L'affetto mancato: Il dettato istituzionale e la realtà raccontata dalle "voci di dentro" non sempre coincidono Roma, 14 maggio 2002 - Il "colloquio-famiglia" rappresenta, sulla carta, il tentativo più significativo, posto dall'ordinamento, per umanizzare le carceri. Esso si concretizza in quel diritto, concesso al detenuto, di poter incontrare periodicamente, all'interno delle mura carcerarie, i propri cari e mantenere con essi relazioni affettive stabili.
I colloqui si svolgono, in genere quattro volte al mese, in appositi locali, sotto il diretto controllo della sorveglianza.
Secondo … l'ordinamento, la possibilità di accogliere i familiari, dialogare con loro, ripristinare quel cordone emozionale spezzato dalla reclusione, è uno strumento necessario e idoneo per dare continuità alla vita affettiva del reo e contribuire anche così alla sua rieducazione.
Regole scritte vs esperienze dirette Il nuovo regolamento, in teoria prevede molteplici interventi volti a migliorare la qualità dei colloqui nei luoghi di detenzione, prevedendo il loro svolgimento in appositi locali, senza mezzi divisori o addirittura in spazi all'aperto.
Radio Carcere ha mostrato però come al dettato istituzionale, faccia da contrappeso la realtà raccontata dalle "voci di dentro", dei detenuti e dei loro familiari che con le loro testimonianze dimostrano come il colloquio sia una realtà spesso amara, fatta di interferenze e aridità. L'angusto stanzino in cui questi incontri si svolgono, il tavolo divisorio, le perquisizioni a cui devono sottoporsi i familiari del detenuto, realizzano l'effetto perverso di inibire il dialogo, umiliare le persone, violare il loro intimo e rendere, di conseguenza, questo momento relazionale, sulla carta vitale ed intenso, un ulteriore strumento di vessazione improduttiva.
Gli impegni dell'amministrazione A fronte di queste testimonianze, i responsabili dell'amministrazione penitenziaria hanno sottolineato la volontà e lo sforzo in corso, nel tentativo di migliorare i luoghi destinati ai colloqui, ma anche intensificando i rapporti, concedendo maggiori "libertà" di relazione.
Ma il problema è ancora vivo e prioritario, legato anche alla questione del sovraffollamento, alla necessità di mutare gli strumenti di controllo e di "sprigionare" l'affetto in condizioni ideali e non più di totale repressione.
I colloqui si svolgono, in genere quattro volte al mese, in appositi locali, sotto il diretto controllo della sorveglianza.
Secondo … l'ordinamento, la possibilità di accogliere i familiari, dialogare con loro, ripristinare quel cordone emozionale spezzato dalla reclusione, è uno strumento necessario e idoneo per dare continuità alla vita affettiva del reo e contribuire anche così alla sua rieducazione.
Regole scritte vs esperienze dirette Il nuovo regolamento, in teoria prevede molteplici interventi volti a migliorare la qualità dei colloqui nei luoghi di detenzione, prevedendo il loro svolgimento in appositi locali, senza mezzi divisori o addirittura in spazi all'aperto.
Radio Carcere ha mostrato però come al dettato istituzionale, faccia da contrappeso la realtà raccontata dalle "voci di dentro", dei detenuti e dei loro familiari che con le loro testimonianze dimostrano come il colloquio sia una realtà spesso amara, fatta di interferenze e aridità. L'angusto stanzino in cui questi incontri si svolgono, il tavolo divisorio, le perquisizioni a cui devono sottoporsi i familiari del detenuto, realizzano l'effetto perverso di inibire il dialogo, umiliare le persone, violare il loro intimo e rendere, di conseguenza, questo momento relazionale, sulla carta vitale ed intenso, un ulteriore strumento di vessazione improduttiva.
Gli impegni dell'amministrazione A fronte di queste testimonianze, i responsabili dell'amministrazione penitenziaria hanno sottolineato la volontà e lo sforzo in corso, nel tentativo di migliorare i luoghi destinati ai colloqui, ma anche intensificando i rapporti, concedendo maggiori "libertà" di relazione.
Ma il problema è ancora vivo e prioritario, legato anche alla questione del sovraffollamento, alla necessità di mutare gli strumenti di controllo e di "sprigionare" l'affetto in condizioni ideali e non più di totale repressione.
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