05 MAR 2010
intervista

Cuba: scioperi della fame contro il regime

SERVIZIO | di Francesco De Leo - RADIO - 22:15 Durata: 6 min 44 sec
Scheda a cura di Alessio Grazioli
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Sulla lotta dei dissidenti, l'approfondimento di Alessandra Muglia (Corriere della Sera).

Fidel Castro ribatte alle accuse arrivate dagli Stati Uniti e dall'Europa per la morte dopo 85 giorni di sciopero della fame del prigioniero dissidente Orlando Zapata Tamayo, la cui famiglia e l'opposizione ritengono responsabile il governo.

Ma i dissidenti denunciano che un'altra ondata di arresti e fermi, oltre 120, è avvenuta proprio dopo la morte di Zapata Tamayo, tra il 24 e il 25 febbraio.

Tra questi anche la blogger Yoni Sanchez, che è stata «maltrattata» al momento del suo fermo.

La blogger
sarebbe stata trattata «con brutalità».

Nel suo "Generation Y", la donna ha inserito una breve testimonianza in cui parla del 24 febbraio come di una giornata di «detenzioni, colpi e violenze» e di «una cella che puzzava di urina».

In un articolo pubblicato ieri sulla stampa a proposito della visita della scorsa settimana del presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, Fidel Castro ha scritto: «Lula sa da molti anni che nel nostro Paese nessuna persona è stata torturata, mai è stato ordinato l'assassinio di un avversario, mai si è mentito al popolo».

Orlando Zapata Tamayo era un operaio di 42 anni, da sette anni era in carcere ed è morto il 23 febbraio.

Le autorità cubane lo considerano un prigioniero comune e hanno affermato che aveva cominciato lo sciopero della fame perché voleva il telefono e la cucina in cella.

Secondo la famiglia di Zapata il digiuno portato alle estreme conseguenze è stata una protesta contro gli abusi e le violenze subite in carcere.

Il presidente Raul Castro si è detto dispiaciuto della morte di Zapata.

La madre del dissidente ha risposto che non accettava la solidarietà perché, ha affermato, «loro hanno assassinato in maniera premeditata Orlando Zapata.

Mio figlio porta nel corpo i colpi e le torture».

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