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Il 23 febbraio 1944, il primo genocidio del popolo ceceno.
A distanza di cinquant'anni, la storia si ripete.
Nel silenzio dell'Occidente Roma, 23 febbraio 2002 - Vladimir Putin celebra oggi in Russia la giornata dei difensori della patria.
La storia racconta che la notte del 23 febbraio è anche l'anniversario del primo genocidio del popolo ceceno.
Quella notte del 1944, infatti, le truppe del servizio di sicurezza sovietico Nkwd circondarono su ordine di Stalin i villaggi ceceni e ingusci.
Sotto la minaccia dei mitra, gli abitanti vennero tirati fuori dai letti: avevano 15 minuti per lasciare le … loro case che in seguito furono saccheggiate dai soldati.
Molti morirono già durante il trasporto nei vagoni merci, soprattutto i malati, i bambini e gli anziani.
479.000 ceceni e ingusci sono stati vittime di deportazioni collettive e lavori forzati in Asia Centrale e in Siberia.
Solo nel 1957 i popoli deportati furono riabilitati e fu loro permesso di tornare nella propria patria.Quegli eventi non sono solo un ricordo.
Negli anni '90 i russi sono tornati ad operare in Cecenia le stesse barbarie.
Dobbiamo fermare questa guerra«Dal '94 - spiega il segretario del Partito Radicale Transnazionale, Olivier Dupuis - sono stati ammazzati 200.000 ceceni su un popolo che ne conta poco più di un milione.
Nel '96 è stato concluso un accordo di pace con i ceceni, ma nel '99 i russi sono tornati.
Da allora ogni giorno continuano ad ammazzare civili.
Bambini, donne e uomini sono ormai quasi spariti».Per questo il Partito Radicale manifesta oggi a Roma, Bruxelles, Torino, Milano, Bruxelles, Stoccolma, Boston e Mosca.
Per Olivier Dupuis, come per Adriano Sofri, che dal carcere continua la sua attività di sensibilizzazione, «il silenzio del così detto Occidente è scandaloso».
«Siamo qui per rompere questo silenzio.
Perché i nostri governanti non siano più complici della vostra politica criminale in Cecenia».«Da russo - chiude il leader dei radicali russi Nikolaj Khramov - voglio dire che questa guerra in Cecenia è la vergogna del mio paese.
Dobbiamo fermare questa guerra».
A distanza di cinquant'anni, la storia si ripete.
Nel silenzio dell'Occidente Roma, 23 febbraio 2002 - Vladimir Putin celebra oggi in Russia la giornata dei difensori della patria.
La storia racconta che la notte del 23 febbraio è anche l'anniversario del primo genocidio del popolo ceceno.
Quella notte del 1944, infatti, le truppe del servizio di sicurezza sovietico Nkwd circondarono su ordine di Stalin i villaggi ceceni e ingusci.
Sotto la minaccia dei mitra, gli abitanti vennero tirati fuori dai letti: avevano 15 minuti per lasciare le … loro case che in seguito furono saccheggiate dai soldati.
Molti morirono già durante il trasporto nei vagoni merci, soprattutto i malati, i bambini e gli anziani.
479.000 ceceni e ingusci sono stati vittime di deportazioni collettive e lavori forzati in Asia Centrale e in Siberia.
Solo nel 1957 i popoli deportati furono riabilitati e fu loro permesso di tornare nella propria patria.Quegli eventi non sono solo un ricordo.
Negli anni '90 i russi sono tornati ad operare in Cecenia le stesse barbarie.
Dobbiamo fermare questa guerra«Dal '94 - spiega il segretario del Partito Radicale Transnazionale, Olivier Dupuis - sono stati ammazzati 200.000 ceceni su un popolo che ne conta poco più di un milione.
Nel '96 è stato concluso un accordo di pace con i ceceni, ma nel '99 i russi sono tornati.
Da allora ogni giorno continuano ad ammazzare civili.
Bambini, donne e uomini sono ormai quasi spariti».Per questo il Partito Radicale manifesta oggi a Roma, Bruxelles, Torino, Milano, Bruxelles, Stoccolma, Boston e Mosca.
Per Olivier Dupuis, come per Adriano Sofri, che dal carcere continua la sua attività di sensibilizzazione, «il silenzio del così detto Occidente è scandaloso».
«Siamo qui per rompere questo silenzio.
Perché i nostri governanti non siano più complici della vostra politica criminale in Cecenia».«Da russo - chiude il leader dei radicali russi Nikolaj Khramov - voglio dire che questa guerra in Cecenia è la vergogna del mio paese.
Dobbiamo fermare questa guerra».
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