Prima ancora di imparare a cantare, Rocco ha imparato ad ascoltare suo padre, Alfio Moccia, figlio di San Benedetto Ullano e custode silenzioso della sua anima arbëreshë: una lingua antica che difendeva senza clamore.
«Non urlava: restava.
Nelle piazze, nelle case, nei gesti quotidiani di chi non vuole dimenticare.
Mi ha insegnato che l’identità non è passato, è respiro.
E che le radici non trattengono: sostengono», racconta Rocco Marco Moccia.
E aggiunge: «Se oggi canto è perché lui ha parlato.
Se la mia voce vola è perché la sua è … rimasta.
Io sono il suono.
Lui era la memoria».
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