30 NOV 2004

Linux Day: Può l'informatica italiana uscire dalla crisi? Le comunità open-source come risorsa strategica

[NON DEFINITO] | - 00:00 Durata: 2 ore 6 min

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Milano, 30 novembre 2004 - Suona la carica del software libero In Italia ormai si contano almeno 200 imprese di sviluppatori Introduzione di Giuseppe CaravitaOltre 30mila giovani programmatori, con oltre un centinaio di comunità attive su base territoriale (Linux user group) e un centinaio di progetti di software in corso, di cui una quarantina consolidati e riconosciuti su base internazionale.

Non solo, l'Italia è oggi, secondo l'Idc, il più vivace mercato europeo per i server linux.

Questa è la fotografia, all'osso, del software libero e dell'Open source in Italia, stando alle ultime
indagini disponibili.

Un mondo praticamente cresciuto da sé negli ultimi dieci anni, da quel 1994 quando gli utenti Linux si potevano contare in meno di un migliaio e i programmatori italiani capaci di scrivere codice nella comunità del Pinguino stavano sulle dita di una mano.

L'arrivo delle prime imprese.

Da allora, e senza nessun intervento pubblico o statale, circa 200 piccole e medie imprese specializzate nel l'Open source sono nate in Italia.

Le ha censite, nel giugno scorso, una ricerca della Ware.it, società di consulenza di Roma.

Sono aziende in prevalenza nuove, spesso avviate da neolaureati formatisi in poli universitari come Torino, Milano, Pisa, Padova, Roma e Napoli, sedi delle maggiori comunità tecnologiche sul l'Open source.

Tutto ciò dà luogo a due risultati sorprendenti e che si confermano tra loro.

Secondo una indagine della Berlecon tedesca l'Italia è oggi al quarto posto nel mondo quanto a programmatori Open source, con il 7,8%, dietro a Francia, Germania e Stati Uniti ma davanti a Spagna, Regno Unito e Olanda.

Stessa quarta posizione, secondo Idc, come mercato per i server Linux, ma con tassi di crescita record nel 2002 e 2003, superiori agli altri.

Non solo: come è testimoniato nelle prossime pagine, non pochi progetti Open source italiani hanno fatto pezzi di storia nel software recente.

Per esempio Cocoon, il primo modulo che ha implementato il linguaggio Xml, o Galeon-Epiphany, i browser veloci per Linux divenuti oggi il paradigma per i moderni navigatori Web.

Le ragioni del decollo.

A cosa dobbiamo questa fioritura inattesa? Forse alla stessa debolezza dell'informatica italiana, caratterizzata da una buona ossatura universitaria ma da un settore industriale, hardware e software, uscito letteralmente decimato dagli scorsi dieci anni.

Open source italiano è ancora poco presente sul l'effettivo mercato, costituito ancora di gestionali, spesso vetusti, per piccole e medie imprese.

I numeri in Italia.

É una diagnosi ambivalente.

Ma sostanzialmente confermata dal sondaggio compiuto nella scorsa primavera dalla stessa Mate.

L'Open source in Italia è una realtà operativa in una medio-grande azienda italiana su dieci e nel 6% delle Pubbliche amministrazioni (in particolare amministrazioni comunali e provinciali, secondo il Censis).

Anche se però queste cifre abbastanza limitate vanno corrette con un più ampio 35% di aziende che hanno almeno un computer "pilota" Linux installato.

E il 60% di server Web Apache presenti nei datacenter.

La piccola impresa invece, secondo le rilevazioni Mate, è ben più lontana dall'Open source.

Solo il 2,5% lo utilizza.

Forse perché il modello prevalente è ancora legato a servizi di infrastruttura Internet di media impresa (sotto i 50 server complessivi) relativamente sofisticati (server mail, database, Web) e presenti nell'80% dei casi d'uso.

Con una caratteristica interessante: Open source è poi anche attratto dai suoi pacchetti gestionali e, nel 50% dei casi, è anche disposto a istallarlo sulle scrivanie, usando Mozilla e OpenOffice, spiega Pancotti.

Segno che rompere il ghiaccio genera domanda a catena.

E che il software libero è questione di conoscenze e di risorse umane.

Una volta formate, la strada si fa più facile.

Lo testimonia anche la fascia alta delle software house italiane che, soprattutto nei progetti di sviluppo più innovativi in ambiente Java, tendono a utilizzare ambienti Open source, come Apache-Tomcat e JBoss.

E la diffusione di strumenti avanzati per la costruzione di portali e siti Web ad elevata complessità di contenuti.

Su queste aree avanzate - rileva la Mate - gli strumenti "open" oggi fanno piena concorrenza a .Net di Microsoft.

Un esempio: Engineering, uno dei maggiori integratori italiani (2mila dipendenti), ha deciso in questi giorni insieme a Sinapsi di mettere in Open source il suo ambiente di sviluppo Java, Spago, per arricchirlo dai contributi multipli che già irrobustiscono ambienti come JBoss e Tomcat.

Una sorta di pre-industria.

Stiamo parlando, però, delle punte avanzate del mercato.

La strada verso il grosso della domanda di informatica non è ancora percorsa.

Nonostante la sua crescita dal basso e spontanea, l'Open source in Italia è ancora nelle sostanza una sorta di pre-industria.

Certo, l'impegno di grandi nomi come Ibm (per esempio sui primi ampi progetti centrati su Linux, come quello in corso alla Banca Popolare di Milano) sta irrobustendolo velocemente.

Open source.

Qualche caso di questo tipo esiste, come per esempio Mosaico sorgente aperto, un gestionale per piccole imprese commerciali oggi infiltratosi anche nell'industria.

Ma siamo ancora agli inizi.

Potrebbe però essere solo questione di tempo.

Gli ambienti di sviluppo "open" stanno evolvendo velocemente ,così come quei progetti (il principale è Mono, guidato dal brasiliano Manuel de Icaza) che mirano a portare su Linux i linguaggi e l'architettura di .Net di Microsoft.

Non è quindi lontano il giorno in cui anche le piccole software house avranno a disposizioni strumenti e "componenti" intercambiabili per le loro applicazioni gestionali, senza le incompatibilità e le fratture di oggi.

Un patrimonio software magari messo a fattor comune, e quindi irrobustito, da migliaia di tecnologi in grado di arricchirlo e correggerlo di continuo.

La sfida sulla qualità.

A quel punto la sfida passerà, più che nel l'ingabbiamento dentro pacchetti proprietari, sulla qualità dei servizi, della personalizzazione e delle relazioni con i clienti.

Esattamente quello che cominciano a sperimentare quelle 200 nuove piccole imprese nate sull'onda dell'Open source, spesso subfornitrici di competenze nei grandi progetti.

Ma a poco a poco capaci anche di ritagliarsi ruoli autonomi.

E questo appare oggi il vero laboratorio dell'informatica italiana.

G.CA.

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