Sono stati discussi i seguenti argomenti: Armenia, Elezioni, Esteri, Guerra, Iran, Libano, Pace, Pashinyan, Putin, Rassegna Stampa, Russia, Trump, Ucraina, Usa, Voto.
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Buongiorno agli ascoltatori di Radio Radicale, mercoledì 10 giugno, questo è l'appuntamento con la rassegna della stampa internazionale a cura di David Carretta in apertura oggi ci occuperemo delle elezioni in Armenia, una sconfitta per Vladimir Putin che dimostra, secondo un editoriale pubblicato ieri dal Financial Times, l'incredibile crollo dell'influenza della Russia dopo che Putin ha lanciato la sua guerra di aggressione contro l'Ucraina crollo d'influenza che non riguarda solo l'Armenia ma,
Più in generale, le relazioni della Russia con il resto del mondo. Torneremo poi sulla guerra di Trump in Iran, l'impotenza di Trump di fronte alla trappola iraniano è il titolo dell'editoriale di oggi di le Monde, e vedremo anche un commento dal Wall Street Journal sempre più critico
Del presidente americano, Israele combatte, mentre Trump parla, gli Stati Uniti esigono più moderazione da un alleato che dalla Repubblica islamica. Sottolinea il Wall Street Journal che ci porterà se avremo tempo a un commento pubblicato ieri da le Figaro,
Firmato da uno dei suoi opinionisti Renault, Girard Ucraina, Iran, Libano, tre guerre controproducenti prima di scatenare una guerra che non è imposta dalla necessità
Meglio rifletterci meglio
Rifletterci due volte scrive tra l'altro, Girard partiamo però da dall'Armenia editoriale del Financial Times di ieri, l'incredibile crollo dell'influenza della Russia di Putin, il titolo l'Armenia è solo l'ultimo Paese che lascia l'orbita di Mosca scrive il quotidiano della City, la vittoria decisiva per il leader filo occidentale dell'Armenia Nikol Pashinyan alle elezioni di domenica rappresenta l'ennesimo segnale del declino dell'influenza globale della Russia da quando Vladimir Putin ha avviato la disastrosa invasione su larga scala dell'Ucraina.
Il voto è stato il più importante per l'Armenia dalla sua indipendenza dall'Unione Sovietica nel 1991 è stato un plebiscito a favore del processo di pace con l'Azerbaijan.
E del progetto di Pashinyan di legami più stretti con Europa e Stati Uniti, senza rompere del tutto con Mosca per favorire l'opposizione filo-russa e garantire la fedeltà dell'Armenia, il Cremlino aveva bloccato le importazioni di prodotti armeni, aveva minacciato un intervento militare stile Ucraina e aveva impiegato le solite tecniche di disinformazione ma non è servito a nulla.
La guerra di conquista folle di Putin in Ucraina avrebbe dovuto restituire alla Russia lo status di grande potenza imperiale, e invece l'influenza globale di Mosca è in declino ovunque Putin ha trasformato i presunti fratelli ucraini in nemici irriducibili, ha perso regimi amici o compiacenti in Siria e Venezuela e Cuba potrebbe essere la prossima. I mercenari russi sono in ritirata in Mali, gli scambi commerciali tra i paesi dell'Asia centrale e la Russia sono aumentati, ma i governi dell'Asia centrale cercano di diversificare i legami diplomatici. La cosiddetta partnership senza limiti con la Cina in realtà è una relazione di dipendenza sempre più grande con la Russia, in posizione subalterna. Il controllo della Russia sull'Armenia suo satellite nel Caucaso meridionale
è stato spezzato da due sconfitte militari subite dall'Armenia contro l'Azerbaijan per il territorio conteso del Nagorno Karabakh.
Nella seconda sconfitta nel 2023 le forze azere hanno occupato l'intera enclaves, costringendo all'esodo i suoi 100.000 abitanti armeni, cosa che di fatto ha messo fine al conflitto. La Russia non è intervenuta in nessuna delle due occasioni, malgrado i suoi impegni di sicurezza nei confronti dell'Armenia. Gli elettori armeni non hanno perdonato Mosca per questo tradimento. Il conflitto decennale
Quello del Nagorno Karabakh, scrive poi il Financial Times aveva intrappolato l'Armenia in una relazione di dipendenza da Mosca con un dominio delle Elite Club teocratica filo-russa.
Ora che questo conflitto è finito, il Paese può intraprendere una strada meno corrotta e più democratica a suo merito, Pashinyan sta cercando di trasformare quella sconfitta molto amara in un'opportunità, perseguendo la pace con l'Azerbaijan, riconoscendone l'integrità territoriale e aprendo confini e commercio anche con la Turchia. Domenica gli armeni hanno approvato la politica di Pashinyan. Certo, ci sono ancora pericoli all'orizzonte. Mosca potrebbe cercare di riportare l'Armenia sotto la sua folle influenza,
Pashinyan non ha una maggioranza parlamentare, è abbastanza ampia per avviare un cambiamento costituzionale tramite referendum. L'Azerbaijan insiste affinché l'Armenia elimini il Nagorno-Karabakh dalla Costituzione.
Gli Stati Uniti e l'Unione Europea dovrebbero cercare di convincere Baku a ritirare questa precondizione per la normalizzazione o almeno posticiparla, e dovrebbero fare anche pressione sull'Azerbaijan e sulla Turchia affinché aprano i confini, i flussi commerciali, per mostrare agli armeni alcuni dei benefici della pace. Mosca potrebbe comunque rendere la vita difficile il suo tentativo di interferire nelle elezioni armene
è arrivato tardi, è stato poco incisivo. Forse la Russia è troppo impegnata con la guerra in Ucraina o sta tenendo delle risorse da parte? La Russia potrebbe imporre un embargo commerciale totale o aumentare il prezzo del gas.
Ancora una base militare in Armenia e controlla le ferrovie del paese. La regressione della Georgia verso verso un regime oppressivo a partito unico dal 2024 oggi deve servire da monito, ma secondo il Financial Times, questo rende ancora più importante il fatto che gli Stati Uniti e l'Unione europea
Rimangano pienamente impegnati. In Armenia l'Amministrazione Trump ha contribuito all'accordo di pace tra Armenia e Azerbaijan lo scorso anno ed Helga la garante di un corridoio di trasporto nella regione che potrebbe aumentare l'interdipendenza economica e la prosperità. Nel frattempo, l'Unione europea dovrebbe procedere con la liberalizzazione dei visti per gli armeni e promuovere legami commerciali e investimenti. L'Armenia è uno dei pochi casi in cui Europa e America sono allineate per il meglio, così, tra l'altro, il Financial Times
E veniamo alla guerra di di Trump in Iran, tema che ovviamente rimane sempre d'attualità.
Le Monde, oggi vi dedica il suo editoriale dal titolo l'impotenza di Trump di fronte alla trappola iraniana, la guerra scatenata dagli Stati Uniti e da Israele contro l'Iran, entrata nel suo quarto mese, e il costo non fa che aumentare per Donald Trump, non si tratta più solo del bilancio di una campagna di bombardamenti massicci, che non solo non ha piegato il regime di Teheran, peraltro già ampiamente screditato ma gli ha offerto una nuova leva con il blocco dello stretto di Hormuz cosa che era prevedibile.
Ora è la credibilità della parola del presidente americano a essere minata dal corso di questa guerra che è sfuggita di mano al suo iniziatore
Gli scambi di missili tra il regime iraniano, lo Stato ebraico il 7 l'8 giugno, nonostante gli avvertimenti di Trump, hanno mostrato i limiti di Washington, incapace di uscire dal pantano in cui Trump si è volontariamente cacciato finora. Trump aveva come mantra la pace attraverso la forza, ma la forza si sta rivelando incapace di produrre la pace.
La dimostrazione era già stata fornita dal fallimento,
Di Trump nel riuscire a ottenere rapidamente la fine della guerra di aggressione russa contro l'Ucraina, il tappeto rosso steso Vladimir Putin ad Anchorage, in Alaska, nell'agosto 2025 non ha prodotto alcun risultato questa impotenza americana, però, assunto una nuova dimensione con l'attacco all'Iran del 28 febbraio, che non era giustificato da alcuna urgenza per la sicurezza degli Stati Uniti. Il 3 giugno Washington ha poi annunciato il cessate il fuoco in Libano, che è stato ancora più inutile di quello che aveva annunciato a novembre 2024
La scommessa degli Stati Uniti si basava sull'esclusione dei sostenitori libanesi dell'Iran, cioè bolla, e questa scommessa è stata persa. Hezbollah ha mostrato la capacità di nuocere do, malgrado le decapitazioni ripetute da parte di Israele dei suoi vertici politici e militari, incapace di piegare i suoi nemici, Trump è altrettanto impotente con i suoi alleati, in particolare il premier israeliano Benjamin Netanyahu. L'evoluzione recente del conflitto con l'Iran alimenta infatti la frustrazione del primo ministro israeliano. La tendenza ben nota di Trump a stancarsi di un dossier paralizzato è considerata in Israele sia dal governo sia dall'opposizione, come la garanzia di una sconfitta strategica. Risultato secondo le Monde, lo stallo in Iran offre a Trump solo la prospettiva di un accordo che sarebbe agli antipodi degli obiettivi di guerra iniziali. Questo accordo permetterebbe la sopravvivenza del regime in Iran e del suo programma balistico, lasciando irrisolte le domande su ciò che rimane di un programma nucleare che Trump aveva frettolosamente presentato come annientato dopo la breve guerra dei 12 giorni del giugno 2025. Le scadenze elettorali israeliane spingono Netanyahu a una spirale di guerra, le elezioni di midterm che attendono Trump a novembre,
Implicano scelte politiche diametralmente opposte.
Trump, può ancora opporre dire che l'Iran è durata molto poco rispetto a Pantani come il Vietnam, l'Afghanistan o l'Iraq
Ma l'Iran sta minando seriamente le basi del secondo mandato Trump, così la vede le Monde, il Wall Street Journal in un editoriale di ieri sottolineava sin dal titolo che, mentre Israele si batte contro la Repubblica islamica, Trump parla.
Con il paradosso se così si può dire, che gli Stati Uniti esigono più moderazione da un alleato che dall'Iran alla fine.
Il paradosso che però così non è con Trump.
Che che condiziona in qualche modo il conflitto ucraino e i rapporti con l'Europa, ma ad ogni modo scrive il Journal l'attacco missilistico dell'Iran contro Israele del fine settimana è stato l'ennesimo atto di guerra durante il cessate il fuoco, e cioè un altro tentativo di imporre da parte della Repubblica islamica,
Una nuova realtà strategiche ai suoi vicini. Questa volta però gli israeliani non hanno accettato scuse per il regime iraniano dopo che l'Iran ha lanciato 11 missili balistici contro Israele, domenica Netanyahu ha contrattaccato con attacchi aerei, Israele ha colpito le difese aeree iraniane ricostituite siti missilistici, un grande complesso petrolchimico
Trump si era apparentemente opposto a una risposta israeliana,
Malgrado il fatto che i raid di Israele rafforzino la diplomazia americana, questi raid aprono la strada a un'azione militare nel caso in cui Teheran neghi a Trump l'accordo che sta cercando. Il problema è che, secondo il Wall Street Journal e la cosa non deve essere piaciuta Trump se l'ha letta la risposta di Trump lo fa apparire sempre più, come Joe Biden Trump ha definito
Gli attacchi dell'Iran come una sciocchezza come niente di grave, una semplice ritorsione e l'Iran ha interpretato l'inazione americana come un permesso di intensificare gli attacchi non solo contro Israele, ma anche contro i Paesi del Golfo. La logica di Trump di concedere agli iraniani un diritto di risposta se Israele attacca Hezbollah in Libano,
Di fatto è un veto alla difesa di Israele e nessun leader israeliano può accettare una cosa del genere, anche se si tratta degli Stati Uniti.
Netanyahu probabilmente ha fatto presente tutto questo Trump durante la loro telefonata di domenica, ma Trump ha insistito.
Dicendo
Bibi stai attento, tra poco rimarrai da solo. Tutto questo, secondo il Journal crea l'impressione di una spaccatura tra Stati Uniti e Israele Trump è determinato a preservare i negoziati con l'Iran, insiste che daranno frutti da un momento all'altro, ma la realtà è che non è così. Il regime non intendere raggiungere un accordo che soddisfi gli obiettivi americani e di conseguenza Trump ha bisogno di un'alternativa e presto la guerra ha superato i 100 giorni. Lo stretto di Hormuz è ancora chiuso. Il regime è anche riuscito a cavarsela con attacchi ripetuti prolungando i negoziati e ricostruendo il suo arsenale militare
Nelle ultime settimane la posizione di forza americana è venuta meno ora Trump può
Imporre a regime un ultimatum e autorizzare di Israele a colpire.
Oppure può continuare a frenare Israele, nella speranza che l'Iran gli offre una via d'uscita dalla guerra tra qualche giorno, cioè tra qualche altro giorno, il che significa qualche altro giorno in più, conclude con un'ironia amara, il Wall Street Journal, che però sostenuto questa guerra ai suoi obiettivi iniziali eh eh eh eh eh forse sarebbe ora di fare una valutazione.
Più più complessiva. Per chiudere, vi segnaliamo il commento di Renault Girard, pubblicato ieri dal figlio Ucraina, Iran, Libano, tre guerre controproducenti prima di scatenare una guerra che non è imposta dalla necessità, meglio pensarci è meglio ancora pensarci due volte, perché non c'è nulla di più imprevedibile dello svolgimento delle conseguenze di una guerra. Ecco ciò che dicono ad alta voce o nel segreto dei loro pensieri, i testimoni delle nostre guerre contemporanee Ucraina, Iran, Libano, ai leader che le hanno scatenate e ciò che tutti gli europei russi compresi, dicono Vladimir Putin e ciò che tutti i Paesi del Golfo dicono Donald Trump, ciò che tutti i popoli del Levante dicono a Benjamin Netanyahu, perché oggi è chiaro che l'invasione terrestre dell'Ucraina, scatenata dalla Russia nel febbraio 2022, così come l'attacco navale aereo contro l'Iran lanciato dagli Stati Uniti nel febbraio 2026, e l'invasione del Libano meridionale da parte dell'esercito israeliano nel marzo sempre di quest'anno non raggiungeranno gli obiettivi politici per cui queste guerra erano state intraprese. Sono tra guerre controproducenti, poi rinuncia ai bar
Approfondisce ciascuno di questo comp
Di questi conflitti e le la la direzione che hanno imboccato opposto opposta a quella auspicata dagli iniziatori nelle relazioni internazionali di oggi, il potere militare di uno Stato può dare peso alla sua diplomazia, ma la guerra dovrebbe essere intrapresa solo come ultima risorsa, perché la storia sta dimostrando che,
Si esce dalla deterrenza solo a proprio svantaggio, così lo Frigau ci fermiamo per oggi da David Carretta, una buona giornata con Radio Radicale
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