16 APR 2011
intervista

Giornate della laicità a Reggio Emilia Franco Cordero, Roberta De Monticelli e Paolo Flores D'Arcais parlano del relativismo.

SERVIZIO | di Emiliano Silvestri - Reggio Emilia - 15:40 Durata: 26 min 36 sec
Scheda a cura di Alessio Grazioli
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Registrazione audio di "Giornate della laicità a Reggio Emilia Franco Cordero, Roberta De Monticelli e Paolo Flores D'Arcais parlano del relativismo.", registrato a Reggio Emilia sabato 16 aprile 2011 alle 15:40.

Sono intervenuti: Franco Cordero (professore), Paolo Flores D'arcais (giornalista), Roberta De Monticelli (professoressa).

Tra gli argomenti discussi: Brogli, Cattolicesimo, Costituzione, Cristianesimo, Democrazia, Diritto, Elezioni, Etica, Filosofia, Formigoni, Integralismo, Italia, Kant, Laicita', Onu, Polemiche, Politica, Regionali 2010, Religione, Schiavitu', Stato, Storia,
Tortura.

La registrazione audio ha una durata di 26 minuti.

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  • Franco Cordero

    professore

    Ordinario di Procedura Penale all'Università La Sapienza di Roma Il mio discorso inaugurale non è riassumibile in poche frasi, non si presta a una ricapitolazione sommaria. Lo spettatore acuto può trovare il testo dell'intervento su Micromega. Relativismo è oggi bestia nera, che viene presentata come perversione causa di tutte le sciagure cadute sulla specie umana. Ho inteso far cadere le maschere e far emergere certi fondali.
    15:40 Durata: 2 min 59 sec
  • Paolo Flores D'arcais

    giornalista

    Direttore della rivista Micromega Fino a che punto possiamo discutere di problemi etici in termini razionali? L'argomento principe a sostegno della democrazia è: ciascuno di noi ha eguale dignità. Se lei la mette in discussione e sottolinea il fatto che siamo diversi e che i migliori hanno diritto di governare sui meno capaci, tesi preponderante nella storia umana. Quando si arriva al disaccordo su questo principio primo, siamo a un dilemma irrisolvibile con la discussione razionale. Pari dignità: quella citata dal cristianesimo non è affatto quella moderna; Cristo poi non riconosce pari dignità ai ricchi. L'idea di pari dignità è idea che matura dall'umanesimo a Kant. È scelta, principio, che si afferma per la prima volta nel secondo dopoguerra. Principio che delimita il perimetro delle discussioni possibili. Si è però trattato di grande operazione di ipocrisia; la maggior parte degli Stati rappresentati all'ONU vìola impunemente e quotidianamente questi stessi principi. Nella pratica oggi abbiamo la tortura e, anche in Italia, lo schiavismo.
    15:43 Durata: 13 min 44 sec
  • Roberta De Monticelli

    professoressa

    Docente di Filosofia della Persona all'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano Lei da una parte si oppone al relativismo etico, dall'altra rifiuta il richiamo a Dio come fondamento dell'ordine sociale. Oggi c'è una polemica gestita da una crociata antirelativista che al "relativismo" oppone una dottrina della verità che discende da Dio; sostanzialmente l'idea che la fonte di tutte le norme in ultima analisi sia il cielo, il divino, l'assoluto, ma quindi in realtà la sua istituzione in terra. Io questa tesi la rigetto radicalmente. Penso che le norme di qualunque tipo, etiche e giuridiche hanno come sola legittimazione o fondazione la coscienza umana e di conseguenza la ricerca sulla verità dei giudizi di valore che sostengono queste norme. Questa ricerca quindi presuppone che anche in campo morale, in campo etico ma quindi anche in campo giuridico eccetera, ci sia un'esperienza e una conoscenza, e quindi suppone la falsità della tesi relativistica. Anche perché lei dice: "Se non è vero che è possibile una fondazione razionale del pensiero pratico, una democrazia costituzionale di diritto risulta indifesa di fronte a quelle che sono degenerazioni di governo della maggioranza". Assolutamente; io sostengo infatti che la democrazia costituzionale di diritto presuppone che esista una ragione pratica, vale a dire che si possa dare un fondamento ragionevole al pensiero pratico che pone queste norme. Perché questo vuol dire precisamente che ci sono alcuni principi che non sono soggetti all'agone politico, che non sono cioè soggetti alla volontà pura e semplice, cioè che non sono soggetti ad essere modificati in ragione della maggioranza; e questo è precisamente il diritto costituzionale. La Costituzione - diciamo così - istituisce lo spazio in cui l'agone politico è possibile ma, naturalmente, se non si riconosce la differenza tra il principio che istituisce questo spazio e lo spazio medesimo, è chiaro che si potrà tranquillamente procedere alla trasformazione di una democrazia di diritto, costituzionale, in un populismo in ultima analisi incostituzionale. Un esempio pratico di questi giorni; Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia, cattolico integralista, afferma che la cosa importante è il fatto che egli abbia avuto, alle scorse elezioni regionali, il 62% dei consensi. Squalifica in qualche modo l'obiezione che dice: "Si, però c'è stata una truffa nel processo elettorale". Questa è precisamente l'applicazione del populismo. Contraria precisamente alle procedure della democrazia. Cosa vuol dire che esistano delle procedure? Vuol dire precisamente che ci sono delle regole da rispettare, che sono quelle che li-mi-ta-no la forza delle maggioranze; e la limitano sulla precisa base della costituzionalità senza la quale, effettivamente, non si distingue più l'agone politico dal puro e semplice rapporto di forza. Quindi, in sostanza, uno nega - diciamo così - la rilevanza dell'illegalità con cui è stato ottenuto un risultato e questa è una via non solo di involuzione autoritaria e populistica del potere ma, se la guardiamo da filosofi (e cioè con uno sguardo un pochino più lungo), qui non c'è nessuna differenza qualitativa dalla brutalità dell'arbitrio. Vale a dire, io nego - diciamo così - la rilevanza di una regola che è la regola sulla quale è impostato il gioco della democrazia e sostengo, falsamente, che questa sia ancora democrazia. Veniamo ai fondamenti, anche costituzionali. Nel dibattito che c'è stato oggi avete citato Kant, l'idea che non si possa fare dell'altro uno strumento ma che ciascuno debba essere vissuto come fine in sé e quindi, che ciascuno abbia pari dignità rispetto a me, a chi parla. Nel dopoguerra, in conseguenza dei massacri delle guerre mondiali, con il processo di Norimberga, si è stabilito un diritto positivo a fondamento del quale c'è un principio simile e cioè che ciascuno abbia dei diritti inviolabili e patrimonio delle democrazie è esattamente questo concetto. E' sufficiente come fondamento razionale? Siccome oggi è stato contestato, addirittura, che questo sia un fondamento razionale, io direi che non so se è sufficiente ma è certamente almeno necessario vale a dire, la circostanza che proprio dopo due guerre, i totalitarismi eccetera, si sia arrivati a questa sorta di consenso universale qualcosa dice; dice cioè che l'esperienza del male che è un'esperienza di conoscenza indubbiamente, ha giocato nella scelta di dichiarare, cioè di rendere positivi almeno nel senso di scritti, i diritti dell'uomo, in particolare quindi i principi che li sostengono, abbiamo detto questo, fondamentale, della pari dignità. Questo principio è stato dichiarato precisamente in quanto si è visto a che cosa, a che inferno portava la sua negazione sistematica, per esempio da parte del nazismo. Cosa vuol dire si è visto? Vuol dire: si è riconosciuto nelle cose il male cioè il disvalore, quindi si è fatto tesoro di una conoscenza, cioè di una giustificazione razionale, ragionevole, della norma in questione. Quindi l'esperienza è fondativa. Ma certo che l'esperienza è fondativa! Perché, altrimenti, come fondiamo tutta la nostra vita se non in relazione a ciò che le cose, non soltanto mostrano di sé stesse ma anche in qualche modo ci chiedono, esigono. Ma, insomma, una donna che si alza al mattino trova la casa piena di cose da fare e non è realtà quella? Non è realtà le cose da fare, i letti da rimettere a posto, la cucina da rigovernare? Sono cose da fare, sono esigenze che la realtà pone. Ma cosa sono queste esigenze che la realtà pone? Sono, appunto, mancanze di bene o di valore. Perché dove c'è mancanza di valore c'è male, relativo ma male e, quindi, esigenza di mettere ordine, di portare un po' di bene. Questo è il nostro rapporto con la realtà. Non è che noi facciamo una scelta pura di valutare "buono" l'ordine. Chiunque si rende conto che il disordine è peggiore dell'ordine, così come chiunque si rende conto che l'ignoranza è peggiore della conoscenza. Di conseguenza giudizi di valore possono essere veri o falsi perché sono espressione del nostro rapporto con la realtà. Quindi, questo suona anche come critica nei confronti di chi sostiene che il fatto che si debba riconoscere pari dignità a ciascun individuo, all'altro da me, non sia giustificabile ma sia semplicemente frutto di una scelta, di una decisione, di una volontà. Assolutamente si. Questo era il punto in questione nel dibattito che abbiamo svolto stasera con Flores d'Arcais che è sicuramente un uomo giusto ma un uomo che, pur essendo un giusto, appunto, non ha la possibilità di argomentare che la sua posizione è migliore di quella di un uomo ingiusto, di un uomo che, per esempio, sia ladro, imbroglione, violentatore, perché Flores D'Arcais non ritiene che il giudizio di valore abbia un possibile fondamento razionale, cioè che esista una ragione pratica.
    15:56 Durata: 9 min 53 sec