Si chiudono i lavori del 4° Convegno Ecclesiale nazionale

Pubblicato il 20 Ottobre 2006 da Michele Lembo
I vescovi alle celebrazioni (foto: convegnoverona.it)I vescovi alle celebrazioni (foto: convegnoverona.it)

Il card. Camillo Ruini, presidente della Cei, ha tenuto il discorso di chiusura dei lavori del 4° Convegno Ecclesiale italiano di Verona, che ha ospitato un dibattito con interventi che hanno aperto prospettive diverse nella lettura e nella interpretazione del ruolo dei cattolici nel mondo.

Il card. Tettamanzi nel discorso di apertura aveva puntato i suoi accenti sulla «diffusa ed esplicita consapevolezza della ‘distanza’ che nel nostro contesto socio-culturale e insieme ecclesiale esiste tra la fede cristiana e la mentalità moderna contemporanea». Più che della distanza, aveva sottolineato, però, la preoccupazione ci dovrebbe essere per la “differenza”, per la “specificità” della fede cristiana. Il cristianesimo, secondo Tettamanzi, con la novità dei suoi contenuti può formare una rinnovata «figura antropologica sotto il segno della speranza». «Quelli che fanno professione di appartenere a Cristo si riconosceranno dalle loro opere. Ora non si tratta di fare una professione di fede a parole, - aveva concluso - ma di perseverare nella pratica della fede sino alla fine. E’ meglio essere cristiano senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo». Benedetto XVI ha ribadito che «La Chiesa non è e non intende essere un agente politico. Nello stesso tempo ha un interesse profondo per il bene della comunità politica, la cui anima è la giustizia, e le offre a un duplice livello il suo contributo specifico». Rinnovato l’appello da parte sua di contrastare la «cultura che predomina in Occidente e che vorrebbe porsi come universale e autosufficiente, generando un nuovo costume di vita». Una «nuova ondata di illuminismo e di laicismo, per la quale sarebbe razionalmente valido soltanto ciò che è sperimentabile e calcolabile», e che «sul piano della prassi» erige «la libertá individuale a valore fondamentale al quale tutti gli altri dovrebbero sottostare». Relativismo e utilitarismo, ha sottolineato il Papa, rappresentano «un taglio radicale e profondo» non sono solo con il cristianesimo, ma anche con le altre «tradizioni religiose e morali dell’umanità», con le quali, poiché in esse «la dimensione religiosa è fortemente presente», non si riesce a «instaurare un vero dialogo». Ha fatto discutere l’intervento del sociologo Luca Diotallevi, che ha parlato della «rinnovata responsabilità per ‘la città’ da parte dei cattolici italiani, una responsabilità che non autorizza alcun disegno egemonico, peraltro improbabile, che non cancella la possibilità del pluralismo e soprattutto è una responsabilità che ci giudica; come un talento». La Chiesa ha detto Diotallevi, «non è una città, né un’altra città. La Chiesa ed i credenti condividono la stessa città degli uomini e delle donne, come contesto favorevole a dialoghi, relazioni, associazioni ed interessi comuni e non di meno alla regolazioni di conflitti e competizioni tra interessi». Il convegno di Verona ha stimolato anche un ampio dibattito sui quotidiani, con interventi di rilievo, quale quello dello studioso Gian Enrico Rusconi, il quale ha ricordato tra l’altro che «Il principio costitutivo della laicità è l’autonomia di giudizio e la libertà di coscienza dell’individuo che si considera maggiorenne nelle grandi questioni etiche del nostro tempo. Questa autonomia non è affidata a insindacabili valutazioni soggettive bensì a motivazioni che sono aperte allo scambio di ragioni degli altri verso cui si ha pieno rispetto. La laicità non è un mero atteggiamento privato perché l’ambito in cui essa si qualifica in modo significativo è il discorso pubblico e l’etica pubblica. E’ nello spazio pubblico che acquista pieno senso la laicità».