19 GIU 2026
intervista

La settimana europea, tra G7, Consiglio e rimpatri. Intervista al professor Michele Marchi

INTERVISTA | di Roberta Jannuzzi - Radio - 12:26 Durata: 27 min 10 sec
A cura di Delfina Steri
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Una settimana internazionale densa, segnata dal G7 di Evian, dal Consiglio europeo di Bruxelles ancora in corso e da un voto di Strasburgo che sposta a destra la maggioranza dell'Europarlamento sul tema dei rimpatri.

Ne parliamo con Michele Marchi, storico dell'Università di Bologna, che insegna al Campus di Ravenna.

Sul G7 di Evian, l'analisi parte dal punto di vista europeo: un successo organizzativo della presidenza francese, riuscita a ricomporre almeno in parte un anno e mezzo di tensioni euroatlantiche, con risultati concreti soprattutto sull'Ucraina.

Lo storico ricorda che il G7 nasce
proprio come forum di ricomposizione di quel legame - dai primi vertici di Rambouillet e Portorico, tra fine di Bretton Woods e crisi petrolifera - e che oggi, in un mondo post-occidentale, il messaggio di Evian è che il rapporto con gli Stati Uniti resta per gli europei condizione necessaria ma non più sufficiente.

Sul memorandum d'intesa Stati Uniti-Iran per la riapertura dello stretto di Hormuz, firmato digitalmente ma non ancora siglato di persona dopo il rinvio dell'incontro, avverte che non si tratta ancora di un accordo di pace: resta da capire se un'intesa tattica diventerà strategica, cosa di cui dubita vista la scarsa pazienza negoziale dell'amministrazione Trump e l'ostilità del mondo MAGA a qualunque ritorno agli accordi sul nucleare di Obama.

Sottolinea soprattutto l'assenza totale degli europei, da spettatori a "spettatori paganti" delle conseguenze economiche ed energetiche, e ricorda di aver auspicato un loro coinvolgimento nello sminamento dello stretto, finestra di opportunità oggi congelata.

Sui rimpatri conferma che l'asse si sta spostando a destra.

Oltre al voto sull'applicazione del Patto su migrazione e asilo, segnala la lettera a firma Meloni-Frederiksen, che con diciannove adesioni propone hub per il rimpatrio in paesi terzi - in uno slogan semplificante, l'esportazione del "modello Albania" a livello europeo.

Nota che tra i firmatari ci sono i paesi dell'est, quelli del nord e i rivieraschi mediterranei, ma non la Spagna, con Pedro Sánchez su posizioni dure.

Inquadra storicamente il tema richiamando le origini di Schengen, sin dall'inizio attento al controllo delle frontiere oltre che alla libera circolazione, e osserva che oggi la questione è potenzialmente deflagrante sia nel dibattito interno ai paesi membri sia tra le linee di frattura del Consiglio: la posizione di Sánchez apre una distanza con Meloni proprio mentre, su bilancio, fondi di coesione e politica agricola comune, le loro posizioni restano affini.

Prevede un comunicato finale senza prese di posizione comuni e un rinvio di molte decisioni al Consiglio di fine anno.

Sull'allargamento descrive una giornata in parte formale, con la presenza di Zelensky e l'apertura del primo cluster del negoziato di adesione dell'Ucraina; Zelensky ha chiesto l'apertura di tutti e cinque i pacchetti, ma la risposta dei principali paesi - Francia, Italia, Germania - è stata fredda, con il rigetto di ogni canale di accelerazione.

Segnala che dal comunicato è stato espunto il riferimento a un "canale privilegiato", merito che il nuovo primo ministro ungherese Magyar si sarebbe attribuito con la stampa, segno di quanto i paesi dell'est, sensibili a fondi di coesione, PAC e minaccia russa, restino scettici su un ingresso rapido.

Il suo punto di vista personale è che all'Ucraina vada garantito non tanto un percorso veloce quanto un orizzonte certo, una piena adesione e non l'associazione prospettata dalla proposta Merz, che giudica un escamotage per rinviare il problema.

Sul Regno Unito, a dieci anni dal referendum sulla Brexit, commenta la netta vittoria di Burnham nella suppletiva di Makerfield, circa venti punti sul candidato di Reform Robert Kenyon, con il seggio che gli era indispensabile per poter sfidare Starmer secondo le regole del Labour.

Rileva l'assenza dei conservatori, arrivati dietro persino a Restore Britain, la costola uscita da Reform a destra di Reform.

Ricorda il profilo di Burnham, sindaco della Greater Manchester dal 2017 con una solida esperienza amministrativa, già viceministro e ministro con Blair e Brown e due volte sconfitto nella corsa alla leadership, da Miliband nel 2010 e da Corbyn nel 2015.

Descrive un quadro britannico molto polarizzato e frastagliato: nelle due suppletive scozzesi, una netta affermazione indipendentista e un'inattesa vittoria conservatrice, che ha permesso alla leadership Tory di rilanciarsi nonostante l'esclusione di Makerfield.

Sulla Francia, l'ultima parte è dedicata alla lunga intervista di Jordan Bardella a Politico, dai toni presidenziali, alla vigilia della decisione della corte d'appello del 7 luglio sul caso Le Pen.

Ne emergono alcuni elementi: i ripetuti richiami alla tradizione gollista e a De Gaulle, sorprendenti per un partito di radici fortemente antigolliste, dentro un percorso avviato da Le Pen per ridurre lo spazio della destra repubblicana; la collocazione europea, con Bardella presidente dei Patrioti che elogia il lavoro di Meloni e ipotizza un asse con i Conservatori e riformisti per spostare a destra il Parlamento europeo, senza alcun riferimento alla Lega di Salvini, pure dentro i Patrioti; e una torsione liberista del programma economico, con aperture sulla riforma delle pensioni e avvicinamenti al mondo del CAC 40, in tensione con l'impronta sociale di Le Pen.

Si tratterebbe di un Bardella che cerca maggiore accreditamento presso i poteri forti francesi, mentre resta da vedere se dopo il 7 luglio si aprirà una competizione interna o se Le Pen riprenderà la guida verso le presidenziali del 2027.

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