I Radicali e il finanziamento pubblico ai partiti: un NO lungo trent'anni

Pubblicato il 22 Agosto 2007

Il tesoriere dei DS, Ugo Sposetti, ha recentemente avanzato la proposta di reintrodurre i finanziamenti pubblici ai partiti, in realtà già ripristinati attraverso vari meccanismi anche dopo il referendum radicale del 1993, che ne decise l'abrogazione con il consenso del 90,3% degli italiani.

I documenti d'archivio della battaglia dei Radicali, gli approfondimenti sui costi e le caste della politica e le recenti proposte sulle fondazioni.

Finanziamento pubblico ai partitiFinanziamento pubblico ai partiti

No al finanziamento dei partiti, di Vittorio Tapparone (21/09/71)

«Di uso frequentissimo, ma purtroppo di difficile abuso, il motto di Orwell - che tutti gli animali sono eguali, ma alcuni (nel suo racconto i porci) sono più eguali degli altri - calza anche nel caso delle proposte di legge sul finanziamento dei partiti a carico dello Stato. Come Radicali riteniamo di aver scritto cose ovvie a un intendere democratico quando, nel nuovo statuto del partito approvato nel 1967, indicammo - per poi praticarlo - nell’autofinanziamento il mezzo di sostentamento delle nostre attività e nella pubblicazione e discussione del bilancio un momento essenziale del dibattito politico interno, in un partito che si vuole reggere su criteri di autogestione […]. Ritenemmo invece inammissibile la ipotesi di un diretto finanziamento pubblico ai partiti, equivalente a una statalizzazione della attività politica e a una cristallizzazione di una casta di chierici lontana e diversa - nei pensieri, nelle parole e nei comportamenti - dal comune cittadino».

Finanziamenti dei partiti, da Notizie Radicali (15/02/76)

«L’ex segretario nazionale del Partito Radicale, Giulio Ercolessi, e un altro esponente del PR, Mario Pujatti, saranno giudicati il 20 marzo dal Pretore di Pordenone, imputati ai sensi dell’art. 156 della legge di PS e dell’art. 17 stessa legge (divieto di collette pubbliche anche a mezzo stampa) e per l’art. 18 (occupazione di suolo pubblico). Rischiano cinque mesi di carcere. In tal modo, finalmente, per la prima volta, un partito italiano viene giudicato per i suoi finanziamenti illegali […]. Un analogo processo è pendente presso il Pretore di Ferrara contro Marco Pannella […]. È in effetti noto che il PR basa la sua attività su un rigoroso e pubblico autofinanziamento. È questo un suo principio statutario e sua prassi costante. Questo è delinquere organizzato. I partiti, come è noto, devono invece finanziarsi con il peculato, la corruzione, i soldi delle centrali spionistiche straniere e nazionali, con le multinazionali che rapinano l’Italia come una colonia, o con il cosiddetto finanziamento pubblico per cui - ad esempio - i cittadini comunisti e radicali devono con i loro soldi sovvenzionare il MSI e le stragi più o meno “fasciste” e nazionali”».

Lista Radicale alle elezioni, di Marco Pannella (12/04/76)

«Il regime partitico ufficiale si fonda, com’è ormai noto, oltre che sulla rapina legale del danaro pubblico, anche sul peculato, sulla corruzione, sui fondi neri di tutte le baronie economiche pubbliche e private, nazionali ed internazionali. Esso mantiene ancora in vita leggi che hanno consentito alla magistratura di condannare penalmente esponenti radicali colpevoli di ricorrere all’autofinanziamento pubblico e volontario, delle proprie attività: i Radicali sono così dei delinquenti condannati per “colletta pubblica”, fastidi di mendicanti e straccioni da marciapiede. Non vogliono “rubare”. Non devono vivere […]».

Relazione del tesoriere nazionale Paolo Vigevano al XVI congresso del Partito Radicale (16/07/76)

«Caratteristica del Partito Radicale è stata in questi anni la pratica del più rigoroso autofinanziamento. Abbiamo affrontato queste elezioni in condizioni difficili e quasi disperate. Lo erano, sì le condizioni politiche generali. Ma lo erano a maggior ragione le condizioni economiche e finanziarie del partito che partiva con un deficit di venti milioni, senza nessuna prospettiva di finanziamento che non fosse quella dei propri iscritti e simpatizzanti. Oggi possiamo dire che abbiamo superato questa prova grazie allo sforzo dei vecchi e dei nuovi Radicali, con l’autogestione libertaria della campagna elettorale. E l’abbiamo superata mantenendo intatta questa connotazione fondamentale per un partito libertario. La nostra campagna elettorale l’hanno pagata gli iscritti al partito, i sostenitori non iscritti i simpatizzanti, gli elettori […]. In due mesi seimila persone hanno mandato il Loro contributo al Partito radicale. Potevano essere molti di più se avessimo potuto utilizzare la televisione come hanno fatto i partiti che erano già rappresentati in Parlamento […], e avessimo potuto attuare una campagna elettorale più ricca, se avessimo avuto a disposizione il finanziamento pubblico, la partecipazione in imprese, l’utilizzazione di fondi più o meno neri come gli altri partiti. Ma ormai questo è un dato storico del Partito Radicale, che riesce a vivere proprio perché accetta sempre di passare attraverso queste prove rifiutando soluzioni facili ma che alla fine risulterebbero perdenti e letali […]. Dobbiamo essere in grado di rinunciare ai miliardi del finanziamento pubblico, che comunque rifiuteremo perché non solo in un partito come il nostro, ma in un qualsiasi altro partito accettare il finanziamento pubblico equivale ad accettare la nazionalizzazione del partito […]. Il partito che diventa tributario del potere, dei finanziamenti prima occulti e poi pubblici del potere è un partito che perde il suo radicamento di classe e che dà forza di classe all’interno delle istituzioni rischia di diventare un cuneo del regime all’interno della classe […]. Abbiamo invece deciso di accettare il rimborso delle spese elettorali. Si tratta anche questa di una legge sostanzialmente sbagliata, in quanto prevede che il rimborso venga assegnato soltanto ai partiti che abbiano raggiunto il 2% dei voti o un quorum e almeno 300.000 voti. Sono limiti estremamente restrittivi […], tuttavia il principio del rimborso elettorale è sostanzialmente giusto in quanto tende a ridurre le spese elettorali e a moralizzare la campagna elettorale […]».

Mozione generale approvata dal XVI Congresso Straordinario del Partito Radicale (18/07/76)

Perché “NO” al finanziamento pubblico dei partiti

Il XVI Congresso straordinario del Partito Radicale […] nel riaffermare il dato caratterizzante del principio dell’autofinanziamento delle forze politiche, dà mandato al segretario nazionale di provvedere alla costituzione di un gruppo di lavoro che presenti al Congresso […] un progetto di legge sostitutivo dell’attuale, che preveda l’erogazione da parte dello Stato dei servizi necessari all’attività politica dei partiti e non a sostenere gli apparati burocratici ed il rimborso elettorale in forma uguale a tutte le organizzazioni che abbiano presentato proprie liste in tutte le circoscrizioni ed abbiano raggiunto un risultato minimo da definire. […] Ritirare la quota del fondo di finanziamento dei partiti spettante al Partito Radicale, onde evitare che sia ridistribuita tra gli altri partiti, e di congelarla in un apposito fondo bloccato fino al momento della revisione della legge secondo i principi sopra descritti e di attuare tutte le iniziative di lotta (compresa l’indizione di un referendum abrogativo) per raggiungere tale obiettivo […].

Dall’antagonista radicale al protagonista socialista, di Mario Signorino (30/08/76)

«[…] rifiuto del finanziamento pubblico: non solo perché l’attuale forma di finanziamento pubblico equivale a una “nazionalizzazione” di fatto, ma perché - ha dichiarato il tesoriere - “la fisionomia del partito ne sarebbe stravolta, non si resisterebbe alla tentazione del funzionariato, ai viaggi pagati, si rinuncerebbe a cercare i mezzi di auto finanziamento anche per le piccole cose”; e le nuove iniziative perderebbero il carattere tipico delle lotte radicali, l’autogestione e l’autofinanziamento […]».

Le armi del Partito Radicale, di Marco Pannella (08/05/77)

«[…] Il Partito Radicale ha ieri deciso di non usare una sola lira del miliardo del finanziamento pubblico dei partiti per la propria attività e anche per la raccolta delle firme per i referendum […]. I principi vanno difesi proprio quando è difficile dar loro corso: è allora che valgono e vanno affermati. Non toccare il danaro del finanziamento di regime quando non se ne ha bisogno, tutti ne sono capaci. Per questo o raccoglieremo trecento milioni di autofinanziamento in un arco breve di giorni o dovremo constatare di aver perduto».

Un’alternativa alla burocrazia, di Gianfranco Pasquino (25/05/77)

«[…] Comunque lo si rigiri, il problema delle risorse che i partiti politici necessitano e utilizzano si presenta come uno dei problemi chiave nel funzionamento delle moderne democrazie rappresentative […]. Ebbene, la legge italiana sul finanziamento pubblico dei partiti, per il modo con cui fu presentata e per la rapidità con cui fu approvata, ha assunto tutte le caratteristiche della sanatoria di una situazione di gravi peccati del passato, ma non ha saputo cogliere quegli aspetti di moralizzazione vera della vita pubblica italiana […]. Si possono giustificare i finanziamenti statali ai partiti, “in forma diretta”, asserendo ad esempio che essi sono necessari affinché i partiti mantengano quei legami essenziali con la società civile […]. Tuttavia, pur essendo d’accordo sul principio e sulla sostanza, resta da vedere se non esistono alternative al finanziamento diretto che siano al tempo stesso più funzionali e più eque […]. È giusto sostenere che non ci si può affidare del tutto allo spontaneismo, ma è anche importante ribadire che non si deve assolutamente fare leva esclusivamente su remunerazioni materiali: la politica è anche, e deve rimanere, un’attività nella quale le remunerazioni ideali costituiscono una delle motivazioni centrali […]. Se si va cercando un’alternativa reale, plausibile e “migliore” del finanziamento diretto dei gruppi parlamentari italiani […], va cercata […] nel potenziamento dei servizi del nostro Parlamento […], quindi nell’ampliamento dello staff e nella possibilità di accesso a tecnici esterni e di miglioramento della preparazione complessiva di tutto il personale […]. Quali siano stati gli effetti positivi del finanziamento pubblico, è difficile dirlo: aspettiamo dai loro sostenitori, i chierici del regime (tipicamente i consiglieri dei partiti), un’analisi elaborata. Ma, forse, mentre aspettiamo, è utile proporre torme alternative che premino la militanza e la partecipazione, l’impegno personale e dei gruppi e che portino la politica al livello cui appartiene: quello dei cittadini italiani, strappandola dalle grigie stanze dei funzionari di partito stipendiati dal regime».

I referendum, il 12 maggio, quelli che firmano e quelli che sparano (25/05/77)

«[…] il successo della raccolta delle firme rischiava di essere vanificato per insuperabili difficoltà finanziarie: l’alternativa cui in concreto il partito si trovava di fronte era fra un rilancio dell’autofinanziamento pressoché “impossibile” nella misura necessaria di alcune centinaia di milioni, e la rinuncia alla decisione di non utilizzare i fondi del finanziamento pubblico […]. Ma il dibattito ha poi dimostrato che l’alternativa era non solo malposta, ma inesistente: perché di fatto risultava politicamente impossibile compiere quella che sarebbe apparsa non tanto all’esterno, quanto soprattutto nella coscienza degli iscritti e nel modo di essere del partito, una conversione di centottanta gradi […]».

Referendum per l’abrogazione della Legge 2 maggio 1974, n.195 – Contributo dello Stato al finanziamento dei partiti politici (30/06/77)

Scheda sul referendum abrogativo del finanziamento pubblico dei partiti, promosso dal Partito Radicale. Ordinanze della Corte di Cassazione.

Difendere i referendum, rafforzare il partito e l’opposizione, di Gianfranco Spadaccia (06/09/77)

«I problemi e le urgenze della lotta politica ci ripropongono il problema dell’utilizzazione dei fondi del finanziamento pubblico. Problema delicato e serio perché tocca una questione di principio, fondamentale per il partito: quella del rigoroso autofinanziamento della propria organizzazione delle proprie lotte […]. Ricordo che non abbiamo mai detto che non avremmo utilizzato i soldi del finanziamento pubblico, che rappresentano un patrimonio del partito e dell’elettorato radicale. Noi abbiamo detto:

1) che non li avremmo utilizzati a fini di partito;

2) che non li avremmo utilizzati fino a quando non avessimo messo in atto i meccanismi necessari per l’abrogazione dell’attuale legge sul finanziamento pubblico;

3) che non li avremmo utilizzati per finalità contraddittorie con le nostre posizioni di principio.

[…] Il problema deve e può essere risolto con concretezza, ma anche senza furbizia: cioè mantenendoci coerenti con la nostra posizione di principio (autofinanziamento del partito e della lotta), e contemporaneamente facendo in modo che questo patrimonio possa essere utilizzato “non a fini di partito e non dal partito”, per contribuire alle lotte democratiche che devono essere combattute, in tempi politicamente utili […]».

Relazione del tesoriere nazionale Paolo Vigevano (29/10/77)

«[…] questa legge sul finanziamento pubblico è un cuneo del regime all’interno dei partiti intesi come espressione della società civile; quando abbiamo parlato della “corruzione” prodotta da questo finanziamento pubblico non abbiamo mai fatto una valutazione di tipo moralistico che non ci interessa, ma una valutazione sostanziale; questa legge rappresenta con i miliardi che destina agli apparati e alle burocrazie dei partiti una vera e propria “occupazione” del regime al loro interno […]».

Mozione generale approvata dal XIX Congresso del Partito Radicale (01/11/77)

«[…] sul tema del finanziamento pubblico, nel respingere le accuse di reazionismo mosse a questo referendum da parte comunista e socialista, il Partito Radicale […] ribadisce di essere avverso a questa legge di finanziamento dei partiti e ai suoi meccanismi distorcenti e favorevole ad una legge di finanziamento indiretto a sostegno dell’attività e dell’iniziativa politica di tutti i cittadini […]. Il Congresso Nazionale, preso atto della relazione del tesoriere e del bilancio del partito, ribadisce infine che l’organizzazione del partito e ogni sua politica deve basarsi sul rigoroso autofinanziamento dei militanti e dei sostenitori […]».

Finanziamento pubblico, di Paolo Vigevano (08/11/77)

«[…] la scelta della riconsegna del finanziamento pubblico al gruppo parlamentare è per il partito la scelta dell’autofinanziamento, per attuare il quale il partito ha stabilito di darsi degli strumenti attraverso autotassazioni progressive, volontarie, in base al reddito degli iscritti per il finanziamento delle attività ordinarie e il ripianamento del deficit […]».

Lettera di Marco Pannella al quotidiano Il Messaggero (03/03/78)

«Il compagno Natta e il direttore dell’Unità […] affermano che abbiamo speso, utilizzato gli 878 milioni del finanziamento pubblico, che invece non abbiamo nemmeno toccato, dopo che il Partito Radicale ce li ha restituiti. Natta ci chiede di “provare noi di non averli spesi”. Strana concezione della giustizia: non è l’accusa a dover provare il delitto, ma l’imputato a dover dimostrare di non averlo commesso«».

Partiti, società, stato, di Massimo Teodori (15/03/78)

«[…] portare la prova referendaria nel paese con uno scontro esemplificativo solo sul finanziamento ai partiti, significherà probabilmente la formazione di uno schieramento che vede uniti in difesa della legge vigente i sei partiti (forse con la sola eccezione del PLI) con l’aggiunta delle mezze ali quali quella Democrazia Nazionale costituita appunto sulla spartizione del sussidio pubblico. Al tempo stesso il tentativo dell’esarchia sarà quello di isolare dall’altra parte i Radicali promotori dell’abrogazione della legge attuale, sospingendoli magari accanto al MSI se questo si dichiarerà contro la legge, e comunque in un’area di opinione che si vorrà definire ed etichettare come qualunquista […]. Non sappiamo in che misura un tale disegno sarà perseguito, se esso riuscirà, e quali potranno essere gli esiti del referendum […]. Si vorrà invece […] presentare i Radicali cosa diversa dalla loro tradizione e prassi facendoli passare come il prodotto della disgregazione sociale in funzione antipartitica. E facendo ciò i partiti che difenderanno “questo tipo di finanziamento pubblico” tenteranno di rigettare fuori da sé la effettiva tendenza che tutti li accomuna, in maggiore o minore misura: quella cioè di divenire sempre più dei prolungamenti dello Stato, come branche istituzionali e istituzionalizzate di questo Stato il cui sistema politico tende ad essere sostenuto, con l’attuale finanziamento pubblico, secondo la logica assistenziale che ormai presiede ogni settore della vita nazionale, dalla economia all’articolazione sociale alla pluralità degli enti locali e di quelli funzionali».

Autofinanziamento: non una lira dallo Stato (26/05/78)

Cronistoria dell’opposizione radicale alla legge sul finanziamento pubblico dei partiti, a partire dall’ingresso dei primi quattro deputati in Parlamento (luglio 1976). Smentito chi prevedeva che, al primo impatto con il finanziamento pubblico, i Radicali avrebbero cambiato idea.

Referendum: per una nuova grande vittoria popolare l’11 giugno vota e fai votare SÌ alla non violenza, alla Costituzione, alla libertà (26/05/78)

Il “volantone” diffuso dal Partito Radicale in occasione dello svolgimento dei referendum sulla legge Reale e del finanziamento pubblico dei partiti.

«Se una grande maggioranza popolare di comunisti, di socialisti, di democratici, di cristiani voterà SÌ l’11 giugno vincerà la democrazia, vincerà il paese, vincerà il partito della non-violenza, dello stato di diritto, dell’onestà e del rinnovamento. E nessuno sarà sconfitto».

L’11 giugno si vota sul finanziamento pubblico dei partiti (01/06/78)

«Ti chiediamo di votare SÌ all’abrogazione perché questa legge scandalosa, che costa allo Stato - cioè a te - ben “45 miliardi l’anno”, è stata votata “in soli 16 giorni”, nel 1974, da tutti i partiti (tranne il PLI e noi Radicali che allora non eravamo in Parlamento). Né prima, né dopo se ne è più parlato tanto che avrai notato che “c’è voluto il referendum” perché i partiti accennassero con gli elettori a questo problema. Ti dicono che il finanziamento pubblico moralizza la vita politica, perché così i partiti possono fare a meno di fondi neri e contributi “sporchi”. “E poi in realtà i fondi neri sono continuati”[…]. Ancora ti dicono che questa legge sarebbe “garanzia di democrazia”. Ma come, se i soldi vengono versati alle segreterie nazionali dei partiti che ne fanno ciò che vogliono, senza alcun controllo, né politico degli iscritti, né tecnico della Corte dei Conti, e l’unico obbligo che che hanno è di pubblicare un bilancio formale col quale è possibile nascondere tutto, tanto è generico […]?

Dicono poi che senza i miliardi pubblici non potrebbero continuare la loro attività politica. Questo perché la concepiscono come frutto di una enorme e costosa macchina burocratica e non hanno alcuna fiducia nella gente, in quello che potrebbe essere fatto con il loro contributo e la loro partecipazione. È invece vero che il finanziamento pubblico concepito quale sostegno ai partiti-apparati esistenti (e non come aiuto indiretto, che pure andrebbe dato, all’attività politica dei cittadini) mantiene artificialmente in vita partiti vecchi e sclerotizzati ed esclude formazioni nuove emergenti nella società».

Povertà come forza, intervista a Marco Pannella in vista del referendum dell’11 giugno (06/06/78)

«[…]il pericolo del finanziamento pubblico è gravissimo, perché rende il partito indipendente anche da chi vi milita e paga la sua quota. Un partito vive e cresce solo se vive e cresce il consenso sia politico che finanziario degli iscritti. Se col finanziamento pubblico il vertice trova che può vivere lo stesso, il consenso non gli è più necessario e può esistere anche contro di esso […]».

Risultati del referendum dell’11 giugno, Gianfranco Spadaccia (13/06/78)

«[…] nessuno può negare che il voto sul Finanziamento pubblico sia la manifestazione non di una rivolta qualunquista, ma di un vasto sentimento popolare che esprime esigenza di un diverso rapporto dei partiti con il loro elettorato, con le loro basi e il desiderio di una maggiore moralità pubblica […]».

Proposta di legge presentata dai deputati radicali per la modifica del finanziamento pubblico dei partiti, Aglietta, Ajello, Baldelli, Boato, Bonino, Cicciomessere, Crivellini, De Cataldo, Faccio, Melega, Mellini, Pinto, Rippa, Roccella, Sciascia, Teodori, Tessari (24/03/81)

«[…] l’attuale legislazione privilegia il finanziamento della struttura dei partiti piuttosto che quello delle attività e delle iniziative politiche da essi svolte o assunte nei momenti in cui ai cittadini, ed alle organizzazioni che sono espressione del loro diritto di libertà di agire collettivamente nella vita politica, è dato modo di influire sulla vita delle pubbliche istituzioni. Il presente disegno di legge è invece ispirato al concetto opposto: quello cioè di assicurare una adeguata provvista di mezzi alle attività ed alle iniziative di partecipazione popolare alla vita ed all’indirizzo delle istituzioni attraverso l’opera dei partiti, escludendo invece il finanziamento di essi in ragione della loro stessa esistenza ed in funzione della loro organizzazione permanente […]».

Finanziamento pubblico dei partiti, i bilanci dei partiti vanno controllati seriamente, di Marcello Crivellini (28/05/82)

«[…] proprio in questi giorni si è completato il pagamento del finanziamento pubblico dei partiti per il cui raddoppio il Governo Spadolini, questa volta con l’appoggio incondizionato del PSI, pose la questione di fiducia, per battere l’ostruzionismo radicale. I Bilanci di molti partiti di Governo grondano petrolio e tangenti; questi partiti saranno costretti a brogli, falsi e occultamenti (nazionali ed internazionali) per dare una parvenza di regolarità ai loro bilanci. In molti casi i responsabili amministrativi avranno un’ulteriore ancora di salvezza: l’immunità parlamentare. I Radicali non hanno nulla da nascondere, nè tangenti nè gli altri proventi della lottizzazione. Non solo non si vogliono nascondere dietro l’immunità parlamentare ma chiedono che organi al di fuori del proprio partito scelgano coloro che dovranno certificare il Bilancio. Vedremo se “l’emergenza morale” rimarrà, come sempre sinora, fuori della porta dei partiti e dei loro bilanci […]».

L’autofinanziamento, il finanziamento pubblico: la nostra proposta politica, di Marcello Crivellini (02/08/82)

«C’è una cosa che unisce tutti i partiti, di destra come di estrema sinistra: il segreto assoluto circa i propri bilanci, le proprie situazioni finanziarie e le attività economiche in genere. La legge sul finanziamento pubblico non solo non ha intaccato questa situazione ma l’ha peggiorata. Per “merito” della Presidente della Camera Jotti i modelli di bilancio previsti dalle norme di attuazione della legge non prevedono né stato patrimoniale, né situazione debitoria, né partecipazione azionaria alcuna […]. Il problema della partitocrazia, dell’occupazione patologica di ogni spazio da parte dei partiti, è uno degli aspetti a mio avviso centrali nel dibattito sulle istituzioni. La gestione economico-finanziaria dei partiti, attualmente paragonabile ad un misto di cosche mafiose e di servizi segreti, ne è un tassello fondamentale. Per questo i Radicali devono agire su due fronti: da una parte l’analisi e la denuncia costante di una tale degenerazione, dall’altro mettere a disposizione di tutti un modo diverso di essere, non solo teorico. Quest’anno, come prima ricordato, i revisori dei conti del Partito Radicale non sono scelti in base a criteri di partito ma sono esterni e di provata e indiscutibile capacità professionale. È l’unico esempio fra tutti i partiti, compresi i mitici partiti della classe operaia o quelli delle “avanguardie rivoluzionarie” o quelli del socialismo moderno ed efficiente […]. Dobbiamo essere partito di cittadini in tutto, ma soprattutto nei soldi, nel denaro che noi riceviamo da iscritti e dalla legge sul finanziamento pubblico. Tutti debbono poter conoscere, tutti debbono poter essere nostri Revisori dei Conti: anche Craxi, Andreotti o Gelli se lo vogliono, così come un qualsiasi cittadino che sia iscritto o non al Partito Radicale. È possibile organizzare l’amministrazione, la contabilità del Partito Radicale in modo da poter essere semplicemente e realmente conosciuta e controllata da chiunque, esperto o no di bilanci […]. La proposta descritta ha degli aspetti tecnici e amministrativi, ma essi sono i meno importanti […], è una sfida per un modo diverso di fare politica, è uno strumento di iniziativa e di lotta politica per tutti, Radicali e non».

Finanziamento pubblico e bilanci: il dibattito tra Nilde Iotti, Marcello Crivellini e Emma Bonino/1 (08/10/82)

Lettera alla Presidente della Camera, in cui si deplora che la Presidente abbia steso, d’intesa con il Presidente del Senato, sen. Fanfani, un modello di bilancio per i partiti che non consente ed anzi impedisce controlli effettivi circa il finanziamento pubblico e l’impiego dei fondi ottenuti dai partiti.

«[…] Lei aveva la possibilità, se l’avesse voluto, di introdurre elementi di chiarezza e di conoscenza. Permettere la conoscenza dello stato patrimoniale dei partiti, delle partecipazioni a società, della situazione creditizia e debitoria, delle proprietà immobiliari era rendere un servizio ai cittadini e alla politica. Impedirlo, come il Suo recente decreto fa, significa favorire nei fatti la politica della lottizzazione, della corruzione, dello scempio e dell’occupazione degli enti pubblici, del furto in nome del partito […]».

Finanziamento pubblico e bilanci: il dibattito tra Nilde Iotti, Marcello Crivellini e Emma Bonino/2) (08/10/82)

Risposta della presidente della Camera Nilde Iotti alla lettera (testo n. 4801) con cui la presidente del gruppo parlamentare radicale Emma Bonino e il deputato Marcello Crivellini avanzavano forti critiche al modello di bilancio predisposto, ai sensi della legge per il finanziamento pubblico dei partiti, dalla Camera dei deputati. La compilazione della situazione patrimoniale richiesta dai radicali, potrebbe mettere in imbarazzo - secondo la Presidente della Camera - alcuni partiti nei confronti dell’opinione pubblica e disorientare i lettori di questi bilanci.

Finanziamento pubblico e bilanci: il dibattito tra Nilde Iotti, Marcello Crivellini e Emma Bonino/3 (09/10/82)

Crivellini: «La Presidente della Camera ha ieri motivato la scelta da lei compiuta nell’adottare modelli di bilanci incompleti e senza stato patrimoniale per i partiti politici […]. Come cittadino mi aspettavo che dalla Presidente della Camera venisse un impulso alla chiarezza e alla pulizia della vita politica e non un atteggiamento di oggettiva complicità: la Presidente non era obbligata a scegliere modelli di bilancio completi, è vero; ma è anche vero che la legge non lo impediva: per questo la Camera dei Deputati ha un Presidente e non un Notaio.** Come cittadino non mi interessa se nel chiuso delle stanze del Palazzo la Presidente “chiederà chiarimenti” di cui fuori, nel Paese, nulla è dato sapere. Come cittadino non sarei “disorientato” a conoscere realmente la situazione patrimoniale dei partiti. Sono disorientato ora che non so, che mi si impedisce di sapere o che mi si fa sapere con il metodo delle indiscrezioni, dei dossier, dei ricatti** […]».

Banco Ambrosiano: sospendere i finanziamenti pubblici ai partiti che hanno presentato bilanci falsi, lettera di Emma Bonino e Massimo Teodori a Nilde Iotti (01/02/83)

«[…] Le presentiamo la documentazione relativa alle linee di credito con i relativi “debiti contratti da alcuni partiti nei confronti del vecchio Banco Ambrosiano” e di alcune finanziarie ad esso collegate […]. Da tali dati** risulta evidente come “alcuni partiti abbiano omesso di dichiarare il loro stato debitorio negli anni 1979, 1980, 1981 e probabilmente 1982. Tale omissione, e quindi la falsificazione dei bilanci, risulta tanto più accentuata” se, come è probabile, i partiti con uno stato debitorio con il vecchio Ambrosiano hanno esposizioni anche presso altre banche […]. Noi Le avanziamo formale richiesta**:

a) di acquisire tutta le documentazione relativa ai prestiti (o alle donazioni) effettuate dal Banco Ambrosiano e dalle finanziarie ad esso collegate direttamente presso il Commissario liquidatore o da sedi parlamentari che ne siano in possesso;

b) di procedere ad un’analisi che verifichi la misura della non corrispondenza dei debiti accertati dei partiti con la denuncia in bilancio alla voce “interessi passivi” per gli anni 1979, 1980, 1981 e 1982;

c) “di sospendere l’erogazione del contributo per il 1983 dovuto per il finanziamento pubblico a quei partiti i cui bilanci risultino non corrispondenti alla verità” per la parte di cui si riferisce sopra;

d) di procedere quindi a tutti provvedimenti definitivi che la legge obbliga […]».

Finanziare, ma non i partiti, di Marco Pannella (24/10/91)

«È questo, contro il finanziamento pubblico, il referendum di lotta diretta, frontale, senza reticenze o ipocrisie, contro la partitocrazia. Il finanziamento pubblico ai partiti ha come presupposto e come conseguenza il riconoscimento che questi partiti, questo sistema partitocratico, così come si sono storicamente determinati, costituiscono un patrimonio democratico e civile positivo, di interesse pubblico […]. Alla base di questo referendum, evidentemente, c’è anche la convinzione del Partito Radicale che il regime DC, divenuto regime partitocratico tout court, costituisce un “regime nuovo”, di “democrazia reale”: la partitocrazia. Per questo il nostro torna a essere il referendum più vietato. L’unico non tollerabile e non tollerato; l’unico imperdonabile, da occultare da parte del sistema dei partiti. Così le burocrazie di tutti i partiti di regime, di destra, di centro e di sinistra, hanno detto no […]. Noi vogliamo servizi e strutture pubbliche gratuite per le attività democratiche di tutti i cittadini, a livello nazionale, di città, di quartiere. Lor signori vogliono danaro e potere per i padroni degli apparati che hanno prodotto un sistema politico mafioso e bancarottiere».

**Il finanziamento dei partiti politici negli stati membri della Comunità Europea** (30/12/91)

«La delicata questione delle risorse finanziarie dei partiti politici ha regolarmente alimentato le discussioni in diversi Stati membri della Comunità europea, donde la necessità di una legislazione nazionale che regolamenti le entrate e le spese dei partiti […]. Il presente studio […] si limita a fare il punto sulle caratteristiche proprie della legislazione, in vigore nei dodici paesi, che permette ai partiti di raccogliere i fondi per funzionare, organizzare le loro campagne elettorali ed entrare in contatto con l’elettorato».

Lor partiti vadano all’inferno, di Marco Pannella (06/01/93)

«Guardate la vicenda del referendum sul finanziamento pubblico dei partiti, richiesto dai Radicali, nell’ostracismo generale di appena un anno fa […]. Ora, alla vigilia della sua convocazione, questo referendum non s’ha da fare […]. Sparano disordinatamente bubbole da tutte le parti. Alcuni avevano perfino sognato che il referendum “radicale” potesse rivelarsi il minor male. I soldi futuri di fonte pubblica scomparirebbero, han detto, ma per quelli altrimenti scomparsi in passato nessuno pagherebbe. Invece se il referendum si tiene, e passa, trionfa, le sanzioni penali contro corrotti e corruttori, contro gli ideologhi del “non-se-ne-poteva-fare-a-meno”, o del “ci siamo dentro tutti”, saranno indirettamente ma clamorosamente plebiscitate, rafforzate. Proprio per questo la nuova legge, la “riformetta” che si vuole adottare in fretta e furia deve esser respinta, evitata. L’unica sua caratteristica sarebbe infatti non tanto quella di una frettolosa sostituzione dei danari liquidi pubblici di finanziamento con “servizi” e “strutture” (tesi tradizionale del Partito Radicale) a favore di Lor Partiti, ma una vera e propria amnistia di regime […]».

Ma quei finanziamenti servono senza ipocrisie, di Valter Vecellio (16/02/93)

«Dei Radicali si può dire - e si è detto - di tutto; ma una cosa deve riconoscere anche il più accanito avversario di Marco Pannella: sono puliti. “Odorano di bucato appena fatto”, è il riconoscimento che viene da Indro Montanelli. Ha ragione: in questa Italia squassata da scandali e tangenti i Radicali si distinguono perché non un solo dirigente o iscritto è detenuto, inquisito o indagato per corruzione; il partito vive delle risorse che gli vengono garantite dalla legge e del contributo di iscritti e simpatizzanti. Infatti sta rischiando seriamente di morire. Un partito che non dispone di sedi faraoniche; di apparati elefantiaci; di mega-strutture succhia-denari. Un partito “all’americana”: una struttura molto agile e snella che si mobilita su temi e campagne; molto pragmatico ed empirico. Un partito che certamente costa un decimo di quanto costano gli altri, dal Msi al Pds. Una originale forma-partito, che forse meriterebbe d’essere studiata più di quanto politologi e studiosi non abbiano mai fatto. Tuttavia, anche il PR si trova di fronte a un dilemma, a una cruna d’ago; un nodo che non sembra in grado di sciogliere. Il nodo è questo: se i Radicali - la struttura più agile, più snella; “l’embrione del nuovo partito democratico”, come ha riconosciuto recentemente Claudio Martelli - non ce la fanno, figuriamoci gli altri […]. Si dovrebbe forse studiare seriamente quel che accade all’estero: negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Francia; democrazie consolidate, dove ci si è saputi attrezzare garantendo da una parte un efficace sistema di sbarramenti alla corruzione; e dall’altra si è saputo regolare un adeguato finanziamento a chi fa politica […]. Non c’era bisogno di aspettare Tangentopoli e Antonio Di Pietro, per accorgersi che in Italia qualcosa non funzionava, bastava scorrere le cifre ufficiali: i partiti dichiaravano “uscite” per 400 miliardi l’anno (ndr: cifre ufficiali, ovviamente: in realtà costano assai di più); e dichiaravano “entrate” ufficiali per meno di 300 miliardi».

Neanche una lira a questi partiti, intervista a Marco Pannella (15/03/93)

«[…] nel 1978 si arrivò a quel referendum [abrogazione dei finanziamenti pubblici ai partiti] per il quale noi solamente, lo sottolineo, ci eravamo mobilitati per raccogliere le firme necessarie […]. Occorre ricordarlo e ricordare che ancora lo scorso anno fummo lasciati di nuovo soli a raccogliere le firme per questo referendum, con la netta ostilità di quasi tutti “lor signori”, in primo luogo del PDS […]. Occorre dire ad alta voce che a questi partiti noi non vogliamo dare, sotto nessuna forma, una sola lira. Ed è su questo che chiamiamo a votare gli italiani».

Referendum: perchè SÌ, intervista a Roberto Cicciomessere (15/04/93)

«[…] il referendum abroga il finanziamento annuale ai partiti, mentre vengono mantenute le sanzioni penali e il rimborso elettorale […]. Noi Radicali, raccogliendo tredici miliardi in tre settimane, abbiamo dimostrato che ci si può autofinanziare. Se gli altri non riescono a trovare simpatizzanti vorrà dire che chiuderanno bottega […]. Il disegno di legge sul finanziamento pubblico ai partiti varato lo scorso mese è una truffa. Ripropone in sostanza il vecchio sistema, sottraendo agli iscritti il diritto del controllo sui finanziamenti».