29 GIU 2026
rubriche

Il Mondo a pezzi. Intervista a Paolo Guerrieri

RUBRICA | di Roberta Jannuzzi - RADIO - 10:31 Durata: 23 min 58 sec
A cura di Alessio Grazioli
Player
Dazi e digital tax, un conflitto di sovranità.

Paolo Guerrieri, economista, in questa puntata del Mondo a pezzi, legge la minaccia di Trump di un dazio del 100 per cento contro i paesi che tassano i servizi digitali come qualcosa di più di una disputa commerciale: un conflitto di sovranità.

La decisione di alcuni Stati europei di tassare i ricavi che piattaforme come Google, Meta e Amazon realizzano nei loro mercati risponde, sostiene, al diritto di tassare il valore prodotto sul proprio territorio, e a questa scelta Washington oppone l'arma commerciale.

In gioco non è quindi solo il livello
delle imposte, ma chi decide: i governi democratici o le grandi piattaforme tecnologiche protette dalla potenza americana.

La minaccia, avverte, va presa sul serio.

Pur avendo la Corte Suprema bocciato molti dazi di Trump per assenza di una base giuridica solida, resta la Section 301 del Trade Act del 1974, che consente di usare lo strumento commerciale contro imposte ritenute discriminatorie verso le imprese americane, e Trump potrebbe passare dalle parole ai fatti, come già avvenuto in passato.

La digital tax, ricorda, nasce da un'anomalia: il fisco è stato costruito per un'economia materiale, fatta di fabbriche e negozi in luoghi fisici, mentre le piattaforme realizzano profitti enormi in un paese senza avervi una presenza proporzionata.

È anche una questione di equità - il panettiere sotto casa paga dove lavora, queste piattaforme per anni hanno pagato assai meno - e senza una tassa sui servizi digitali le big tech americane non verserebbero quasi nulla in Europa su centinaia di miliardi di utili.

Gran parte delle responsabilità, osserva, è europea.

Manca una digital tax comune e, in sua assenza, alcuni Stati come Italia, Francia e Spagna si sono mossi da soli con aliquote nazionali del 2 o 3 per cento.

Uno studio commissionato dal Parlamento europeo stima che un prelievo europeo intorno al 4 per cento renderebbe 34 miliardi l'anno, e al 5 per cento oltre 40 miliardi.

L'ostacolo è la regola dell'unanimità in materia fiscale e l'interesse di alcuni paesi a mantenere le divisioni: l'Irlanda, dove molte piattaforme sono localizzate per la tassazione minima, assumerà tra l'altro la presidenza del Consiglio dell'Unione.

Guerrieri ricorda inoltre che la prima Commissione von der Leyen aveva posto la tassa digitale comune tra le priorità, mentre la seconda l'ha esclusa dai mandati dei commissari, scelta letta da molti come un atto di deferenza verso la nuova amministrazione americana.

Segnala infine la contraddizione della posizione americana: sul commercio dei beni Trump pratica il protezionismo e ha demolito le regole multilaterali, mentre nel digitale, dove il primato statunitense è più forte, riscopre l'apertura dei mercati e denuncia la discriminazione altrui, a difesa di una rendita fiscale e tecnologica dei propri gruppi.

La via resta il negoziato, ma condotto sapendo chi si ha di fronte: l'Europa dovrebbe mettere sul tavolo, come deterrente e non per usarlo, lo strumento anticoercizione in vigore dal 2023, pensato proprio per i casi di pressione economica da parte di un paese terzo e finora mai attivato né contro gli Stati Uniti né contro la Cina.

Una escalation non converrebbe a nessuno, tanto meno a Trump in vista delle elezioni di novembre, ma la sovranità fiscale resta una linea rossa su cui l'Europa non può arretrare.

leggi tutto

riduci