La registrazione audio di questa puntata ha una durata di 5 minuti.
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Critico letterario e scrittore
Buongiorno da critica. Militanti l'inevitabile valanga di commenti alle manifestazioni dei giorni scorsi, a cui andiamo quasi tutti contribuito, mi ha fatto tornare in mente un vecchio libro. Ho pensato di parlarne in questa rubrica perché, dopo tutto, il 2026 fanno 60 anni dalla morte del suo autore e 90 da quella della sua censura. Parlo del garofano rosso romanzo giovanile di Elio Vittorini, uscito sulla rivista Solaria a puntate tra il 1933 36 e poi bloccato con la rivista stessa dalla censura fascista in volume, sarebbe uscito solo nel 48, con una celebre prefazione dello stesso scrittore, è uno dei libri Vittorini ani che forse sopravvivono meglio, non ancora fagocitati dalla cantilena di una falsa America, che del resto è stata poi difficilmente separabile dal vero talento di Vittorini. Quello di inventare suggestioni liriche attraverso un programma di poetica. Tutto a giorno il garofano rosso come molta letteratura di quegli anni ruota intorno al mito dell'adolescenza, ma qui ci sono anche liceali occupazioni. Siamo nel 1924, in una città della Sicilia orientale, i giovani antiborghesi, Alessio Tarquini, negli altri, sono affascinati dal vitalismo rivoluzionario fascista e magari anche bolscevico. Il romanzo giovanile ha già un carattere magnetico, tipico di Vittorini, che è indistinguibile dal suo maggior difetto, cioè la sua retorica oltranzista. La sua ansia di trasformare ogni intensa esperienza dei sensi in vessillo di palingenesi fanno quasi credere che le parole possano davvero cambiare immediatamente le cose invece l'illusione di un ragazzo appunto, che ribattezzato con enfasi goliardica i suoi paesaggi per renderli favolosi
Così nella città della montagna rosa come la chiama una tipografia diventa una mitica cava, un recinto in cui si fa botte, viene chiamato il Mato Grosso e la rivoluzione sembrano western visto al cinema. Lo spartiacque delle adolescenze è un'estate cui un'estate passata da Alessio al suo paese, lontano dalla città, dove capisce a poco a poco che, in quanto figlio di un padrone di Fornace, non potrà mai somigliare agli operai e che oltre lingua infantile resta ben una giovinezza inaridita, ritorno alla scuola delle occupazioni notturna del grande amore si riduce a un luogo di morte. Alla fine, come Rubertis Borgese Alessio, si accoda a una fila di bandiere senza sapere dove va.
E poi ascolta la macabra lavorazione, le Nazioni giust, di uno sconosciuto che non è neppure un ragazzo, ma un rachitico ragazzino. La storia, insomma, è un sogno e maturo fatto sognare alle masse spargendo il sangue, cita una pagina per far capire il tono e il racconto febbrile di uno scontro febbrile è avvenuto da poco un'avventura dove si sono von fronteggiati i vecchi dello Stato liberale, i professori e i nuovi ragazzi, che cercano appunto di legittimare con le ideologie orecchiate all'ultim'ora il loro slancio vitale.
E teppistico romantico senza radici, Cito, e si gode uno sparo, corriamo ai balconi e vediamo che la strada è deserta con un tranvai fermo all'angelo custode abbandonato, ma lontano verso la Prefettura c'è una folla che sembra assista, una ISUC è un'esecuzione capitale, poi si sente una marcia di gambe marziali nel vuoto, da una strada accanto e ad intervalli, la noi di un tempo
Come piuttosto un chi va là che s'allontana Scappo a mettermi in camicia nera. Mi cerco un bastone scendo. La sezione dell'angelo è chiusa. Guardata da carabinieri incontro gente che mi chiama Balilla fischia in piazza Duomo, mi trovo tra fascisti, non li conosco, ma che importa giro con loro. Dicono che i soldini e questo mi fa venire in mente codini avrebbero intenzione di attaccare la sede che il grosso dei nostri l'attorno allora ci Gothico, pensando che ci saranno anche quelli del liceo con Tarquinio fermato, mi chiede uno che alle stellette ai polsi della camicia nera son due passi risponde lui senti Mozah mi richiama, sai sparare e io certo che so sparare aveva una Mauser e lui mi porge una cosa Diaccia Kemi luccica in mano come d'argento allora dice racconto, mi sento felice, mi sento il freddo della rivoltella, battermi sulla coscia, mi viene voglia di camminare, camminare così tutta la notte di avere duelli misteriose di passare per la via di Giovanna,
Penso Rana disteso nel suo sangue al matto grosso lo ha ammazzato mi Nicolò ha ammazzato oggi con questa e stringo forte la questa con la mano dentro la tasca giunto alla sede, chiama Tarquinio, gliela mostro, ma subito qualcuno urla che bisogna andare in piazza e poco dopo cito ancora tra noi si scherza, si ride non si sente nulla dell'uomo che sta commemorando Matteotti in qualche punto della piazza, sappiamo solo che parla che c'è questa voce commossa e un po'nasale, a tratti stridula, come alle arringhe della Corte d'Assise, e che c'è questo punto della giustizia borghese gesticolante, sopra coscienze, coscienze, come per farle figliare, ma non lo vediamo e fischietti. Amo tra noi giovinezza e già il mito della giovinezza è bene ricordarlo, è stato anche e soprattutto un tipico mito fascista che diceva Sciascia è riuscito, per paradosso, a inverarsi solo dopo il 45 a risentirci venerdì prossimo,
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