08 MAR 2013
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Morire in esilio. Il suicidio assistito in Svizzera

RUBRICA | - Radio - 16:11 Durata: 18 min 28 sec
Scheda a cura di Guido Mesiti
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Intervista alla moglie di Vittorio Bisso, malato di Sla e morto in Svizzera nel giugno 2012 dove un medico della Dignitas, un'associazione di accompagnamento al suicidio assistito, gli ha fornito un farmaco che Bisso ha assunto da solo e che ne ha provocato la morte.

Vittorio Bisso lavorava come operaio, è stato dirigente dei Comunisti Italiani ed assessore di Dolo, il piccolo comune in provincia di Venezia dove viveva.

Dopo la diagnosi della malattia Bisso si era iscritto all'associazione Dignitas, un'associazione svizzera per il suicidio assistito e che, si legge sul sito, fornisce
"assistenza in tutte le fasi legate all'accompagnamento alla morte".

In Svizzera infatti il suicidio assistito è legale e l'associazione accetta le richieste indipendentemente dalla nazionalità del richiedente (unico paese al mondo) a patto però che la persona ammalata sia in grado di ingerire autonomamente il farmaco.

Inoltre il momento dell'assunzione del farmaco viene filmato, in quanto l'associazione è tenuta a dimostrare che non c'è stata alcuna costrizione nei confronti della persona malata.

Aveva il terrore, spiega la moglie, di finire come Piergiorgio Welby.

La moglie, il figlio e la fidanzata del figlio lo hanno accompagnato in Svizzera dove un medico della Dignitas gli ha fornito un farmaco che Bisso ha assunto e che ne ha provocato la morte.

Marisa Piovesan racconta la serenità del marito una volta arrivati in Svizzera: aveva paura, spiega, di non fare in tempo, di finire attaccato a un respiratore e non poter più scegliere quando morire.

La sua dice, è stata una morte serena, una morte però in esilio e che chi non ha i mezzi economici, necessari per il viaggio, l'albergo e le spese mediche, non può permettersi.

(di Daniela Sala).

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