maggiore di quello dell'auto. Constato che un aiuto al settore dell'auto rappresenta minacce e soluzioni deboli. Quella misura di sostegno già provoca il fortissimo imbarazzo delle PMI artigiane legate all'auto, che vedono calare per mesi il volume di lavoro. Rischia di essere una manovra a somma zero per lo stesso settore auto, che peraltro ingessa la capacità di reazione del consumatore frenando l'acquisto di prodotti tipici del made in Italy. Guardiamo ad altri settori; rottamiamo i negozi: una misura trasversale che interviene su tutte le imprese che hanno uno sbocco a valle attraverso la distribuzione. Una misura che riguarderebbe diversi settori; la piccola come la grande impresa. L'investimento rimarrebbe in Italia, non beneficerebbe imprese che producono all'estero. Verrebbe favorita l'assunzione di personale italiano e promossa la produzione e la distribuzione di beni prevalentemente italiani. Verrebbe stimolato un indotto a monte, come nell'acquisto della casa, senza limitare il potere di spesa delle famiglie. Occorrerebbe varare misure non solo contingenti ma anche di carattere strutturale; da privilegiare se producono effetti congiunturali. Andrebbe ridotta la differenza tra il costo del lavoro per l'impresa e il netto che il dipendente percepisce in busta paga; i consumi non si possono stimolare se le buste paga restano basse; l'occupazione non può aumentare se sul costo del lavoro italiano gravano oneri contributivi e fiscali che ci qualificano come ultimi tra i Paesi europei. Gli introiti derivanti dallo scudo fiscale siano indirizzati perciò al lavoro (imprese che sanno non licenziare o, addirittura, assumere) e alle famiglie. Continuando a gestire l'impresa e a investire cercherò anche di sensibilizzare, insieme a Federdistribuzione e Sistema moda Italia, l'amministrazione pubblica con la produzione di studi che dimostrino come non si debbano utilizzare le risorse in modo non proficuo e come sia invece necessario aiutare settori che stanno soffrendo molto, come il tessile e abbigliamento che in 10 anni ha perso lo stesso fatturato che ha perso il settore auto. Un settore che ha il doppio degli occupati di quello dell'auto e non ha mai ricevuto un aiuto. E' necessario e fondamentale guardare agli interessi di questo settore, che è italiano e intende restare italiano. E' anche necessario approntare strumenti di sviluppo dei consumi e alla ripresa economica che intervengano su quei fattori di distorsione che rendono altrimenti il nostro sistema impresa strutturalmente sbilanciato e poco competitivo rispetto ai nostri concorrenti europei. Anziché intervenire sugli ammortizzatori sociali ex-post, individuare strumenti che consentano alle imprese che lo possono fare di ridurre la loro propensione a riequilibrarsi in basso: incentivare chi può investire, incentivare chi può mantenere l'occupazione. Il bonus occupazione andava in questo senso: un bonus contributivo, che significa minor gettito contributivo dello Stato per quelle imprese che al termine di un periodo di patto di stabilità non licenzieranno. Più che recuperabile attraverso i contributi che le imprese continuerebbero a versare su quei lavoratori non licenziati, più che recuperabile attraverso le imposte dirette di quei lavoratori che, non essendo licenziati, continuerebbero a pagare le imposte e attraverso i mancati oneri di cassa integrazione guadagni per quei lavoratori espulsi dal mondo del lavoro. Lo sciopero fiscale rimane una provocazione, ho la responsabilità di guidare un'impresa sana che sta investendo molti soldi e assumendo molte persone; sarei improvvido se da una provocazione passassi a qualcosa che non è semplicemente e puramente simbolico. Non mi arrogo neanche il diritto di avere la capacità di influenzare chicchessia e alcunché. Da uomo di impresa che in questi anni ha faticato per portare l'azienda dalla perdita all'utile, rivendico, come ogni cittadino deve fare, il diritto di avere delle idee e di trasferirle a chi le vuole ascoltare.
    10:42 Durata: 19 min 20 sec