Un ritratto di Antonio Russo

Pubblicato il 13 Ottobre 2006 da Diego Galli

Antonio RussoAntonio Russo
Un ritratto di Stefania Pavone tratto dal sito della Free Lance International Press, di cui Antonio Russo era stato vice presidente

E’ un bambino silenzioso che quasi non parla, invaghito di miti classici della grecità, la futura voce che racconterà a tutto il mondo la deportazione dei kosovari albanesi nel marzo 1999. Nato nel 1961 a Chieti, è prelevato da un orfanotrofio abruzzese a circa 6 anni. Cercherà con disperazione , per tutta la vita, la sua vera origine.

Ad un amico, dirà che, forse, i suoi veri genitori sono dei kosovari. Già orientato alla prassi, lascia negli anni ’80 la Facoltà di Veterinaria di Pisa per iscriversi, nell’86, alla Facoltà di Filosofia de “ La Sapienza” di Roma. Sempre nell’86 fonda con un gruppo di studenti la rivista “Philosophema”, cui dedicherà gran parte del suo impegno intellettuale. Spregiudicato, acuminato come gli illuministi che amava, all’Università approfondisce i problemi di filosofia del linguaggio e di filosofia della scienza. Da editore autogestito e autoprodotto, pubblica “ Lineamenti di una teoria dell’etnocidio” del filosofo di teorica Rodolfo Calpini e “La storia infinita”, raccolta di profili storiografici sul tema del nazionalismo tragicamente risorto nel mondo post- bipolare. Il giornalismo si staglia come una scelta più lenta: lo attraggono la militanza politica nella Gioventù Federalista e gli assemblearismi degli ambienti radicali. Nel ’94, attraversa in chiave pedagogica la piccola rivista “ Specchio”, poi è ancora nei seminari internazionali di Ventotene della Gioventù Federalista. E’ qui che la vocazione cosmopolita sboccia conducendolo al giornalismo. Intellettuale che “ dice la verità” sempre e comunque, antiaccademico, che rifiuta, da outsider, di specializzarsi in funzione del potere, prima dell’arrivo a Radio Radicale matura una lunga serie di umiliazioni: le redazioni italiane gli chiudono decisamente le porte. Note le sue missioni per Radio Radicale: Cipro, Algeria, Kossovo, Ruanda, Cecenia. Il giornalismo di Antonio Russo intreccia nella scrittura motivi da classico hemingwayano, il freddo ragionamento sulle logiche della realpolitik, fino a notazioni da etnografo pratico. Ha scritto una pagina gloriosa della stampa mondiale semplicemente vivendo la guerra con gli occhi di chi, secondo lui, la subiva più degli altri. Muore fragorosamente in Cecenia, urlando, con il suo corpo torturato tutto il carico di angoscia di lucido intellettuale del suo tempo. Partigiano per poter dire il dolore della Storia, per ironia della stessa, sulla sua fine grava un silenzio di piombo: quel silenzio su cui si è appuntata attraverso una fervida passione filosofica, la sua stessa riflessione sulla guerra.

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