Il 23 ottobre l'Ungheria ricorda i settant'anni della rivoluzione del 1956, la rivolta contro il regime comunista schiacciata dai carri armati sovietici.
È il primo anniversario senza Viktor Orbán al governo.
Ad aprile le elezioni le ha vinte Péter Magyar con il suo partito conservatore ed europeista, e da maggio Magyar è primo ministro.
Stefano Bottoni, storico dell'Europa centro-orientale all'Università di Firenze, spiega che saranno le celebrazioni del 23 ottobre a mostrare che cosa il nuovo governo vuole comunicare sulla memoria.
Per ora si vede il tentativo di rivalutare il 1956, sul … piano storico ed etico, come atto fondativo di una repubblica democratica.
Sono stati invitati di fatto tutti i capi di Stato e di governo europei, ma pare che pochi abbiano accettato.
Tra loro non ci sarà il presidente francese Emmanuel Macron, che era tra gli invitati più prestigiosi.
In occasione dell'anniversario ci sarà anche un atto atteso da decenni, la pubblicazione dei documenti della polizia segreta comunista finora secretati.
Comincerà il 4 novembre, anniversario del secondo e decisivo intervento sovietico che soffocò nel sangue la rivoluzione.
Resta da capire, osserva lo storico, se a settant'anni di distanza il 1956 comunichi ancora qualcosa alla società ungherese o se sia stato consegnato all'oblio, a cui l'era Orbán ha contribuito in modo significativo.
Sullo smantellamento del sistema costruito da Orbán, il professore dice che il processo va avanti.
C'è chi lo vorrebbe più rapido e anche più brutale, e c'è chi si lamenta delle posizioni distrutte.
A suo giudizio il governo procede in linea con le attese e con il quadro geopolitico, economico e culturale, pur con qualche ingenuità, qualche contraddizione e molti meccanismi non ancora oliati.
Sono arrivati i primi arresti.
Bottoni invita a tenere presente una cifra, circa 30 miliardi di euro, che misura la dimensione economica di quello che definisce lo Stato mafia costruito da Orbán.
Il 21 ottobre è stato arrestato l'ex governatore della Banca nazionale ungherese, già ministro dell'Economia e considerato il braccio destro di Orbán.
Il figlio, latitante, aveva costruito con una cerchia di amici una delle principali reti di potere economico.
Inchieste giornalistiche molto documentate avevano attribuito all'ex governatore un ammanco di circa un miliardo e mezzo di euro nella gestione della Banca nazionale, tra investimenti sbagliati e fondi trasferiti a fondazioni.
Sono soldi che, ricorda lo storico, sono mancati all'economia, al sistema sociale e alla sanità.
Secondo Bottoni Orbán è molto preoccupato.
Da un lato manda segnali di resistenza, dall'altro il suo entourage prepara una possibile fuga di membri della famiglia o piani per evitare lo scenario peggiore, quello di vedere l'ex primo ministro in manette dopo quasi quarant'anni di politica e sedici di potere ininterrotto.
Pochi mesi fa questo scenario sembrava lontano.
Ora, secondo lo storico, potrebbe essere a qualche mese di distanza.
Sull'immigrazione il governo Magyar mantiene la linea di Orbán, che ne aveva fatto un cavallo di battaglia ideologico e propagandistico.
Il professore spiega che quella linea intercetta le attese di una quota larghissima dell'elettorato, tra l'ottanta e il novantacinque per cento.
Chiunque governi deve tenerne conto, perché l'ungherese medio guarda le immagini che arrivano da Parigi, Marsiglia o Milano e teme che lo stesso accada nel suo paese.
Molti, osserva Bottoni, considerano Orbán un male assoluto, ma sull'immigrazione non cambierebbero quasi nulla.
Questo entra in contraddizione con il calo demografico in corso da decenni, che impone e imporrà sempre di più l'arrivo di manodopera straniera e la nascita di una società multietnica e multiculturale.
Nemmeno il nuovo governo ha una strategia per gestire questo cambiamento e convincere la popolazione che si può costruire un modello vantaggioso sia per chi arriva sia per la società che accoglie.
Secondo lo storico il problema non riguarda solo l'Ungheria ma tutta l'Europa centro-orientale.
In Repubblica Ceca vivono mezzo milione di ucraini e in Polonia un milione e mezzo, mentre in Ungheria questa popolazione non c'è.
Manca anche un dibattito su un'Europa centrale fatta di Stati formalmente nazionali ma di società sempre più nuove.
Nel collegamento da Bruxelles, David Carretta ha parlato dell'impegno preso a Strasburgo da Ursula von der Leyen davanti al Parlamento europeo.
La presidente della Commissione ha detto che le sanzioni sull'energia contro la Russia resteranno finché Vladimir Putin non metterà fine all'aggressione contro l'Ucraina.
È la risposta alle pressioni dell'amministrazione Trump perché gli europei tornino a comprare gas russo, nel quadro dei negoziati seguiti all'accordo sul diesel e alle altre concessioni del presidente americano a Putin.
Nelle stesse ore a San Pietroburgo Putin e l'inviato americano Steve Witkoff hanno concordato di riprendere i negoziati tecnici a tre tra Stati Uniti, Ucraina e Russia.
Witkoff ha parlato di progressi ma anche di lavoro ancora da fare.
Da Mosca, secondo il corrispondente, arrivano i soliti segnali, il rifiuto del cessate il fuoco e la conferma dell'obiettivo di sottomettere politicamente l'Ucraina.
Nella notte almeno sei missili balistici hanno colpito Kiev, con circa ventitré feriti secondo le autorità ucraine.
Trump ha detto ancora una volta che un accordo non è mai stato così vicino.
Carretta osserva che Putin è stato abile nell'offrire al presidente americano concessioni utili in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre.
Secondo il resoconto del Cremlino, Putin ha offerto aiuto per risolvere la guerra in Iran, forniture di diesel con le prime petroliere in partenza a breve e fertilizzanti per gli agricoltori americani.
In cambio chiede accordi finanziari per far funzionare l'intesa sul diesel.
Secondo il corrispondente questo significa con ogni probabilità togliere le sanzioni alle banche russe, e rischierebbe di minare l'intero sistema di sanzioni costruito da Stati Uniti e Unione europea dal 24 febbraio 2022.
Gli europei sono in difficoltà e sperano che dopo il voto americano torni la normalità, cioè il disinteresse di Trump per la questione ucraina.
È il primo anniversario senza Viktor Orbán al governo.
Ad aprile le elezioni le ha vinte Péter Magyar con il suo partito conservatore ed europeista, e da maggio Magyar è primo ministro.
Stefano Bottoni, storico dell'Europa centro-orientale all'Università di Firenze, spiega che saranno le celebrazioni del 23 ottobre a mostrare che cosa il nuovo governo vuole comunicare sulla memoria.
Per ora si vede il tentativo di rivalutare il 1956, sul … piano storico ed etico, come atto fondativo di una repubblica democratica.
Sono stati invitati di fatto tutti i capi di Stato e di governo europei, ma pare che pochi abbiano accettato.
Tra loro non ci sarà il presidente francese Emmanuel Macron, che era tra gli invitati più prestigiosi.
In occasione dell'anniversario ci sarà anche un atto atteso da decenni, la pubblicazione dei documenti della polizia segreta comunista finora secretati.
Comincerà il 4 novembre, anniversario del secondo e decisivo intervento sovietico che soffocò nel sangue la rivoluzione.
Resta da capire, osserva lo storico, se a settant'anni di distanza il 1956 comunichi ancora qualcosa alla società ungherese o se sia stato consegnato all'oblio, a cui l'era Orbán ha contribuito in modo significativo.
Sullo smantellamento del sistema costruito da Orbán, il professore dice che il processo va avanti.
C'è chi lo vorrebbe più rapido e anche più brutale, e c'è chi si lamenta delle posizioni distrutte.
A suo giudizio il governo procede in linea con le attese e con il quadro geopolitico, economico e culturale, pur con qualche ingenuità, qualche contraddizione e molti meccanismi non ancora oliati.
Sono arrivati i primi arresti.
Bottoni invita a tenere presente una cifra, circa 30 miliardi di euro, che misura la dimensione economica di quello che definisce lo Stato mafia costruito da Orbán.
Il 21 ottobre è stato arrestato l'ex governatore della Banca nazionale ungherese, già ministro dell'Economia e considerato il braccio destro di Orbán.
Il figlio, latitante, aveva costruito con una cerchia di amici una delle principali reti di potere economico.
Inchieste giornalistiche molto documentate avevano attribuito all'ex governatore un ammanco di circa un miliardo e mezzo di euro nella gestione della Banca nazionale, tra investimenti sbagliati e fondi trasferiti a fondazioni.
Sono soldi che, ricorda lo storico, sono mancati all'economia, al sistema sociale e alla sanità.
Secondo Bottoni Orbán è molto preoccupato.
Da un lato manda segnali di resistenza, dall'altro il suo entourage prepara una possibile fuga di membri della famiglia o piani per evitare lo scenario peggiore, quello di vedere l'ex primo ministro in manette dopo quasi quarant'anni di politica e sedici di potere ininterrotto.
Pochi mesi fa questo scenario sembrava lontano.
Ora, secondo lo storico, potrebbe essere a qualche mese di distanza.
Sull'immigrazione il governo Magyar mantiene la linea di Orbán, che ne aveva fatto un cavallo di battaglia ideologico e propagandistico.
Il professore spiega che quella linea intercetta le attese di una quota larghissima dell'elettorato, tra l'ottanta e il novantacinque per cento.
Chiunque governi deve tenerne conto, perché l'ungherese medio guarda le immagini che arrivano da Parigi, Marsiglia o Milano e teme che lo stesso accada nel suo paese.
Molti, osserva Bottoni, considerano Orbán un male assoluto, ma sull'immigrazione non cambierebbero quasi nulla.
Questo entra in contraddizione con il calo demografico in corso da decenni, che impone e imporrà sempre di più l'arrivo di manodopera straniera e la nascita di una società multietnica e multiculturale.
Nemmeno il nuovo governo ha una strategia per gestire questo cambiamento e convincere la popolazione che si può costruire un modello vantaggioso sia per chi arriva sia per la società che accoglie.
Secondo lo storico il problema non riguarda solo l'Ungheria ma tutta l'Europa centro-orientale.
In Repubblica Ceca vivono mezzo milione di ucraini e in Polonia un milione e mezzo, mentre in Ungheria questa popolazione non c'è.
Manca anche un dibattito su un'Europa centrale fatta di Stati formalmente nazionali ma di società sempre più nuove.
Nel collegamento da Bruxelles, David Carretta ha parlato dell'impegno preso a Strasburgo da Ursula von der Leyen davanti al Parlamento europeo.
La presidente della Commissione ha detto che le sanzioni sull'energia contro la Russia resteranno finché Vladimir Putin non metterà fine all'aggressione contro l'Ucraina.
È la risposta alle pressioni dell'amministrazione Trump perché gli europei tornino a comprare gas russo, nel quadro dei negoziati seguiti all'accordo sul diesel e alle altre concessioni del presidente americano a Putin.
Nelle stesse ore a San Pietroburgo Putin e l'inviato americano Steve Witkoff hanno concordato di riprendere i negoziati tecnici a tre tra Stati Uniti, Ucraina e Russia.
Witkoff ha parlato di progressi ma anche di lavoro ancora da fare.
Da Mosca, secondo il corrispondente, arrivano i soliti segnali, il rifiuto del cessate il fuoco e la conferma dell'obiettivo di sottomettere politicamente l'Ucraina.
Nella notte almeno sei missili balistici hanno colpito Kiev, con circa ventitré feriti secondo le autorità ucraine.
Trump ha detto ancora una volta che un accordo non è mai stato così vicino.
Carretta osserva che Putin è stato abile nell'offrire al presidente americano concessioni utili in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre.
Secondo il resoconto del Cremlino, Putin ha offerto aiuto per risolvere la guerra in Iran, forniture di diesel con le prime petroliere in partenza a breve e fertilizzanti per gli agricoltori americani.
In cambio chiede accordi finanziari per far funzionare l'intesa sul diesel.
Secondo il corrispondente questo significa con ogni probabilità togliere le sanzioni alle banche russe, e rischierebbe di minare l'intero sistema di sanzioni costruito da Stati Uniti e Unione europea dal 24 febbraio 2022.
Gli europei sono in difficoltà e sperano che dopo il voto americano torni la normalità, cioè il disinteresse di Trump per la questione ucraina.
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