Ne parliamo con Davide Romano, direttore del Museo della Brigata Ebraica di Milano che ha contribuito a fondare.
Romano ricostruisce quanto accaduto e respinge la narrativa dell'ANPI, che ha accusato la Brigata di aver bloccato il corteo fermandosi: "È come accusare la vittima di uno … stupro per la lunghezza della gonna.
Finisce lì la civiltà." Ricorda che già un mese prima il questore di Milano aveva denunciato un clima di antisemitismo molto alto in città, e che sabato tra i contestatori c'era anche chi faceva il saluto romano.
Respinge l'argomento secondo cui la Brigata non avrebbe titolo a sfilare il 25 aprile perché non era una formazione partigiana: quei cinquemila ragazzi erano volontari che scelsero di liberare un paese non loro, alcuni dei quali ebrei italiani tornati a combattere il paese che li aveva cacciati con le leggi razziali.
Sul piano propositivo indica una strada opposta alla chiusura: internazionalizzare il 25 aprile, aprirlo agli eserciti alleati dei 51 paesi che contribuirono alla liberazione, smettere di bandire le bandiere americana, inglese e della Brigata Ebraica.
L'anno prossimo, dice, ci saranno di nuovo.
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