Un ricordo di Adele Faccio

Pubblicato il 7 Marzo 2007 da Radio Radicale
Adele FaccioAdele Faccio

La concretezza di una impolitica

Dal Cisa alla militanza radicale

Il ricordo di Gianfranco Spadaccia pubblicato sull'ultimo numero di Agenda Coscioni

Adele Faccio non aveva mai frequentato il Partito Radicale, o comunque non mi era mai capitato di incontrarla né a Roma in Via di Torre Argentina né a Milano in Via di Porta Vigentina, neppure negli anni della battaglia della LID per il divorzio, neppure quando Angelo Pezzana e pochi altri fondarono con il FUORI il primo movimento di liberazione omosessuale o quando nacque il Movimento per la liberazione della donna. Si presentò da noi solo dopo la vittoria del referendum del 1974. Nei mesi precedenti Loris Fortuna, in previsione di quella vittoria, aveva depositato in Parlamento la prima proposta di legge per la depenalizzazione dell’aborto, sull’esempio di quanto era avvenuto o stava avvenendo in altri paesi europei.

Quasi contemporaneamente Adele aveva fondato il CISA (Centro di informazione sterilizzazione e aborto): nonostante il nome era un organismo che si proponeva in maniera militante di combattere la piaga dell’aborto clandestino nelle due forme a cui le donne erano condannate: l’esoso sfruttamento dei cosiddetti “cucchiai d’oro” o gli interventi di fortuna realizzati con mezzi primitivi e in assoluta assenza di qualsiasi condizione igienica, due forme entrambe tanto conosciute quanto tacitamente tollerate. Intorno a questo obiettivo Adele aggregò compagne ugualmente motivate, con le quali creò i primi consultori e organizzò la prima concreta alternativa all’aborto clandestino, i viaggi della speranza verso le cliniche inglesi e olandesi dove, grazie a voli charter e a convenzioni contrattate dal CISA era possibile avere interventi medici a prezzi contenuti e con i mezzi tecnologicamente più evoluti.

Adele fu anche la protagonista della battaglia per sostituire il metodo Karman dell’aspirazione alla pratica del raschiamento, l’unica conosciuta in Italia. Ma non si accontentava di questo intervento assistenziale (assistenziale in ogni senso: le donne più abbienti che frequentavano il consultorio erano invitate ad aiutare le più povere), voleva sfidare apertamente e direttamente la legge con la disubbidienza civile.

Eravamo il partito della nonviolenza, dei diritti civili, dei digiuni, della battaglia vinta – con i processi e il carcere – per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza. Ed eravamo un forza politica, anomala ma organizzata intorno ai suoi obiettivi. Il passaggio alla disubbidienza civile trovava nel partito radicale non solo un interlocutore ma il suo naturale strumento di organizzazione e di sviluppo.

Incontrò Marco a Milano. Venne a Roma a parlare con me, che avevo raccolto una situazione sconquassata della segreteria del partito. Conobbi così questa cinquantenne asciutta e nervosa che non aveva mai fatto ricorso al trucco o alla tintura. Mi parlò dei suoi progetti, mi disse che aveva trovato un medico – il fiorentino Giorgio Conciani - disponile ad aprire per il CISA un ambulatorio. Decidemmo che al successivo congresso annuale di Milano, all’inizio di novembre, il CISA si sarebbe federato al Partito Radicale. Poche settimane più tardi entrò in un funzione l’ambulatorio di Firenze presso una sede radicale. Nel mese di gennaio i nostri arresti, mio, di Adele, di Giorgio Conciani.

Non c’erano fra noi particolari affinità. Mi appariva più anarchica nelle sue motivazioni ideali che liberale e libertaria. Il suo femminismo veniva da lontano, non era un prodotto del ‘68 o dei nuovi movimenti di liberazione della donna (non a caso era la nipote di Rina Faccio, la scrittrice Sibilla Aleramo). Ad unirci fu la sua determinazione e la sua straordinaria concretezza, la sua capacità di aggregazione e di organizzazione, l’intelligenza di comprendere che intorno alla sua azione occorreva costruire un progetto e uno sbocco politico, nonviolento, referendario, parlamentare. Senza di lei, senza la sua volontà e la sua forza, la battaglia per la depenalizzazione dell’aborto sarebbe stata anche per il partito radicale assai più lunga e difficile.

Ci sono momenti della vita politica di un paese in cui persone come Adele, apparentemente “impolitiche”, compaiono sulla scena e riescono con la loro azione e la loro concretezza in maniera sconvolgente a colmare la lontananza, la frattura che separa il potere dalla vita reale delle persone. Il soffio potente della verità e della vita torna allora ad animare una politica irrigidita e ossificata nei suoi equilibri di potere e condannata a stanchi ritualismi. Ed è ciò che unisce nel mio ricordo due persone apparentemente così diverse come sono state Ernesto Rossi ed Adele Faccio.

Gli scritti di Adele Faccio

«Autodenuncia». Un’antologia di testi a cura di Gianfranco Cercone)

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