Sondaggi e statistiche in tema di eutanasia
Altre pagine di questo documento:
- «Morire dev'essere come addormentarsi dopo l'amore»
- Di cosa si parla quando si parla di accanimento terapeutico
- Il ricorso di Piero Welby contro l'accanimento terapeutico
- Sondaggi e statistiche in tema di eutanasia
- Consenso informato, testamento biologico ed eutanasia
- Da Tony Bland a Diane Pretty. Alcuni (diversissimi) casi in tema di eutanasia
L’eutanasia è un argomento molto dibattuto sin dall’antichità. «La morte non è la peggiore delle infermità, peggiore è il desiderio di morire e non poterlo consumare». Parole di Sofocle. Usando il termine greco euthanasia Ottaviano definisce il suo ideale di morte. In questo caso significa «morire felici e con onore». Nel Giuramento di Ippocrate del V e IV secolo avanti Cristo, l’eutanasia attiva e l’assistenza al suicidio sono invece espressamente vietate: «Giammai, mosso dalle premurose insistenze di alcuno, propinerò medicamenti letali né commetterò mai cose di questo genere». Nel Medioevo, poi, il cristianesimo monopolizza il rapporto con la morte e soltanto nel Rinascimento Thomas Moore e Francis Bacon torneranno a giustificare l’interruzione volontaria della vita. Ciò che nei secoli non si interrompe, tuttavia, a dispetto del dibattito giuridico-filosofico e delle sanzioni penali, è la pratica dell'eutanasia, come oggi confermano sondaggi e statistiche.
Italia
Sette italiani su dieci favorevoli all’eutanasia
2007, Rapporto Italia dell’Eurispes
Secondo un’indagine condotta dall’Eurispes per il Rapporto Italia 2007, quasi sette italiani su dieci sono favorevoli all’eutanasia (il 68% degli intervistati). I risultati, presentati con una conferenza stampa, mettono in risalto un atteggiamento aperto dei cittadini nei confronti dei temi che la politica definisce eticamente sensibili. Dalla ricerca emerge un altro dato interessante, che riguarda l’eutanasia clandestina. Circa un italiano su quattro (il 26,3% degli intervistati) ritiene che, nonostante sia attualmente una pratica illegale, negli ospedali pubblici venga comunque praticata per i casi irrisolvibili.
L’anticipazione dei dati del Rapporto Italia 2007
Il 57% degli italiani è favorevole all’eutanasia
2006, Rapporto annuale del Censis
Sebbene in maniera critica, definendola «un’affermazione estrema del primato del soggetto che dà valore etico alle decisioni individuali in materia bioetica e configura l’assetto più avanzato della deriva verso l’autodeterminazione che domina la nuova domanda di salute», il 40° Rapporto del Censis dà conto della evoluzione dell’opinione degli italiani in tema di eutanasia. Se nel 2003 sul riconoscimento del diritto del malato o del familiare più prossimo a scegliere quando interrompere la terapia il paese era perfettamente spaccato in due, nel 2006 la maggioranza favorevole sale al 57%. Il richiamo al principio dell’autodeterminazione individuale è costante nelle risposte fornite dagli intervistati su tutte le questioni bioetiche. Dopo la campagna per i referendum sulla fecondazione assistita e la ricerca scientifica, nonostante il mancato raggiungimento del quorum nelle consultazioni del 2005, il giudizio sull’utilizzo di embrioni umani per la ricerca scientifica appare ribaltato. Se nel 2002 il 67,3% degli italiani era contrario, oggi il 55,3%, la maggioranza, è favorevole. Il sondaggio indaga anche sulle opinioni femminili, considerando il rapporto personale con la religione che, tuttavia, almeno quando la religione praticata è quella cattolica, non sembra influenzare troppo le scelte. Così, ad esempio, il 37% delle cattoliche praticanti ritiene che la diagnosi pre-impianto debba essere consentita, il 61,3% è favorevole alla pillola del giorno dopo, l’85% è per la contraccezione. Le donne italiane, invece, che siano religiose o meno, concordano nel ritenere che la scelta del sesso del nascituro debba essere vietata (le percentuali contrarie variano dall’88,7% delle cattoliche non praticanti al 95,3% delle atee).
Il testo del 40° Rapporto Censis
La presentazione del Rapporto Censis
Scarsa la familiarità dei medici con le dichiarazioni anticipate
2006, Associazione a Buon diritto
Il campione della ricerca si compone di 266 medici, la maggioranza dei quali oncologi e anestesisti-rianimatori, operanti in 19 ospedali italiani distribuiti in ogni area geografica della penisola. Interrogati sul grado di familiarità con il tema delle dichiarazioni anticipate di trattamento, il 42,1% degli intervistati giudica “scarso” il proprio livello di conoscenza della materia; il 33,5% lo ritiene “sufficiente”, mentre il 20,3% afferma di avere buona preparazione sull’argomento. Solo in 8 casi (3%) si dichiara un grado di informazione “approfondito”. La percentuale di informati cresce ordinatamente alla successione delle classi di anni di pratica medica, anche se lo scarto tra le due categorie estreme (i medici più ‘giovani’, con al massimo 7 anni di esperienza, e i medici più ‘anziani’, con 25 e più anni di esperienza medica) risulta inferiore al 20%. L’argomento delle dichiarazioni anticipate di trattamento, da quanto affermano i medici intervistati, non appare particolarmente socializzato nell’ambito della comunità medica. Solo il 47,5% degli intervistati dichiara di aver affrontato il tema delle dichiarazioni anticipate di trattamento nel corso di discussioni con colleghi; mentre il 19,6% del campione ha avuto occasione di partecipare a riunioni o convegni scientifici in cui si è parlato di Testamento Biologico. Ma è soprattutto con i pazienti che non si discute di direttive anticipate. Nell’economia del rapporto medico-malato l’argomento sembra trovare posto solo raramente (appena il 15,1% degli intervistati ne ha discusso con i pazienti).
La ricerca dell’associazione A buon diritto
Il 38,6% dei rianimatori ha praticato l’eutanasia clandestina
2002, Indagine del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica di Milano
Il 12 novembre 2002 il Corriere della Sera ha pubblicato i risultati di un’indagine realizzata dal Centro di Bioetica dell’Università Cattolica di Milano. Lo studio, coordinato dal professor Adriano Pessina, è stato presentato in un convegno del Sibce (Società per la bioetica e i comitati etici). A 259 rianimatori, operatori di prima linea che curano persone la cui sopravvivenza è affidata a macchine, è stato sottoposto un questionario con oltre 100 domande. Ha risposto l’87%. Il 3,6% dei medici ha dichiarato di aver somministrato volontariamente farmaci letali (eutanasia attiva). Il 96,4% ha negato di averlo mai fatto. Il 15,8% degli intervistati ritiene tuttavia questa iniziativa accettabile. La stranezza di una forbice così larga, spiegano gli esperti, potrebbe essere dovuta al fatto che i medici che somministrano la dolce morte, e non lo confessano nemmeno in un questionario anonimo, sono molti di più. A favore dell’eutanasia attiva soprattutto i più giovani. La maggioranza dei favorevoli si professa “non credente” o “credente non praticante”. Il 19,3% del campione nega di aver mai sospeso le cure (staccando il respiratore, interrompendo l’erogazione dell’ossigeno, eccetera). Il 38,6% riconosce di averlo fatto almeno una volta, il 42% “più spesso”. In nessun caso questo atto medico viene riportato sulla cartella clinica, per il timore di essere denunciati. L’eutanasia passiva è attuata anche senza il consenso contestuale del paziente incapace che tuttavia in passato aveva fatto intendere al medico le sue volontà. Il 21,3% afferma di aver tenuto conto di questo testamento biologico qualche volta, il 9,2% spesso o sempre. Quasi il 50% di coloro che hanno staccato la spina ha preferito non coinvolgere nella decisione i familiari, neppure quelli più stretti.
Riviste scientifiche
Lancet 355 (2000), 2112-18. Il 45% dei neonatologi italiani interpellati ha deciso di non somministrare alcun trattamento di sostentamento vitale (es. respirazione meccanica); il 52% ha deciso di non praticare manovre di rianimazione; il 78% ha deciso di non aggiungere altri trattamenti anche se necessari ai fini dell’allungamento della vita; il 34% ha deciso di non somministrare farmaci salva-vita; il 28% ha deciso di cessare la respirazione meccanica; il 32% ha deciso di somministrare farmaci per alleviare il dolore anche se potenzialmente letali; il 2% ha deciso di somministrare farmaci con l’intenzione di terminare la vita.
Clinical Care Medicine, volume 27 (8), August 1999, pp 1626-1633. Il 13% dei medici italiani di rianimazione ha somministrato sostanze con l’intento di accelerare il processo di morte.
Lancet, volume 362 (9381), 345-50, 2003. Il 23% dei decessi in Italia è’ stato preceduto da una decisione medica sul fine vita.
Lancet, volume 354, issue 9193, 27 novembre 1999, pp 1876-1877. Il 17% dei medici italiani sono disposti a praticare l’eutanasia attiva o il suicidio assistito, mentre il 79,4% è disposto a interrompere il trattamento di sostentamento vitale.
Journal of Pain and Symptom Management, volume 17, issue 3, marzo 1999, pp 188-196. L’11% dei medici italiani ha avuto richieste di eutanasia, il 4,5% di assistenza al suicidio.
Olanda
L’Olanda è il primo paese al mondo ad avere legalizzato l’eutanasia. La legge è stata approvata dal Parlamento nel 2000, ma in realtà l’eutanasia era da tanti anni tollerata. Le statistiche diffuse dai promotori della legge all’epoca parlavano di oltre 2000 pazienti morti per eutanasia o suicidio assistito nel 1999. Un numero ben lontano da quello effettivo, che si immaginava notevolmente superiore. Diverse le interpretazioni. Il 5 dicembre 2000 il quotidiano della Conferenza episcopale l’Avvenire ha pubblicato un’intervista al dottor Karel Gunning, presidente della Federazione mondiale dei medici che rispettano la vita. Nell’intervista Gunning contestava le cifre ufficiali: a suo parere quelli indicati erano soltanto i casi di “uccisione del paziente su sua richiesta”. Già nel 1991 il cosiddetto Rapporto Remmelink stabilì che, su 130mila decessi annui in Olanda, ben 20mila riguardavano casi in cui il medico aveva preso “misure terapeutiche” con l’obiettivo, primario o secondario, di mettere fine alla vita del paziente. Nel ’95 un nuovo rapporto dimostrò che da 20mila i casi di eutanasia “semi-intenzionale” erano saliti a 26mila, in aumento del 25%. “La mentalità di morte – concludeva Gunning nell’intervista – è diventata la norma tra i medici olandesi. Conosco un internista che curava una paziente con cancro ai polmoni. Arriva una crisi respiratoria, che rende necessario il ricovero. La paziente si ribella: non voglio l’eutanasia, implora. Il medico l’assicura, l’accompagna lui stesso in clinica, la sorveglia. Dopo 36 ore la paziente respira normalmente, le condizioni generali sono migliorate. Il medico va a dormire. Il mattino dopo non trova più la sua ammalata: un collega gliel’aveva terminata perché mancavano letti liberi”.
Belgio
Il Belgio, sulle orme dell’Olanda, garantisce ai propri cittadini il diritto all’eutanasia. Secondo un primo bilancio, compiuto ad un anno dall’entrata in vigore della legge (settembre 2002/settembre 2003), sono state praticate 170 eutanasie. Un’indagine pubblicata dalla rivista medica Artsenkrant afferma tuttavia che le cifre reali sono almeno doppie. E questo perché la legge belga impone ai medici chiamati ad applicare l’eutanasia una procedura complessa, che prevede lunghi questionari e il parere favorevole di un medico terzo, la cui infrazione è punita con sanzioni piuttosto pesanti. Da qui la stima di 400-500 eutanasie effettivamente praticate in Belgio da un anno a questa parte. Cifre comunque non così rilevanti, se si tiene conto che il Belgio ha dieci milioni di abitanti e che il dato ufficiale delle eutanasie praticate nel 2002 in Olanda (che ha quindici milioni di abitanti) è stato undici volte superiore. Questa netta differenza potrebbe essere dovuta a un fattore religioso: quasi il 90% dei belgi è di fede cattolica, mentre la maggior parte degli olandesi è protestante ed ha scrupoli minori verso una pratica che la Chiesa bolla come omicidio o suicidio. In Belgio, invece, la legalizzazione dell’eutanasia è ancora motivo di polemiche e di ricorsi di incostituzionalità pendenti presso il Consiglio di Stato.
Danimarca
Almeno un medico su dieci, in Danimarca, ha aiutato a morire pazienti in fase terminale, e almeno il doppio sarebbe pronto a farlo se fosse preparato opportunamente. I dati emergono da un sondaggio realizzato da un’organizzazione favorevole all’eutanasia. L’associazione ha distribuito un questionario a 487 medici, con la garanzia dell’anonimato, e i risultati sono stati pubblicati dal giornale di categoria Dagens Medicin nel novembre 2003. Dal sondaggio si evince che il suicidio medicalmente assistito è diffuso in Danimarca, e che su questo tema occorrerebbe aprire un dibattito pubblico. “E’ totalmente inaccettabile che oggi avvengano delle morti assistite senza alcuna forma di regolamentazione” – ha rilevato Tom Alsner, vicedirettore dell’associazione. “Tutto avviene senza alcuna preparazione specifica per i medici, e senza alcun tipo di controllo. E’ assolutamente irresponsabile e crea incertezza tra i pazienti”. Il Consiglio danese per l’etica si prepara a pubblicare un rapporto sulla questione, in cui prenderà posizione sull’eventualità di autorizzare i medici a praticare l’eutanasia su richiesta dei malati terminali”.
Svizzera
Nella Confederazione svizzera l’eutanasia è proibita, ma il suicidio assistito non è punito. Secondo gli organi di stampa versando solo 25 franchi svizzeri è possibile chiedere assistenza a cliniche specializzate. “Ci sono delle settimane che entra tanta gente” – ha dichiarato all’inviato de Il Giorno una dipendente della Dignitas, l’istituto in cui qualche tempo fa, aiutata dalla figlia, si è recata a morire una donna di Monza affetta da una grave malattia. Finora la Dignitas ha aiutato a morire centinaia di persone. Vengono da tutta l’Europa: per la maggior parte tedeschi, seguivano gli italiani, i francesi, i greci. Per essere accettati occorre un certificato medico che attesti l’irreversibilità della malattia o una invalidità insopportabile. Seguono incontri e colloqui, nei quali si chiarisce la volontà del malato.
Altre statistiche in tema di eutanasia: Gran Bretagna
Altre pagine di questo documento:
- «Morire dev'essere come addormentarsi dopo l'amore»
- Di cosa si parla quando si parla di accanimento terapeutico
- Il ricorso di Piero Welby contro l'accanimento terapeutico
- Sondaggi e statistiche in tema di eutanasia
- Consenso informato, testamento biologico ed eutanasia
- Da Tony Bland a Diane Pretty. Alcuni (diversissimi) casi in tema di eutanasia







