29 AGO 2026
intervista

Debito americano, Africa a rischio. Intervista al professor Patrizio Bianchi

INTERVISTA | di Roberta Jannuzzi - RADIO - 10:32 Durata: 0 sec
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Patrizio Bianchi, economista, accademico dei Lincei e direttore del Centro dell'Accademia Nazionale dei Lincei per la cooperazione scientifica Italia-Cina, già ministro dell'Istruzione nel governo Draghi, nell'intervista di Radio Radicale spiega perché l'instabilità finanziaria americana rischia di travolgere le economie africane più fragili.

Il debito pubblico degli Stati Uniti ha raggiunto quarantamila miliardi di dollari e il suo costo annuo, dice Bianchi, è pari a circa una volta e mezzo la spesa americana per la difesa e a cinque volte quella per l'istruzione.

Per rinnovarlo,
Washington è costretta a mantenere tassi elevati, e questo spiazza sia le imprese americane, che si stanno indebitando per la corsa all'intelligenza artificiale, sia i Paesi africani, che devono rastrellare fondi sullo stesso mercato internazionale per far fronte ai propri impegni e si trovano a competere con un debito considerato più sicuro e più prevedibile.

L'iniziativa avviata dal Fondo monetario nel 2000 per fronteggiare questo rischio è stata svuotata dagli attacchi di Trump alle istituzioni internazionali.

Il default di un Paese africano significherebbe la fine di ogni cornice di regole e farebbe saltare anche i piani di cooperazione bilaterale, a partire dal Piano Mattei: una destabilizzazione che colpirebbe in primo luogo l'Europa e l'Italia, che dell'Africa è il primo approdo.

Sull'accordo annunciato da Trump con Caracas per il controllo di maggioranza di oltre sessantacinque miliardi di barili di riserve venezuelane, l'ex ministro vede la conferma di una politica americana volta al controllo diretto delle risorse del Sud America.

Con le forniture russe e mediorientali bloccate, l'unica fonte che resta aperta è quella controllata da Washington, e l'Europa è di nuovo in mezzo: o assume una posizione autonoma, o ne esce indebolita.

Sul bilancio settennale dell'Unione la questione si sposta dal merito dei tagli al progetto politico.

La radice è la crisi del 2008: da allora ogni Paese ha fatto un passo indietro e l'Europa è entrata in una stagnazione che dura, con una crescita ferma allo zero virgola qualcosa.

Discutere se tagliare l'agricoltura o aumentare la difesa senza decidere che cosa si vuole fare dell'Europa significa tornare a un bilancio contabile fatto di chi versa e chi riceve.

L'economista ricorda che l'Europa è nata su carbone e acciaio e sulla difesa, e indica i temi che hanno una dimensione almeno europea: acciaio, difesa, reti elettriche, gas, trasporti, tutti legati al riscaldamento globale.

Sul Canada la risposta è netta: una partnership con Ottawa è possibile solo se dall'altra parte c'è l'Europa.

Se l'Unione resta un accordo intergovernativo in cui ciascuno può bloccare gli altri, il rapporto con il Canada diventa irrilevante.

Sulla proposta di Giorgia Meloni di estendere a tutta Italia le semplificazioni della Zes unica, il professore spiega che cos'è una zona economica speciale e ne ripercorre la storia italiana, dalla zona sottosviluppata istituita nel Polesine dopo l'alluvione del 1953 fino alla Cassa per il Mezzogiorno.

Il punto, avverte, è che più la zona si allarga, più i vantaggi della specificità si perdono: estendere gli incentivi al Nord metterebbe anche in difficoltà le regole europee, perché chi investe in Italia avrebbe un vantaggio rispetto a chi investe in Germania.

Diverso il caso delle semplificazioni burocratiche, che possono essere estese a tutto il Paese come lezione appresa da settant'anni di intervento nelle aree sottosviluppate.

Sul Rhine Group promosso da Mario Draghi, Bianchi giudica fondamentale che in Europa resti acceso un luogo di riflessione sul futuro, e osserva che mentre in Europa molti si rivolgono a Draghi come punto di riferimento, in Italia nessuno lo fa: un segno del rischio che il Paese resti ai margini anche del dibattito sull'Europa.

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