Marzia Maccaferri, che insegna storia e politica alla Queen Mary University of London e collabora con il quotidiano Domani e con Appunti, la newsletter di Stefano Feltri, analizza le prime due settimane del governo di Andy Burnham e i movimenti in corso alla destra del sistema politico britannico.
Sul nuovo primo ministro, Maccaferri parla di un cambio di narrativa più che di una rottura: non c'è una separazione netta rispetto a Starmer sul piano delle politiche e dell'identità del partito, ma un'immagine nuova, costruita per lasciarsi alle spalle le difficoltà del governo precedente.
Lo si … vede nella composizione dell'esecutivo, con la nomina inattesa dell'ex ministro della Difesa alla guida del Tesoro, scelta che a suo giudizio segnala insieme la volontà di tenere il polso sulle finanze e un messaggio agli alleati nella Nato e nell'Unione europea: non un governo ripiegato su sé stesso.
Sul piano estero registra continuità, dal sostegno a Zelensky in poi, mentre il primo atto annunciato riguardava i senzatetto, con uno stanziamento di 340 milioni di sterline su cinque anni.
Il tratto distintivo resta quello che Maccaferri chiama Manchesterism: l'idea che Londra e la City non siano l'unico centro del paese, tradotta nel progetto di aprire una Downing Street del Nord a Manchester.
Un elemento di populismo c'è, osserva, ma è quello di qualsiasi leader capace di parlare al pubblico.
Due settimane sono troppo poche per un giudizio, però i primi segnali sono positivi: quasi tutti i sondaggi danno ormai il Labour davanti a Reform, intorno al ventitré-ventiquattro per cento, con un solo istituto che continua a collocare il partito di Farage al primo posto.
Il numero elevato di annunci si spiega anche con il Parlamento chiuso, che consente di occupare l'arena politica senza confronto in aula.
Le tensioni interne al partito si leggono in filigrana, ma il vero appuntamento sarà la conferenza d'autunno.
Il dato che invita a non semplificare viene dalle elezioni per il sindaco della Grande Manchester della settimana scorsa, vinte dal candidato laburista che era il vice di Burnham: il partito ha portato i suoi al voto, ma l'affluenza è stata bassissima, e in quella astensione, avverte Maccaferri, c'è una parte dell'elettorato di Reform e dell'estrema destra.
Sulla riammissione di Diane Abbott, Maccaferri parla di un gesto di pacificazione verso la sinistra del partito, verso un'icona che non è uscita insieme a Jeremy Corbyn, John McDonnell e Andy McDonald.
Le affermazioni che le sono costate la sospensione andrebbero contestualizzate, ma sono state percepite come antisemite dagli ebrei britannici e questo va riconosciuto: a suo giudizio nascono da una leggerezza più che da un antisemitismo sincero.
La decisione è del partito, non del solo Burnham, e riguarda la prima donna nera eletta ai Comuni.
La sua ipotesi è che Abbott non venga ricandidata, e che una carriera di quel tipo si chiuda così.
Sull'estrema destra, Maccaferri colloca l'apertura di Reform verso Restore Britain in un momento di stallo nella crescita del partito di Farage, che per vincere ha bisogno del voto di centro senza perdere quello alla propria destra.
Prevede un accordo, che nel lessico italiano chiameremmo patto di desistenza, per non presentare candidati concorrenti negli stessi collegi.
Nel frattempo Farage è in difficoltà, esposto al rischio di non essere eletto nella suppletiva della prossima settimana - dove alcuni sondaggi danno in vantaggio il comico Count Binface - e ai suoi problemi con la commissione elettorale.
Sul confronto con Futuro Nazionale, Maccaferri riconosce un fondo comune, quello di una destra nativista e culturalmente iper-tradizionale che colloca nel passato il momento giusto da recuperare, l'italianità per Vannacci, l'inglesità e non la britannicità per Restore.
Ma sconsiglia la comparazione diretta: Restore, come tutti i partiti attraversati da Farage, è figlio dell'euroscetticismo e dell'incapacità di una parte della cultura conservatrice britannica di elaborare la fine dell'impero.
In entrambi i casi si tratta comunque della stessa radicalizzazione, prodotta dall'incapacità del discorso politico di destra di rielaborare le trasformazioni della società: più facile tornare indietro col pensiero e dire che si stava meglio quando, nel caso di Restore, erano tutti bianchi, cosa che non è mai stata vera.
Sul nuovo primo ministro, Maccaferri parla di un cambio di narrativa più che di una rottura: non c'è una separazione netta rispetto a Starmer sul piano delle politiche e dell'identità del partito, ma un'immagine nuova, costruita per lasciarsi alle spalle le difficoltà del governo precedente.
Lo si … vede nella composizione dell'esecutivo, con la nomina inattesa dell'ex ministro della Difesa alla guida del Tesoro, scelta che a suo giudizio segnala insieme la volontà di tenere il polso sulle finanze e un messaggio agli alleati nella Nato e nell'Unione europea: non un governo ripiegato su sé stesso.
Sul piano estero registra continuità, dal sostegno a Zelensky in poi, mentre il primo atto annunciato riguardava i senzatetto, con uno stanziamento di 340 milioni di sterline su cinque anni.
Il tratto distintivo resta quello che Maccaferri chiama Manchesterism: l'idea che Londra e la City non siano l'unico centro del paese, tradotta nel progetto di aprire una Downing Street del Nord a Manchester.
Un elemento di populismo c'è, osserva, ma è quello di qualsiasi leader capace di parlare al pubblico.
Due settimane sono troppo poche per un giudizio, però i primi segnali sono positivi: quasi tutti i sondaggi danno ormai il Labour davanti a Reform, intorno al ventitré-ventiquattro per cento, con un solo istituto che continua a collocare il partito di Farage al primo posto.
Il numero elevato di annunci si spiega anche con il Parlamento chiuso, che consente di occupare l'arena politica senza confronto in aula.
Le tensioni interne al partito si leggono in filigrana, ma il vero appuntamento sarà la conferenza d'autunno.
Il dato che invita a non semplificare viene dalle elezioni per il sindaco della Grande Manchester della settimana scorsa, vinte dal candidato laburista che era il vice di Burnham: il partito ha portato i suoi al voto, ma l'affluenza è stata bassissima, e in quella astensione, avverte Maccaferri, c'è una parte dell'elettorato di Reform e dell'estrema destra.
Sulla riammissione di Diane Abbott, Maccaferri parla di un gesto di pacificazione verso la sinistra del partito, verso un'icona che non è uscita insieme a Jeremy Corbyn, John McDonnell e Andy McDonald.
Le affermazioni che le sono costate la sospensione andrebbero contestualizzate, ma sono state percepite come antisemite dagli ebrei britannici e questo va riconosciuto: a suo giudizio nascono da una leggerezza più che da un antisemitismo sincero.
La decisione è del partito, non del solo Burnham, e riguarda la prima donna nera eletta ai Comuni.
La sua ipotesi è che Abbott non venga ricandidata, e che una carriera di quel tipo si chiuda così.
Sull'estrema destra, Maccaferri colloca l'apertura di Reform verso Restore Britain in un momento di stallo nella crescita del partito di Farage, che per vincere ha bisogno del voto di centro senza perdere quello alla propria destra.
Prevede un accordo, che nel lessico italiano chiameremmo patto di desistenza, per non presentare candidati concorrenti negli stessi collegi.
Nel frattempo Farage è in difficoltà, esposto al rischio di non essere eletto nella suppletiva della prossima settimana - dove alcuni sondaggi danno in vantaggio il comico Count Binface - e ai suoi problemi con la commissione elettorale.
Sul confronto con Futuro Nazionale, Maccaferri riconosce un fondo comune, quello di una destra nativista e culturalmente iper-tradizionale che colloca nel passato il momento giusto da recuperare, l'italianità per Vannacci, l'inglesità e non la britannicità per Restore.
Ma sconsiglia la comparazione diretta: Restore, come tutti i partiti attraversati da Farage, è figlio dell'euroscetticismo e dell'incapacità di una parte della cultura conservatrice britannica di elaborare la fine dell'impero.
In entrambi i casi si tratta comunque della stessa radicalizzazione, prodotta dall'incapacità del discorso politico di destra di rielaborare le trasformazioni della società: più facile tornare indietro col pensiero e dire che si stava meglio quando, nel caso di Restore, erano tutti bianchi, cosa che non è mai stata vera.
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