Treu legge in chiave positiva anzitutto il dato politico: in una fase di rapporti sindacali difficili, e dopo mesi in cui le tre confederazioni apparivano più divise che unite, l'accordo su un punto importante è di per sé una buona notizia.
Nel merito, osserva, l'impianto resta quello noto - due livelli di contrattazione, nazionale e decentrato - ma una novità c'è, e nelle sue parole non è piccola: il … contratto nazionale dovrebbe garantire non solo il recupero del potere d'acquisto rispetto all'inflazione, attraverso i meccanismi legati all'indice Ipca, ma anche il suo incremento.
Una sola parola, "incremento", che secondo il giurista cambia molto, perché finora al livello nazionale si chiedeva di mantenere, lasciando alla contrattazione aziendale, legata a produttività e competitività, il compito di aggiungere.
Resta da vedere come reagiranno le imprese, alle quali la piattaforma è stata trasmessa.
Sul secondo livello, nota, non ci sono vere novità se non la volontà ribadita di promuovere la contrattazione decentrata, che oggi - a dispetto degli sgravi fiscali sui premi di produttività e sul welfare - non supera il 30-35 per cento delle aziende e resta assente nelle realtà più piccole.
L'intervistato si sofferma poi sulla definizione, per la prima volta, del trattamento economico complessivo accanto al trattamento economico minimo: un concetto ripreso anche dal decreto del primo maggio, che include welfare e riduzione d'orario, ma che apre una questione delicata sulla valutazione dell'equivalenza tra contratti, rilevante per esempio negli appalti.
Sulla rappresentanza, la novità sta nell'obbligo per le aziende di trasmettere a Inps e ministero i dati su deleghe ed esiti elettorali, così da misurare con precisione il peso di iscritti e voti.
Qui Treu pone però il limite di fondo, che è anche la sua tesi di lungo corso: queste regole valgono solo per chi le ha firmate, e senza un sostegno legislativo che le renda obbligatorie per tutti restano scoperte verso chi si chiama fuori per praticare contratti al ribasso.
Chiude richiamando i due punti finali della piattaforma - il diritto ad almeno quaranta ore annue di formazione retribuita, su cui l'Italia resta molto indietro rispetto agli obiettivi europei, e il richiamo alla partecipazione dei lavoratori - ribadendo che le novità andranno comunque concordate con le imprese.
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