Sintesi dei lavori della Commissione "Pace subito? Con quali pacifisti di oggi? Transnazionale, diritti umani, nonviolenza: non c'è pace senza giustizia e democrazia"

4 novembre 2007

«C’è un filo conduttore che lega l’iniziativa nonviolenta, transnazionale, “pacifista” di Marco Pannella, ma che pone la questione della Pace nei termini classici, radicali del Diritto alla Vita come espressione della Vita del Diritto.

È il filo che lega “Iraq Libero”, “Nessuno tocchi Saddam e la Moratoria Universale sulla pena di morte e ora il Grande Satyagraha per la Pace, la Libertà e la Democrazia in Medioriente.

È un filo lungo che viene da lontano, nella storia antica radicale e pannelliana, che parte almeno dalla campagna contro lo sterminio per fame e per guerra,

dalle campagne antimilitariste per la riconversione del complesso militare industriale che è ancora il dato strutturale della politica estera e di difesa, verso la conversione dell’apparato militare nel senso di quelle bombe nonviolente dell’informazione, quelle armi di attrazione di massa che sono l’alternativa strutturale alle armi di distruzione di massa e il fondamentalismo, è la stessa intuizione che ci fa decidere a un certo punto della storia radicale di rifondare il Partito radicale come Partito Transnazionale, riformando quindi innanzitutto noi stessi se si ha l’ambizione e l’urgenza di riformare il mondo, la politica internazionale, la politica estera e di difesa.

Il riflesso all’idea, alla parola stessa “transnazionale”, non è stato dissimile a quello che vi è stato rispetto alla proposta pannelliana di “Iraq Libero”, poi di “Nessuno tocchi Saddam” e la Moratoria Universale e ora del Grande Satyagraha…

Se “Iraq Libero!” è fallito non è solo colpa di Bush, che ha accelerato i tempi dell’intervento armato proprio per sconfiggere la proposta realistica, realizzabile e quasi fatta di esilio per Saddam.

È anche colpa di chi, incapace di vedere un po’ più in là del proprio naso e di preoccuparsi d’altro che del proprio ombelico, ha avuto il solito riflesso anti-radicale, visceralmente e culturalmente ostile alla forza visionaria, creativa, ragionevole e rivoluzionante della nonviolenza.

È anche perché, mentre l’invocazione “pace, pace, pace” risuonava nelle piazze di tutto il mondo, riempiva le pagine dei giornali e gonfiava il petto di Saddam Hussein, la proposta “Iraq libero”, la soluzione pratica che avrebbe liberato l’Iraq senza sparare un colpo, veniva negata all’opinione pubblica e condannata alla ordinaria clandestinità di ogni proposta radicale.

Analisti e giornalisti, idealisti e realisti, pacifisti e militaristi, militanti della realpolitik, cultori dei rapporti di “forza” tra poteri impotenti e disperati, si sono ritrovati tutti allineati e coperti nel ruolo di partigiani dello status quo in Iraq, cioè della realtà di un regime che per quarant’anni ha condotto una guerra quotidiana contro il popolo iracheno.

“Bella proposta, ha un solo handicap, manca la firma di Saddam Hussein.” Così, il 24 marzo 2003, l’allora Ministro degli Esteri Franco Frattini davanti alle Commissioni Affari esteri di Camera e Senato liquidò “Iraq libero”, la iniziativa di Marco Pannella per una alternativa alla guerra e la transizione alla democrazia da realizzare in Iraq con l’esilio di Saddam e una amministrazione fiduciaria dell’Onu.

Sono dovuti passare quattro anni per “scoprire” che la proposta di Pannella non era l’ennesima “follia” radicale, ma un progetto politico realistico.

L’ultima conferma della sua attendibilità è venuta il 25 settembre scorso con la pubblicazione su El Pais della trascrizione integrale di una conversazione tra il Presidente americano e il Primo Ministro spagnolo José Maria Aznar.

È il 22 febbraio 2003, quattro settimane prima dell’invasione dell’Iraq, quando Bush riferisce ad Aznar che “gli egiziani stanno parlando con Saddam Hussein, sembra che abbia fatto sapere che è disposto ad andare in esilio se gli permetteranno di portare con sé un miliardo di dollari…”

Diversamente da quanto comunicato al Parlamento, anche il Governo italiano sarebbe stato al corrente delle intenzioni di Saddam, se è vero che Bush riferisce ad Aznar che anche “Gheddafi ha detto a Berlusconi che Saddam se ne vuole andare”.

Ora, mentre rumori di guerra rimbombano nuovamente nell’area mediorientale, il “visionario” Marco Pannella, tirando lo stesso filo di “Iraq libero” ma tessendo questa volta una trama diversa e più complessa, propone un progetto, chiamato “Primo Grande Satyagraha Mondiale per la Pace, la libertà e la democrazia in Medioriente”, volto a costruire una alternativa strutturale alla realtà strutturale che genera o provoca guerre e conflitti in Medioriente che, dal Medioriente, rischiano di propagarsi nel mondo.

Come nell’Europa degli anni 40, secondo Pannella, anche nel Medioriente di oggi e, in particolare, in quel lembo di terra, detto Palestina, che da mezzo secolo coincide con il focolaio di crisi e di guerre, occorre riconoscere nel dato strutturale di Stati nazionali e autoritari, nelle aspirazioni e illusioni nazionaliste e nelle ideologie illiberali, la causa prima di guerre e un’ipoteca pesante e distruttiva sullo sviluppo civile e democratico della regione mediorientale.

“Israele nell’Unione Europea,” è solo un esempio, uno degli obiettivi del Grande Satyagraha, un primo filo che Pannella tenta di tirare nella intricata matassa mediorientale.

Per salvare Israele, anche da se stessa, dall’illusione sostanzialmente nazionalistica che la sicurezza di uno Stato, il cui territorio consiste solo nello 0,2% dell’intera area e i cui abitanti sono appena lo 0,8% della popolazione mediorientale, possa essere garantita dal suo esercito, la cui invincibilità peraltro è stata messa a dura prova anche nella recente guerra libanese.

Il sondaggio più recente, che è del febbraio scorso, mostra che il 75% dei cittadini israeliani vuole l’ingresso di Israele nell’Unione Europea.

Le classi dirigenti non si fidano (e non hanno tutti i torti) di questa “Europa delle patrie” che ha letteralmente distrutto il sogno spinelliano ed ernestorossiano della “Patria europea”, eppure il solo annuncio di “Israele in Europa”, un avvio di negoziato, di interlocuzione europea con Israele (ora l’Europa dialogo solo con Abu Maze, con Hamas, con Ezbollah, ma non con Israele) vanificherebbe, rendendole semplicemente ridicole, le minacce iraniane sulla cancellazione dello Stato ebraico dalla faccia della terra.

Di certo, la risposta alla follia “fascista” e distruttiva di Ahmadinejad non può essere la follia “democratica” e autodistruttiva della “terza guerra mondiale” di Bush, ma la forza e la tutela che possono dare a Israele il suo essere parte di uno spazio politico e giuridico sovranazionale, di una comunità non di sei milioni ma di mezzo miliardo di persone come può essere quella europea.

Allora, Pannella, con il suo Satyagraha e a partire dalla formula “Israele nell’Unione Europea”, un progetto strutturale di pace per il Medioriente e che offre anche una “visione”, una prospettiva democratica, federalista ed europea a tutta la sponda sud del Mediterraneo, lo ha presentato.

Ora, non si risponda, come per l’esilio di Saddam, “bel progetto, peccato che manca la firma di Israele”, oppure la sua variante “Bella proposta, peccato che manca la firma dell’Unione Europea”.

Come sulla moratoria, lo scandalo e il miracolo della nonviolenza ha sconfitto il partito “europeo” dell’anno del poi e del mai, così può essere anche con la proposta “Israele nell’UE”…

Si tratta di avere fiducia nella forza e nella ragionevolezza delle idee…

E si tratta di sconfiggere quello stesso apparato burocratico brussellese, braccio armato, operativo dell’Europa delle Patrie contro la Patria Europea, che ha impedito per tredici anni all’Onu di votare la Moratoria, la Riforma nonviolenta, pragmatica e democratica della Giustizia penale internazionale e nazionale…

Si tratta, cioè, di Riformare anche questa Europa, anche perché non vediamo l’alternativa, l’attendibilità di un progetto concreto o la semplice visione del Governo italiano e dell’Unione Europea sul Medioriente.

Dopo anni di road map, conferenze di pace e risoluzioni dell’Onu fallimentari, sappiamo già che la formula “Due popoli, due Stati”, tanto cara alla politica estera italiana ed europea, non può dare alcun affidamento.

Intanto, perché i palestinesi hanno il diritto a non vedersi imposto una qualsivoglia forma di Stato che non sia espressione e forza dei loro diritti umani, politici, civili, sociali e di coscienza.

Ma, soprattutto, perché la pace in Palestina, se vogliamo sia fatto duraturo, strutturale, non può fondarsi sul principio ottocentesco della sovranità nazionale assoluta che è stata la fonte primaria di tutti i conflitti in Medioriente, e non solo».