25 FEB 2004

Intervento di Benedetto Della Vedova sugli orientamenti economici e finanziari dell'Unione europea

STRALCIO | - PARLAMENTO EUROPEO - 00:00 Durata: 4 min 26 sec
A cura di Andrea Maori
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Registrazione video di "Intervento di Benedetto Della Vedova sugli orientamenti economici e finanziari dell'Unione europea", registrato a Parlamento Europeo mercoledì 25 febbraio 2004 alle 00:00.

Sono intervenuti: Benedetto Della Vedova (parlamentare europeo, Lista Bonino).

Sono stati discussi i seguenti argomenti: Agricoltura, Amministrazione, Annan, Bilancio, Blair, Clandestinita', Economia, Euro, Gran Bretagna, Immigrazione, Infrastrutture, Investimenti, Lisbona, Onu, Parlamento Europeo, Pil, Ricerca, Spesa Pubblica, Sviluppo, Tecnologia, Unione Europea, Usa.

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  • Benedetto Della Vedova

    parlamentare europeo (Lista Bonino)

    Signor Presidente, signori Commissari, anch'io faccio fatica a sentire tutte le volte il ritornello o mantra degli obiettivi di Lisbona. Anche perché noi lo ripetiamo cercando di convincerci che riusciremo a fare le cose che in Europa non sappiamo fare. Discutiamo di bilanci pubblici, discutiamo del ruolo che la pubblica amministrazione europea e la pubblica amministrazione nei singoli Stati possono svolgere per promuovere l'economia della ricerca e l'economia dell'innovazione. Facciamo questo quando le prospettive finanziarie dell'Unione europea prevedono un bilancio che ancora assorbirà tra il 40 e il 50 per cento delle proprie risorse per la spesa agricola. E' spendendo per l'agricoltura che si pensa di realizzare gli obiettivi di Lisbona? Se non si ha il coraggio di mettere in discussione questo, a livello di bilancio dell'Unione europea, sarà ben difficile azionare un volano importante, come potrebbe essere quello della spesa europea, verso l'innovazione tecnologica e verso la ricerca scientifica. Parlando di Patto di stabilità abbiamo visto governi importanti, di paesi fondamentali per l'Unione europea e ancora di più per l'area dell'euro, discutere per poter arrivare a deficit pari al 4/5 per cento del bilancio pubblico. Mi chiedo se non sia possibile in paesi come la Francia e la Germania - che hanno una spesa pubblica pari o superiore al 50 per cento del prodotto interno lordo - trovare in queste risorse ingentissime i fondi necessari per realizzare gli investimenti infrastrutturali e per potenziare la ricerca scientifica e la formazione, in particolare, quella universitaria. Un esempio ci viene da un altro grande paese europeo. Non credo, come l'onorevole collega Abitbol, che le migliori performances economiche del Regno Unito dipendano dal fatto che i britannici abbiano mantenuto la sterlina e non abbiano adottato l'euro. Ci viene un esempio importante dal Regno Unito, una commissione - non ancora il governo Blair, ma una commissione governativa - ha individuato la possibilità di togliere 80 000 posizioni dalla pubblica amministrazione, giudicate ininfluenti ai fini dell'efficienza della pubblica amministrazione stessa, e di realizzare così risparmi per 20 miliardi di euro - ovvero l'uno e mezzo per cento del PIL del Regno Unito - da destinare alla scuola e poi alla sanità e alla sicurezza. E' all'interno dei bilanci pubblici che bisogna trovare le risorse, avendo il coraggio di fare scelte politiche costose. Due altre cose: prospettive dell'Unione europea e crescita economica. Abbiamo letto, per il momento sui giornali, il testo elaborato da una commissione di esperti del Commissario Lamy - non si tratta ancora delle parole del Commissario Lamy - chiedere che in Europa il commercio internazionale venga vincolato ai valori nazionali. Ciò significa avviare l'Unione europea sulla via del protezionismo. E' così che vogliamo crescere economicamente? Da ultimo, signor Presidente e signori Commissari, vorrei soffermarmi sulla questione dell'immigrazione. Appena un mese fa è venuto il Segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, incitando l'Europa ad una politica di maggiore apertura, innanzitutto nell'interesse dell'Europa stessa e della sua economia. L'Europa come risponde? Risponde chiudendo le frontiere dell'Europa dei quindici ai lavoratori dell'Europa allargata. I lavoratori dei dieci paesi che entreranno nell'Unione europea saranno lavoratori di serie B; avremo i lavoratori comunitari clandestini. Questa è la risposta per esempio sull'immigrazione. Anche da questo punto di vista, anziché accettare la sfida dell'allargamento, l'Europa si chiude. E l'Europa che si chiude non va nella direzione di Lisbona, ma nella direzione di una crescita economica sempre meno importante rispetto a quella degli Stati Uniti e, ormai, anche del Giappone, ma è l'Europa che sceglie il suo proprio destino.
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