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<rss xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" xmlns:googleplay="http://www.google.com/schemas/play-podcasts/1.0" version="2.0"><channel><title>Radio Radicale - Il Mondo a pezzi</title><link>https://www.radioradicale.it/rubriche/1200/il-mondo-a-pezzi</link><language>it</language><copyright>Centro di Produzione</copyright><subtitle>Lunedì alle ore 10.00</subtitle><author>Radio Radicale</author><itunes:author>Radio Radicale</itunes:author><description>Podcast "Il Mondo a pezzi", Lunedì alle ore 10.00. Radio Radicale</description><itunes:summary>Podcast "Il Mondo a pezzi", Lunedì alle ore 10.00. Radio Radicale</itunes:summary><itunes:image href="https://www.radioradicale.it/sites/www.radioradicale.it/files/eventi/immagine_podcast/2018/12/10/copertina-il-mondo-a-pezzi-podcast-new.png"></itunes:image><itunes:owner><itunes:name>Radio Radicale</itunes:name><itunes:email>redazione@radioradicale.it</itunes:email></itunes:owner><itunes:category text="News &amp; Politics"></itunes:category><itunes:explicit>no</itunes:explicit><item><title>Il Mondo a pezzi. Intervista a Paolo Guerrieri - Puntata del 13/04/2026</title><enclosure url="https://www.radioradicale.it/download/MP1351709.mp3" length="10397760" type="audio/mpeg"></enclosure><itunes:duration>1299</itunes:duration><pubDate>Mon, 13 Apr 2026 12:11:13 +0200</pubDate><itunes:summary>Si aprono a Washington gli incontri di primavera di Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale. La direttrice generale del Fmi Kristalina Georgieva ne ha dato un'anticipazione, sottolinenando che la guerra in Iran lascerà 'cicatrici permanenti sull'economia globale anche se si raggiungerà un accordo'. Il Fmi ha dovuto rivedere al ribasso le previsioni di crescita. Consistenti i danni della guerra alle economie avanzate di Usa ed Europa che, malgrado l'introduzione della politica protezionista di Trump, avevano dato segni positivi: fiducia del settore privato, mercati finanziari che avevano ripreso un corso di espansione. Nell'eurozona si prevedeva una discreta ripresa, soprattutto per Spagna e Olanda (minore invece per Italia e Francia). Il Fmi si apprestava a rivedere verso l'alto le stime di crescita. Ma la guerra in Iran è intervenuta su una situazione di stagflazione già in corso. Tre gli scenari possibili ipotizzati dal Fmi, in una situazione in cui si ignora quanto durerà il conflitto. Il più lieve ipotizza, con un atregua, una stabilizzazione del mercato energetico, con interruzioni temporanee dopo che sono state colpite le infrastrutture connesse a petrolio e gas non solo iraniane, ma degli Emirati Arabi Uniti, Arabia saudita, Iraq e Qatar. I danni sono gravi e non è facile farli ripartire in tempi brevi. In questo caso, pur prevedendo un rallentamento della crescita, lo shock verrebbe riassorbito. In un secondo scenario il costo dell'energia resta alto, i trasporti difficili e rischiosi gli investimenti. Sarebbe inevitabile un aumento dell'inflazione e si creerebbe una situazione di logoramento. Il terzo scenario, con una guerra che si trascina provocando rincari energetici persistenti, che si riverberebbero su tutta l'economia in modo strutturale. L'Europa sarebbe colpita gravemente dalla crisi, poiché il nostro continente è un grande importatore di energia. Le ripercussioni sui Paesi poveri, che pagano anche il grave rincaro dei prezzi dei fertilizzanti. Per l'Europa c'è un margine ristretto di intervento. Il Fmi invita ad evitare di distribuire sussidi a pioggia per dare risposta all'inflazione: servono interventi a sostegno delle fasce più vulnerabili, evitando di trasferire ulteriore debito sulle future generazioni. E' urgente, invece, investire sulla diversificazione delle fonti energetiche</itunes:summary><itunes:owner><itunes:name>Radio Radicale</itunes:name></itunes:owner><guid>https://www.radioradicale.it/download/MP1351709.mp3</guid></item><item><title>Il Mondo a pezzi - Intervista a Paolo Guerrieri Paleotti - Puntata del 7/04/2026</title><enclosure url="https://www.radioradicale.it/download/MP1350993.mp3" length="11388480" type="audio/mpeg"></enclosure><itunes:duration>1423</itunes:duration><pubDate>Tue, 07 Apr 2026 11:39:44 +0200</pubDate><itunes:summary>Un anno fa il 'Liberation Day': Trump dichiarava l'emergenza nazionale e imponeva dazi promettendo il ritorno in Patria dell'industria americana e la riduzione del deficit commerciale Usa. Ma a distanza di un anno la sua popolarità è nettamente in ribasso proprio a causa della sua politica economica. I dazi si sono trasformati in una tassa pagata dalle imprese e dalle famiglie statunitensi. L'imposizione di tariffe ha colpito le aziende Usa importatrici, che avevano davanti a sé due alternative: comprimere il proprio margine di guadagno o scaricare i costi sui prezzi al consumatore. E nel 95 per cento dei casi è stato inevitabile che crescessero i prezzi per i consumatori americani, come è agile constatare per beni come gli alimentari, le auto o i prodotti per la casa. È al supermercato che il cittadino Usa ha potuto verificare l'aumento dei prezzi. Era inevitabile che accadesse, perché molti beni non sono prodotti negli Usa. È stata la risposta sbagliata ad un problema reale, che è la deindustrializzazione: ma le tariffe non hanno certo riportato le aziende negli Usa, come promesso da Trump. Non c'è stata la crescita del settore manufatturiero e l'occupazione non è cresciuta in questo primo anno di presidenza. Altra promessa mancata: l'arrivo massiccio di investimenti esteri. I dati mostrano che sono inferiori rispetto al totale di quelli che sono stati effettuati tra il 2021 e l'inizio della presidenza Trump. Gli impegni assunti da Paesi stranieri sugli investimenti negli Stati Uniti sono rimasti bassissimi poiché il quadro caotico delle politiche commerciali, il caos di annunci sulla rimodulazione dei dazi, la sentenza della Corte Suprema che ha contestato il potere di Trump di imporli, ha generato un'incertezza tale da imporre prudenza ai potenziali investitori. Il deficit commerciale che il Presidente si riproponeva di ridurre è salito all'annuncio dei dazi, poiché le aziende hanno fatto scorte, temendo che i prezzi dei beni importati salissero per effetto dell'imposizione di tariffe. Nel complesso, però, alla fine del 2025 il deficit commerciale era pressoché uguale a quello dell'inizio della presidenza Trump. E se sono diminuite le importazioni dalla Cina, sono aumentate quelle da Vietnam o Malesia, per effetto di una triangolazione. I Paesi colpiti dai dazi, però, hanno reagito stipulando accordi commerciali alternativi, come è il caso del Mercosur per l'Unione europea</itunes:summary><itunes:owner><itunes:name>Radio Radicale</itunes:name></itunes:owner><guid>https://www.radioradicale.it/download/MP1350993.mp3</guid></item><item><title>Il Mondo a pezzi - Intervista a Paolo Guerrieri Paleotti - Puntata del 30/03/2026</title><enclosure url="https://www.radioradicale.it/download/MP1350115.mp3" length="10860672" type="audio/mpeg"></enclosure><itunes:duration>1357</itunes:duration><pubDate>Mon, 30 Mar 2026 12:23:24 +0200</pubDate><itunes:summary>Le analisi e le previsioni di Ocse, Centro Studi Confindustria e Fmi concordano sostanzialmente sulla lettura dei danni e dei costi che la guerra in Medio Oriente sta provocando: il blocco dello Stretto di Hormutz, i danni alle infrastrutture energetiche e alle catene di approvvigionamento hanno già prodotto uno shock sui prezzi, facendo innalzare l'inflazione e imponendo un ridimensionamento delle aspettative di crescita globale. Resta concreto un rischio di stagflazione. Il passaggio di Hormutz è cruciale per l'economia mondiale: non solo sul fronte energia (il barile di petrolio è a 115 dollari e da inizio conflitto il prezzo si è elevato del 60 per cento), ma anche su settori come i fertilizzanti, l'alluminio e le materie plastiche. L'impatto sui mercati finanziari, che inizialmente si sono mostrati ottimisti, scommettendo su una rapida fine del conflitto: ma il blocco di Hormutz ha cambiato lo scenario, poiché quella che sembrava una crisi regionale ha riversato i suoi effetti sull'economia mondiale. Europa e Asia sono le aree più colpite, poiché hanno più elevata dipendenza dai combustibili fossili. La situazione dell'Eurozona dal punto di vista energetico è migliore rispetto all'anno dell'invasione dell'Ucraina, poiché in questi anni il continente ha investito sulle energie rinnovabili. Le previsioni sulla crescita economica nell'Eurozona: se il conflitto proseguirà, potrebbe esserci un forte rallentamento, non una recessione. Ma l'inflazione potrebbe avvicinarsi al 4 per cento. L'Italia resta il Paese più fragile nel confronto europeo: dpendiamo da importazioni energia molto più della media Ue, in particolare dal gas, che usiamo per produrre elettricità. Paesi del Sud dell'Ue come Spagna e Portogallo hanno investito più di noi nelle rinnovabili. Il Pil della Spagna nel 2025 è cersciuto del 2,8 per cento, ovvero quasi il doppio dell'Eurozona. L'Italia è cresciuta dello 0,5 per cento ed è uno dei pochi Paesi che rischia la recessione: se lo shock si protrae e il Pil continuerà a contrarsi, l'inflazione salirà e si passerà dalla stagnazione alla recessione. Noi siamo particolarmente colpiti dal rialzo dei prezzi dei fertilizzanti, che si riverbererà sui settori dell'agricoltura, agroindustriale e manifatturiero, che è già in crisi da tre anni. Il nostro Paese, inoltre, ha margini fiscali minimi, se non inesistenti, anche perché il nostro debito pubbico è rimasto al 137 per cento. Saranno necessari interventi temporanei, mirati, sui settori e le fasce di popolazione più colpiti. Ma resta prioritario raddoppiare gli sforzi per investimenti nelle rinnovabili: non si tratta solo di interventi per preservare l'ambiente, ormai è questione di sicurezza econonomica</itunes:summary><itunes:owner><itunes:name>Radio Radicale</itunes:name></itunes:owner><guid>https://www.radioradicale.it/download/MP1350115.mp3</guid></item></channel></rss>
