Senghor e i poeti della negritudine

Pubblicato il 16 Maggio 2008
Leopold Sedar Senghor foto ineditaLeopold Sedar Senghor foto inedita

La “négritude” ha segnato la prima grande rottura con l’Africa coloniale.

Ed è l’Antologia di Senghor che costituisce l’atto di nascita di una letteratura della negritudine: la parola “négritude”, forgiata senza dubbio alla fine degli anni 30 nei dibattiti degli intellettuali neri di Parigi, lanciato allora dall’Antillano Aimé Césaire, è ripreso e esplicitato da Senghor e Sartre, illustrato dai poeti dell’insieme del “mondo nero”. La “ negritudine ” è innanzitutto una parola,- Senghor, precisa: “ un mot de passe ” (una chiave di lettura), vuol dire un segno di riconoscimento, una formula che apre una via libera ai “negri nuovi”, una parola dal quale si rivendica l’appartenenza a una comunità in lutto.

Elaborata alla fine del periodo coloniale, la nozione di negritudine ricopre il sussulto di intellettuali africani che rifiuta di cauzionare di più l’assimilazione in cui si scoprono vittime e aspirando a ritrovare la loro autenticità razziale. All’inizio, riguarda innalzarsi contro il diniego dei valori africani dalla ideologia europea: questo secolare e specifico razzismo anti-negro che c’è stato ha ben bisogno di sviluppare per giustificare la tratta degli schiavi, poi la colonizzazione.

La negritudine si definisce dunque, nel suo principio, come una imprese di riabilitazione dell’uomo nero. Scegliendo di esprimere la esperienza e il vissuto di negro, mette in forma un mito che sia l’inverso del diniego europeo: ove per esempio la ricorrenza e l’esaltazione del tema dell’ “anima nera”…, poiché se il nero ha una anima, è ben bene il segno che è un uomo.

Come la negritudine é innanzitutto stato “l’affare di scrittori”, è attraverso le loro opere che bisogna scoprirne lo spirito. Quello che colpisce, è la predominanza di un genere: la poesia. Anche se gli arriva di manifestarsi in un romanzo o una prova, la negritudine è essenzialmente un mito poetico.

Ha imposto una immagine e un modello del poeta negro e della sua poesia: vittima della colonizzazione, il poeta innalza contro essa la protesta del suo canto,- è perché il poeta è negro, il suo canto acconsente questo fatto tutte le virtù negre. Questo canto si sfodera in una tematica coerente, nella stessa deplorazione e celebrazione dell’essere nero. Tutto inizia da un grido, il più violento che sia, pura voce dolorosa che prende a testimonianza dell’immensità della sofferenza negra. Così David Diop:

Souffre, pauvre Négre!…

la sferza fischia

Fischia sulla tua schiena di sudore e di sangue[…]

Souffre pauvre Négre!…

Negro nero come la miseria !

                          Coup de pilon, ediz.presence Africaine

Il poeta esplora dunque gli spazi infiniti del “paese di sofferenza”, dalla stiva delle navi negriere ai campi di cotone e di canne da zucchero dell’America, dal lavoro forzato sui cantieri delle grandi compagnie ai campi di battaglie europei per “tirailleurs sénégalais” (fucilieri senegalesi che hanno preso parte durante la Guerra in Francia).

La negritudine si vive come una passione, il negro è un nuovo Cristo. “Il nero cosciente di sé si presenta ai suoi propri occhi come l’uomo che ha preso su di sé tutto il dolore umano e che soffre per tutti, anche per il bianco” (Jean Paul Sartre). Quello che dice un poema di *Bernard Dadié, più volte citato e diventato emblematico:

vi ringrazio il mio Dio, di avermi creato Nero,

di aver fatto di me

la somma di tutti i dolori,

messo sulla mia testa,

il mondo.

Ho la livrea del Centauro

E porto il mondo dal primo mattino.

La Ronda dei giorni, ediz. Seghers.

Ma ci si stanca sempre di rivivere lo stesso calvario. Quando il dolore diventa intollerabile, la negritudine si fa rivolta e violenza, rifiuto dell’Occidente e dei suoi valori di ragione. Sono soprattutto i poeti delle Antille, Aimé Césaire in testa, che hanno popolarizzato l’immagine del poeta negro stritolando le parole, violentando la lingua, profetizzando la fine di un mondo. Tuttavia Senghor lui stesso, in “Hosties noires” , celebra la violenza liberatrice:

Ma strapperò le risate “banania” su tutti

i muri di Francia.

“Je déchirerai les rires banania sur tous les murs de France”, enrageait Léopold Sédar Senghor dans son recueil “Hosties noires” (1940). Prés de soixante dix ans plus tard, la figure des tirailleurs Sénégalais à la chéchia rouge continue d’alimenter la chronique.

foto by m.ba(da un cartellone d'epoca)foto by m.ba(da un cartellone d'epoca)

La rivolta ti trascina a scendere su sè stesso : immersione alla ricerca di una identità rubata. Il poeta negro riscopre allora il paradiso della negritudine originaria: succulenza e serenità di un arte di vivere, prestigio di passato glorioso, armonia della tradizione africana. La poesia si fa l’eco nostalgico di una Africa antica e grandiosa:

Africa mia Africa

Africa dei fieri guerrieri nelle savane

                                                    [ancestrali] 

Africa che canta mia nonna

Nel bordo del suo fiume lontano […]

                               David Diop

                    Coup de pilon, ibid.

Il pioniere della Negritudine

William Edward Burghardt du Bois

“ Quando considero l’Africa, mi domando: che c’é dunque tra lei e me, il quale costituisce questo legame che sento dentro di me, ed ho potuto analizzare ? Naturalmente l’Africa é la mia patria. Eppure, né mio padre né mio nonno l’hanno mai vista; non avevano la nozione di quello che poteva rappresentare per loro e non si sono preoccupati oltre misura. Ma l’affinità fisica ha solo una importanza minore: e, per quello che é del segno distintivo del colore, é relativamente trascurabile, se non, precisamente, in quanto carattere. La vera essenza di questa parentela, é la eredità sociale: la schiavitù, la discriminazione razziale, l’obbrobrio. Non solo questa eredità unisce tutti i figli dell’Africa, ma ingloba ugualmente l’Asia gialla e i mari

del Sud. È questa unità che mi ha portato verso l’Africa.” Così si esprimeva quello che fu, con Marcus Garvey, uno dei più grandi difensori della causa nera.

Nato nel 1869 a Great Barrington, villaggio del Massachusetts (Stati-Uniti), Willian Edward Burghardt du Bois frequentò fin dalla sua giovane età i luoghi nazionalisti neri. Prima di tutto discepolo di Booker Washington (1), é presentato nel 1900 nei luoghi panafricani, a Londra, durante la prima conferenza panafricana. Il suo socio, l’avvocato della Trinidad H. Sylvester Williams, fu tra l’altro il primo a pronunciare la parola “panafricanismo” .

All’uscita di questa prima conferenza, una petizione viene rivolta alla regina Victoria. In cui si denunciavano già i trattamenti inflitti ai Neri d’Africa del Sud e della Rhodesia.

Du Bois pronuncia allora queste parole famose, che si riveleranno profetiche: “ Il problema del XX° secolo é il problema dell’armonia dei colori, della parentela delle razze umane che sono più pigmentate e delle razze che sono meno colorate, in Asia in Africa, in America

e nelle isole. ”

Si oppone spesso Du Bois a Marcus Garvey, ed é vero che una rivalità aguzza si manifestava l’uno contro l’altro i due uomini, di cui molti caratteri differenziavano.

Du Bois, Bianco “ negrotizzato ” ( simpatizzante dei neri, ndr ), era fiero, al punto di esserne stanco dei suoi antenati olandesi e francesi; Garvey invece era un vero tribuno, un agitatore che scherniva la pelle appena tinta di Du Bois. Questo ultimo, solidarizzando con i liberali americani, aveva fondato con loro l’Associazione nazionale per la promozione dei popoli di colore e, per più di venti anni, aveva pubblicato il loro “ The Crisis ” ( La Crisi ), che dimorerà una sorgente indispensabile per la conoscenza delle idee panafricaniste.

Tutta la sua vita, il pensiero di Du Bois subisce l’ossessione negativa del suo colore. Garvey, al contrario, portava con fierezza e anche con gioia il colore della sua pelle. La sua Associazione universale per la promozione dei Neri, predicava alle masse nere del Nuovo Mondo, la necessità di un “ritorno in Africa”. Du Bois si opponeva a questo progetto. La sua proposta era la generazione delle popolazioni nere nel loro paese di adozione. Rivendicava il diritto politico e il diritto all’istruzione per i Neri e consacrerà la sua vita al panafricanismo.

Du Bois venne a Parigi con l’armistizio del 1918 per reclamare la Conferenza della pace, conformemente ai principi proclamati dal presidente americano Wilson, il diritto dei Neri a disporre di sè stessi. All’appoggio della sua tesi, ricordava che cento mila Neri avevano varcato l’Atlantico tra il 1917 e il 1918, per venire a combattere sui campi di battaglia europei. Ma, l’anno 1919 venne segnato negli Stati-Uniti da violenti incidenti razziali diretti contro i Neri ( ottanta- tre di loro furono linciati e undici bruciati vivi ), perciò il presidente Wilson rifiutò di ricevere i delegati neri.

Tuttavia, questi ( erano cinquanta sette ) riuscirono a tenere delle riunioni a Parigi, grazie alla benevolenza di Clemenceau, amico personale di Blaise Diagne (Senegalese) e Hunkanvin del “Dahomey” (attuale Benin) che si aggiungono. Vi domandarono che le ex-colonie tedesche venissero confidate alla Società delle Nazioni.

Du Bois fu anche un universitario imminente, ripristinò a Harvard, come dovunque si sa, i laureati più invidiabili. All’Università di Atlanta, dove fu professore di economia politica e di storia dal 1897 al 1910. Du Bois si lanciò in un ampio programma di ricerche sui Neri degli Stati-Uniti, programma che prevedeva di stendersi su un secolo e che sviluppò degli studi che andavano dalla moralità dai Neri delle città (1896) alla Bibliografia scelta del Nero americano (1905) passando dal Nero e il mondo degli affari (1899). Ma la rottura graduale dei suoi legami con Atlanta, e soprattutto della Prima Guerra mondiale fermarono l’impresa. William James, il suo ex-professore di Harvard, lo feliciterà tuttavia del lavoro compiuto e diventerà uno dei suoi prestigiosi consiglieri in un’altro progetto gigantesco:

“ l’Encyclopédie africaine ” .

Concepita nel 1909, l’impresa fallì per mancanza di fondi; ma il presidente N’Krumah, invitando Du Bois nel Ghana nel 1960, gli chiese di rimettere in piedi il progetto. Le due guerre mondiali hanno contribuito a maturare il pensiero di Du Bois, a “ radicalizzarlo ”. Lo spaventoso ingranaggio delle sommosse razziali del 1917- scioperanti bianchi che lavoravano per la guerra contro operai neri a East Saint-Louis, soldati neri che distrussero Houston- ispirerà Du Bois, nel 1920, dolorosi accenti. “ Era l’orrore del vecchio mondo risuscitato : tutto quello che gli ebrei hanno sopportato in Spagna e in Polonia, tutto quello che i contadini hanno tollerato in Francia e gli Indiani a Calcutta, tutto quello che il diavolo sveglia nell’uomo ed aveva potuto fare nel corso dei secoli, è stato fatto a East Saint-Louis, mentre gli stracci di seimila Neri mezzi nudi, uomini e donne, si agitavano sui ponti del calmo Mississippi.”

Du Bois fece molti altri viaggi fuori dagli Stati-Uniti, ed in particolare in Russia e in Cina. Optò nella “sera” della sua vita per la nazionalità ghanese, ed è a Accra che morì nel 1963, all’età

di novantaquattro anni (2).

È a lui che spetta di aver issato il provincialismo dei Neri americani fino al panafricanismo.

(1) Booker Taliaferro Washington ( 1856-1915 ), educatore nero, messo nel 1881 a capo della scuola normale di Tuskegee, diventa la più importante università degli Stati-Uniti. Vero capo dei Neri americani fin dal 1895, partigiano dell’intesa con i Bianchi, fondò nel 1900 la Lega nazionale degli affari neri. (2) Nel 1952 pubblicò “ In Battle for Peace ” ( Nella lotta per la pace ).

° Il progetto di Du Bois era la rigenerazione delle popolazioni nere nel loro paese di adozione.

Memoria dell’Africa

“ La Diaspora Nera ”

Ibrahima B. Kaké-Professore

aggregato dell’Università

“La parola diaspora, che significa “dispersione” in greco, si applica ordinariamente all’insieme delle comunità ebraiche stabilite fuori dalla Palestina. Ma l’uso fa sì che il termine evoca particolarmente l’esilio volontario o involontario della comunità umana fuori dal suo paese di origine. Così, gli storici dell’Antichità parlano volentieri della “ diaspora Greca ” intorno al bacino del Mediterraneo.

Per gli Africani della Diaspora, si intende non solo delle comunità nere, ma anche degli individui che furono strappati dall’Africa e mantenuti in uno stato di asservimento o di segregazione in terra straniera. Alcuni di questi Neri espatriati hanno potuto, a discapito delle condizioni difficili nelle quali vivevano, elevarsi al di sopra degli altri e integrarsi nonostante tutto nella società dei loro maestri. Sono riusciti a cambiare il loro destino.

Così non contiamo più il numero dei vecchi schiavi o dei discendenti di schiavi che si distinsero nella letteratura, la filosofia, il mestiere delle armi o la politica. Scrivere a loro la storia tornerebbe a comporre decine di volumi. Conoscono su questo argomento gli importanti lavori del Giamaicano Joel A. Rogers sui grandi uomini di colore nel mondo.

Camara LayeCamara Laye

Il romanziere Camara Laye, risuscitando nel “L’enfant noir (1953) la sua infanzia felice in un villaggio dell’alta Guinea, rivela il grande segreto dell’Africa: il senso dell’armonia cosmica, la comunicazione mantenuta tra gli uomini e gli dei, i vivi e i morti. È la lezione anche di un poema di Birago Diop, già presente nell’Antalogia di Senghor:

[…]

quelli che sono morti non sono mai andati,

sono nel seno della donna,

sono nel bambino che vaga

e nel tizzone che si infiamma.

I morti non sono sotto la terra:

sono nel fuoco che si spegne,

sono nelle erbe che piangono,

sono nella roccia che geme,

sono nella foresta, sono nella dimora:

I morti non sono mai andati.

Ascolta più spesso

le cose che gli esseri.

La voce del fuoco si sente,

ascolta la voce dell’acqua,

ascolta nel vento

i cespugli in singhiozzi.

È il respiro degli antenati.

A forza di esaltare i valori e l’unità della civiltà africana, ci si lascia vincere da un entusiasmo messianico. Magnificando la presenza africana nella civilizzazione dell’universel, la negritudine suggerisce la sua vocazione ad apportare un “supplemento d’anima” alle culture tecniche estenuate:Che rispondiamo presenti alla rinascenza del

                                                              [mondo

così il lievito che è necessario alla farina bianca.

Poiché chi imparerà il ritmo al mondo defunto delle

Macchine e dei cannoni ?

                                L. S. Senghor, Chants d’ombre,

                                 ediz. du Seuil.

Dopo la rivendicazione della dignità riconosciuta ai popoli neri si rivela una ultima e trionfale missione : erigere il “Negro” da eroe civilizzatore in eccellenza. Tale è il retro-piano ideologico sul quale si appoggiano i lavori delle prime generazioni di ricercatori africani in scienze umane. Tutta una scuola storica si è gioiosamente impiegata a tenere la sua parte nel suo compito di “liberazione nazionale” prima, di “costruzione nazionale” poi. È in questa corrente di storia militante che bisogna sostituire le tesi appassionate che *Cheikh Anta Diop difende in “Nazioni negre e culture (1955), Ediz. Présence africaine): l’unità della civiltà africana si fonda sulla sua origine, la civiltà egizia faraonica, che era essa stessa di essenza perfettamente negra: dicono che sono gli antenati dei Negri, che vivono principalmente in Africa nera, hanno inventato i primi le matematiche, l’astronomia, il calendario, le scienze in generale, le arti, la religione, l’agricoltura, la organizzazione sociale, la medicina, la scrittura, le tecniche, l’architettura; sono loro che hanno, i primi , elevato degli edifici di 6 000 000 di tonnellate di pietre (Grande Piramide) come architetti e ingegneri- non solo come operai; sono loro che hanno costruito l’ immenso tempio di Karnak, questa foresta di colonne, con la celebre sala ipostilo dove potrebbe entrare Notre Dame con le sue torri. Sono loro che hanno scolpito le prime statue colossali (Colossi di Memnon, ecc…) dicendo tutto ciò si dice solo la stretta e modesta verità, che nessuno, all’ora attuale, non può confutare dagli argomenti degni di questo nome.

Se relativamente facile di mettere così la negritudine in prospettiva nell’abbondanza di questi temi, è più difficile costruirne una teoria unificata. Senghor, il suo infaticabile propagatore, la fa riposare una specificità, perfino una essenza negra: “Il Negro è l’uomo della natura”; per lui che è sensibile al minimo soffio del “cosmos”, l’emozione è modo di conoscenza integrale:

“l’emozione è negra come la ragione ellena”. Sartre, più dialettico , vede nella negritudine “ il lavoro oscuro della Negatività che rode pazientemente i concetti ”:

“ Il nero non è un colore, è la distruzione di questo chiarore di prestito che cade dal cielo bianco ”; perché è reazione a una situazione, la negritudine sarà percepita come “ tensione dell’anima ”, “ scelta di se stesso ed altrui ”, “ progetto” nel senso pieno; insomma, è “l’essere- nel-mondo-del Negro”. Césaire, meno teorico che poeta, aspetta che la negritudine si svela nell’irraggiamento di qualche immagine: così, nella spinta violenta e viscerale delle parole, il sorgere verticale dell’albero.

Sottraendo alla armoniosa coerenza del concetto, la negritudine ha suscitato ardenti e lunghe polemiche. Dal lato dell’Africa anglofona, si è sospettato l’efficacia del mito poetico: il fatto di affiggere la sua negritudine rende l’azione dell’uomo nero più operante ? D’altronde , l’ottenimento dell’indipendenza politica negli anni 60 ha attenuato la virulenza protestataria del movimento. Una corrente critica, spesso di inspirazione maxista , ha messo in evidenza contraddizioni e debolezze della teoria. Negli anni 70 si apre il grande processo della negritudine, attraverso delle prove risonanti ( di Marcien Towa, Léopold Sédar Senghor: Négritudine o servitù nel 1971, o di Stanislas Adotevi, Négritudine e Negrologi nel 1972) o nel corso di colloqui animati (“Negritudine africana, Negritudine Caribica” a Villetaneuse nel 73). È soprattutto la tesi Senghoriana dell’emotività come tratto caratteristico del negro che è denunciata: Adotevi ci vede una nozione confusa e antiscientifica, che suppone “una essenza rigida del negro che il tempo non raggiunge”; è della “fisiologia che si rovina nella metafisica”; il più grave è che alimenta una “ negritudine dei discorsi ”, oppio per addormentare il buon popolo negro nel torpore neo-coloniale.

Se oggi la negritudine non appare più potere assembrare le energie intellettuali africane, il suo ruolo storico rimane incontestabile. Prima perché ha compiuto la missione che si era fissata: segnare, nella ricomposizione della vita culturale dopo la Seconda Guerra mondiale, una raggiante presenza africana. Fin dalla fine del 1947, sotto l’impulso di Alioune Diop, una rivista, introdotta da André Gide (e altri: Sartre, Camus, Leiris ecc…,) proclamava questo titolo-programma: “Présence Africaine” , e questa dichiarazione di intenzione: “ il nero che brilla dalla sua assenza dell’elaborazione della città moderna, potrà, piano piano, significare la sua presenza contribuendo alla ricreazione di un umanesimo a vera misura dell’uomo.” La rivista doveva durare e dare la nascita, sotto lo stesso nome, alla prima casa di edizione consacrata al mondo negro-africano. Grazie a essa poterono radunare due imponenti congressi degli scrittori e artisti neri, a Parigi, alla Sorbona (luogo tanto simbolico!), nel 1956 e a Roma nel 1959. Questi incontri venuti dall’Africa, dall’America e tutti i luoghi del “mondo nero”, veri “stati generali” degli uomini di cultura neri, segnarono, con il primo Festival mondiale delle Arti Negre di Dakar nel 1966, l’apice del movimento suscitato dalla negritudine.

Nessuna opera non ha sposato più intimamente la causa della negritudine che quella di Senghor: non una riga di un articolo teorico, non un solo verso di un poema che non siano difesa o illustrazione. Messi insieme dal 1964 a 1983 in quattro grossi volumi, sotto un titolo generale, Liberté, articoli e discorsi formano una somma impressionante, alleando la linguistica o la poetica alla politica o l’economia. Ci si percepisce chiaramente l’unità di inspirazione: la negritudine sempre, la sua vocazione umanista, la sua partecipazione alla civiltà dell’universale.

Un tema si fa insistente: quello dello scambio culturale. Poiché, “all’incrocio di dare e di ricevere”, ogni cultura entra nel gioco del “métissage culturel” dove ciascuno offre agli altri i suoi propri valori:

La nostra vocazione di colonizzati è di sormontare le contraddizioni della congiuntura, l’antinomia artificialmente eretta tra l’Africa e l’Europa, la nostra eredità e la nostra educazione. È l’innesto di questa su quella che deve nascere la nostra libertà. Sapore del frutto dell’innesto, che non è la somma degli elementi componenti. Superiorità, perché libertà, del Meticcio che sceglie, dove vuole, quello che vuole, per fare, degli elementi riconciliati, una opera squisita e forte. Ma non è, lì, la vocazione delle élite e delle grandi civiltà? “Della libertà dell’anima o elogio del métissage”

**Liberté I **

Bernard Binlin DadiéBernard Binlin Dadié

Bernard Binlin Dadié è nato nel 1916 ad Assinie, nel sud-est della Costa d’Avorio. È figlio di un ex-combattente dell’armata francese, diventato proprietario di piantagione, ha studiato a Grand Bassam, poi negli anni 30 all’isola di Gorée in Senegal alla Scuola normale William Ponty. Era la scuola dove si formavano le future élite nere dell’Africa francese per l’insegnamento. Ha servito in Senegal come bibliotecario-archivista all’Istituto francese dell’Africa nera (Ifan) diventato Istituto fondamentale dell’Africa nera di Dakar. Poeta, romanziere, drammaturgo, narratore, Bernard Dadié ha scritto numerosi libri di cui alcuni: “La Ronde des jours” “Un Négre à Paris” “Afrique debout!”, “Carnet de prison” (che racconta la sua esperienza carcerale).

Dadié oltre ad essere scrittore e giornalista, anche politico: ha assunto alcuni incarichi da capo gabinetto al ministero dell’istruzione nazionale, a direttore dei sevizi dell’informazione, direttore delle belle arti e delle tradizioni popolari, direttore degli affari culturali. È stato anche il ministro della Cultura di Félix Houphouet- Boigny (padre della Costa d’Avorio indipendente). Oggi ha 91 anni. È uno che ha sempre creduto ai suoi ideali, svolgendo la sua lotta per l’emancipazione, contro il colonialismo e il razzismo. Bernard Dadié è un patriota convinto e un grande della letteratura africana .

Léon DamasLéon Damas

Léon Damas e gli sviluppi della negritudine

L’ampiezza e il rimbombo dell’opera di Aimé Césaire hanno fatto dimenticare che, tra i poeti radunati dalla “parole de passe” (passa parola) della negritudine, il primo a pubblicare una raccolta di poemi fu il Guyanese Léon Gontran Damas, nel 1937, con Pigments. Oltre questo titolo senza equivoco, la prefazione di Robert Denos, senza d’altronde pronunciare la parola, sottolineava la “negritudine” dell’opera: “Damas è negro e tiene alla sua qualità e il suo stato di negro.” Di fatto, la poesia di Léon Gontran Damas nasce da un doloroso sentimento razziale, ossessionale come una nevralgia che nulla può calmare:

“Si souvent mon sentiment de race m’effraie/ autant qu’un chien aboyant la nuit/ une mort prochaine/ quelconque/ je me sens prêt à ècumer toujours de rage/ contro ce qui m’entoure/ contre ce qui m’empêche/ à jamais d’ être/ un homme.”

Tutte le umiliazioni accumulate dal semplice fatto di essere negro nutrono la violenza secca della raccolta (che doveva, in ritorno, subire i fulmini delle censure coloniali).

Quello che il poeta di “Pigments rifiuta in primo luogo, è la politica di assimilazione e contro essa rivendica orgogliosamente, lui, il piccolo borghese mulatto, la sua ascendenza nera africana:

“Se peut –il donc qu’ils osent/ me traîter de blanchi/ alors que tout en moi/ aspire à n’être que nègre/ autant que mon Afrique/ qu’ils ont cambriolée.”

Le raccolte ulteriori, Graffiti (1952) e “Névralgies (1966), come il lungo poema “Black- Label” (1956), sviluppano gli stessi sentimenti elementari, lo stesso lirismo diretto. Si aggiungono l lamenti di un male di vivere e di un male di amare tutto personali: di salute fragile, Damas conobbe una esistenza lungamente azzardosa, perché miserevole, al grato dei piccoli mestieri che esercitava nel suo esilio parigino. La sua poesia si apparenta volentieri alle forme popolari del graffiti: tanto abbuffata di collera, esplodendo in violenze di linguaggio; più spesso pudico, ricercando una linea ritmica depurata, ottenuta dopo un lungo lavoro di privazione che si può seguire attraverso le varianti delle diverse riedizioni di Pigments. Il suo ideale: la semplicità della melodia e la sottigliezza di un ritmo che procede della sola ripetizione di una parola o di un suono, di un taglio del poema in versi spesso brevi.

Bientôt

Bientôt

je n’aurai pas que dansé

bientôt

je n’aurai pas que frotté

bientôt

je n’aurai pas que dansé

chanté

frotté

trempé

froité

chanté

dansé

    Bientôt

Ediz. Présence africaine

Arte di delicatezza , tutto in sfumature dietro la familiarità e la facilità del tono. Damas diceva averne trovato il modello nella poesia popolare africana, che si improvvisa, con le parole di tutti i giorni, nelle circostanze più o meno marcanti della vita. Nel 1948, i suoi Poemi negri su delle arie africane si presentavano come delle traduzioni di canti di amore, di guerra, del lutto o satira, raccolti nelle società africane tradizionali.

Così questo allegro “chant de pillard”: Donne- moi de la poudre et des fusils/ Je partirai demain/ J’entends leur couper la tête/ Je partirai demain/ Ils ont de jolies femmes/ Je partirai demain/ Ils ont aussi de l’or/ Je partirai demain […]”

L’Africa, Damas augurava ritrovarla nel fondo di lui stesso, nel cuore del suo proprio paese. Molto giovane, era andato in missione etnologica alla ricerca dei discendenti dei negri marroni che formano da due secoli dei generi di principati indipendenti nella foresta della Guiana (evoca la figura mitica di questi negri “Bosh” nel suo reportage del 1938, (“Retour de Guyane”). Nel sapore creolo dei racconti Guianesi (trascritti nel “Veillées noires”, nel 1943), diventava la presenza della “palabre africaine”. La permanenza del desiderio di affermare una filiazione africana, l’interesse per lo studio dei contatti culturali afro-americani, come anche la violenza scorticata di questa negritudine di cui si era fatto l’ardente propagandista: tutte queste ragioni possono spiegare “l’audience” che Damas ha potuto trovare alla fine della sua vita negli Stati-Uniti.

È morto nel 1978, professore in una università nera di Washington è certamente molto più celebre che nel suo paese di lingua francese.


Cheikh Anta DiopCheikh Anta Diop

Cheikh A. Diop

La consacrazione della scienza negra (nera)

Nel 1960, la sua tesi di dottorato di storia sostenuta a Parigi provoca, stupisce e suscita dei risucchi . Si intitola : “L’Egypte antique”: una cultura e civilizzazione nera. Per la prima volta negli annali scientifici, il mondo scopre il nuovo volto della storia dei popoli dell’Africa. Nato il 29 dicembre 1923 a Thieytou nella regione di Diourbel nel Senegal, Cheikh Anta Diop ha sempre sostenuto, fino alla sua scomparsa il 7 febbraio 1986, che “l’Egitto antico era popolato di Africani neri, e le lingue e culture che caratterizzano la sua società si sono diffuse in tutta l’Africa dell’Ovest”. La replica del ricercatore Gaston Bachelard e di tanti altri, che contestano questo punto di vista scientifico, scaraventa Cheikh A. Diop nel cuore di una polemica di grande apertura. Chiamando le scienze più varie (sociologia, linguistica, archeologia, fisico, ecc…, il noto archeologo dimostrerà in maniera incontestabile l’Anteriorità delle civiltà negre (titolo di un saggio risonante pubblicato nel 1967). Eminenti autori verranno al suo soccorso (Aimé Césaire), ed altri seguiranno le sue tracce: Théophile Obenga, Nathalie Michalin, ecc… Lo distinguono come l’autore africano che ha esercitato più influenza sulla teoria storiografica delle fondamenta dell’egittologia.

Dispensando la scienza nel suo paese, nel continente e attraverso il mondo, Anta Diop fu maestro di conferenze all’Università di Dakar (che porta oggi il suo nome, ndr), e direttore del primo laboratorio africano di datazione dei fossili archeologici al radio carbonio. A livello politico, ha partecipato alla democratizzazione del dibattito nel Senegal. Il suo partito, l’ “Assembramento nazionale per la democrazia”, creato nel 1975 con un gruppo di intellettuali, non riesce però a realizzare le sue ambizioni presidenziali, “Sono un combattente libero ma sacrificato”, amava ricordare. Strade e monumenti portano il suo nome nel Senegal; nel suo villaggio di Thieytou un mausoleo è eretto a sua memoria.

Lezione di Cheikh Anta Diop: Le origini dell’umanità

*Cheikh Anta Diop è nato nel 1923 a Diourbel ( Senegal). Storico e ricercatore, lega lo sviluppo dell’Africa nera a quello dell’Egitto antico primitivamente abitato dai neri che si mescolarono in seguito. Opere: L’unité culturelle de l’Afrique noire, Présence africaine, 1960.

L’Afrique noire pré-coloniale, Présence africaine, 1960.

Nations nègres et culture, Présence africaine, 1965.

Antériorité des civilisations nègres, Présence africaine, 1967.

Picasso ha detto: “quelli che scrivono la Storia non sono mai (coloro) quelli che l’hanno fatta; e i secondi ( gli ultimi) non possono fare niente (nulla) contro i primi.”

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Uno illuminato sulle tracce di Senghor!

Lépold Sédar Senghor

“L’art africain comme philosophie”

Souleymane Bachir Diagne, l’autore di questa opera, ha insegnato per decenni filosofia all’Università Cheikh Anta Diop di Dakar. Dopo essere stato professore di filosofia e di religione per venticinque anni a Northwestern University vicino a Chicago, vive oggi a New York dove è professore ai dipartimenti di studi francofoni e di filosofia dell’Università di Columbia. È uno specialista dell’Islam ed ha partecipato a molti dibattiti nel mondo.

Souleymane Bachir Diagne “Why French Matters”

Dibattito Integrale:Does French still matter? If so, why?

Léopold Sédar Senghor ha cercato di esprimere quale filosofia si legge nelle arti plastiche, i canti e danze africani. È questa attitudine, prima ermeneutica, di decifrazione, che è la verità della sua filosofia. Rileggere Senghor, oggi, non bisogna darsi la Negritudine troppo in fretta, affrontare subito le formule molto ben conosciute a cosa si riassume il suo pensiero. Bisogna sapere innanzitutto ritrovare l’attitudine primaria, la postura ermeneutica che Senghor ha adottato fin da suoi primi scritti per rispondere alla questione che fu anche quella di Picasso: che cosa vogliono dire le maschere africane? Cosa dicono questi oggetti che hanno chiamato feticci quando gli dei se ne sono andati? Partendo da questa questione, Senghor, con molta fortuna, ha aggiornato una ontologia nella quale l’essere è ritmo e si trova nelle fondamenta delle religioni africane antiche. Di questa ontologia ha mostrato che le arti africane costituivano il linguaggio privilegiato.

Ediz. riveneuve


Leopold Sedar SenghorLeopold Sedar Senghor

Senghor e l’arte africana

Léopold Sédar Senghor ha dato una dimensione nuova all’avvicinamento dell’uomo e delle culture africane. Ma se è riuscito, è perché era già familiare della società occidentale, che ne praticava il linguaggio ed era introdotto nel mezzo di queste élite . Un passatore è un uomo che ha necessariamente un piede su ciascun lato. È bene quello che ci svela l’opera scritta da un professore di filosofia, senegalese e bi-culturale come lui, Souleymane Bachir Diagne.

Mostra come è stato portato a riprendere alcuni avvicinamenti che si volevano simpatici alla cultura “negra”, per farne sentire la voce ma anche per rettificarne il messaggio, qualche volta implicitamente condiscendente. Così ne fu di certe introduzioni alle sue opere che, sotto la penna di un Jean Paul Sartre, ricusavano la dimensione precisamente originale della cultura africana, per riciclarla come la espressione di una rivolta transitoria contro lo sfruttamento, e dunque chiamata a perdere la sua singolarità da allora questo sfruttamento terminerà. Sartre ha voluto recuperare Senghor e questo ultimo se ne è servito per ampliare il suo auditorio. In diverse tappe dell’opera, questa dialettica si ritrova e l’autore ci svela la meccanica.

Ma l’interesse reale del libro di Souleymane Bachir Diagne è di mostrare come, riprendendo i pensieri di Bergson, Teilhard de Chardin e qualche altri, Senghor è riuscito ad imporre una nozione fondamentale: dietro la produzione delle opere d’arte africana una filosofia implicita, ma estremamente precisa, ordina la forma e il messaggio che veicolano la musica, la statuaria o a volte anche gli oggetti della vita quotidiana. Il ritorno all’intuizione che presiede alla produzione di

queste opere è cruciale. Permette di comprendere il messaggio trasmesso dal ritmo, da un concepimento proprio alla relazione tra il presente , dai legami che ricollegano il mondo visibile agli universi invisibili.

L’opera è densa, farcita di riferimenti culturali, di citazioni illuminanti. Forse Diagne poteva evitare a volte una scrittura che ricorda troppo il suo essere professore di filosofia. Ma il vero rimprovero che gli si può fare è di privarci di un indice delle materie, sviluppato tuttavia nella sua introduzione. Non rimane nemmeno in qualche pagina, è pervenuto non solo a farci percepire l’itinerario intellettuale di Senghor, ma anche come , scivolando nel sistema intellettuale dell’Occidente, quello gli ha fatto scoprire la particolarità delle società dell’Africa subsahariana. Questo exploit, che sembra oggi banale, rilevava allora la scommessa. La dialettica del Maestro e dello schiavo, il quale non si percepisce più d’ora in avanti in filigrana, era ancora all’ordine del giorno. Diagne ci dà a vedere.

Per Mariame

                  …parlate della mia ambiguità  sulla negritudine. C’é ne 

dell’ambiguità come della contraddizione. All’inizio dell’elaborazione di una teoria, nell’abbondanza e la sovrabbondanza della gioventù, si assomiglia sempre, con passione, degli elementi contraddittori . Bisogna attendere l’età matura poiché quelli si decantano e si ordinano in simbiosi.

                                                          Léopold Sédar Senghor

                                                   (in una lettera a Janet Vaillant)     

… “sono convinto che l’arte é il compito supremo e l’attività veramente

metafisica di questa vita” F. Nietzsche

Souleymane Bachir Diagne, 52 anni, nato in Senegal, è filosofo.

Considerato come uno dei venticinque più grandi pensatori del pianeta dal alcune riviste francesi, ha insegnato per venti anni come professore all’Università Cheikh Anta Diop di Dakar. e’ il presidente del Comitato scientifico del più importante centro di ricerca in Scienze sociali dell’Africa dell’Ovest, il “Codesria”. È riconosciuto al di là del suo paese, oltre oceano.