19 MAR 2026
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Postsovietika. Intervista ad Anna Zafesova

RUBRICA | di Ada Pagliarulo - RADIO - 07:33 Durata: 6 min 28 sec
A cura di Guido Mesiti
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I russi alle prese con le restrizioni all'uso di Internet: persino nel centro di Mosca può accadere che non funzionino né la rete fissa, né quella mobile.

Anche la Duma e i ministeri si sono trovati alle prese con l'interruzione del Wi-Fi.

E così sono cresciute le vendite di cercapersone e di mappe cartacee.

Le autorità giustificano le interruzioni adducendo motivi di sicurezza: per proteggere i cittadini da possibili azioni di spionaggio o da droni ucraini, si ipotizza una whitelist di siti accessibili per consentire l'accesso ai sistemi di banche, amministrazione pubblica o ferrovia,
oscurando tutto il resto.

Il blackout sta provocando un'inconsueta indignazione, tanto che si ipotizza di scendere in piazza a manifestare il 29 marzo contro l'oscuramento che potrebbe colpire Telegram, l'app più diffusa di messaggistica, ampiamente utilizzata tanto dall'opposizione che dai propagandisti del regime, poiché non ancora colpita da censura.

L'esempio iraniano, con la localizzazione e l'assassinio dell'ayatollah Khameney, ha spinto le autorità ad accelerare l'oscuramento.

Ma questa deriva infrange un patto sociale siglato da Putin con i cittadini, che hanno finora superato il blocco con l'espediente della Vpn.

Il regime spinge per l'utilizzo dell'app di Stato Max, che però consentirebbe un monitoraggio dei servizi segreti, oltre ad essere facilmente infiltrabile dalla criminalità.

Si oppone al blocco di Telegram persino il portavoce del Cremlino Peskov.

Si intravvede una contrapposizione interna al Cremlino.

A sollecitare l'adozione di Max si ritrovano i servizi, alcuni oligarchi e il viceresponsabile dell'amministrazione presidenziale Sergej Kirienko.

Quest'ultimo peraltro può esser sospettato di un conflitto di interessi, poiché la società che gestisce Max è presieduta da suo figlio.

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