Puntata registrata la mattina del 28 ottobre 2026, il giorno dopo le elezioni per la Knesset, il parlamento israeliano, mentre lo scrutinio era ancora in corso.
Fiamma Nirenstein parte dall’affluenza, la più alta da decenni: alle 14 aveva già votato metà degli elettori, e le code ai seggi sono rimaste anche durante il nubifragio del pomeriggio, il “mabbul” (diluvio, in ebraico).
La partecipazione più forte è stata quella degli arabi israeliani, intorno all’80 per cento.
I due partiti arabi, la Lista unita di Ahmad Tibi, ex consigliere di Yasser Arafat, e Ra’am, il partito … islamista di Mansour Abbas, legato ai Fratelli musulmani ma più aperto verso lo Stato d’Israele, hanno insieme circa 16 seggi.
Secondo i dati dello spoglio citati da Nirenstein, il blocco di Benjamin Netanyahu ha 55 seggi e quello dell’opposizione 49.
Gli exit poll della sera prima davano invece in vantaggio il blocco dell’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, 52 a 50.
Per la maggioranza servono 61 seggi.
Secondo Nirenstein, Netanyahu esce dal voto con un successo, anche se non con la vittoria che rivendica.
Non hanno funzionato le accuse di essere il responsabile del 7 ottobre e di aver usato la sicurezza e la guerra a fini politici.
Il Likud, il partito di destra del premier, resta di gran lunga il primo partito, davanti a Yashar, il partito centrista di Eisenkot.
Il paese è diviso a metà.
Toccherà al presidente Isaac Herzog, che Nirenstein definisce vicino alla sinistra, affidare l’incarico di formare il governo.
Netanyahu lo chiede in quanto leader del primo partito e del primo blocco.
Nirenstein considera una conquista democratica la partecipazione degli arabi israeliani, ma ricorda che tutti i leader dell’opposizione hanno promesso un governo “sionista”, senza i partiti arabi.
Per lei non è una questione di razzismo o di discriminazione ma un problema politico.
Mansour Abbas ha condannato il 7 ottobre, ma non ha mai voluto definire Hamas un’organizzazione terroristica.
Tra le richieste attribuite a questi partiti c’è l’autonomia della Galilea, inaccettabile secondo Nirenstein per la vicinanza della regione a Libano e Siria.
Sottolinea anche il peso che una loro presenza nel governo avrebbe in caso di grandi operazioni militari, a partire dall’Iran.
Eisenkot e Naftali Bennett, leader di Beyahad (destra), hanno escluso un governo con Netanyahu, anche con la rotazione della premiership.
In entrambi i blocchi ci sono alleati scomodi.
A destra c’è Itamar Ben Gvir, leader di Otzma Yehudit (estrema destra), con circa 6 seggi: lui stesso ha raccontato che Netanyahu non gli darà mai il ministero della Difesa.
A sinistra c’è Yair Golan, leader dei Democratici, contestato per le sue frasi sui soldati israeliani.
Avigdor Liberman, leader di Yisrael Beytenu (destra laica, elettorato di lingua russa), potrebbe schierarsi con l’una o con l’altra parte.
Secondo Nirenstein, al di là dell’odio verso Netanyahu, che definisce diventato uno stile giornalistico e letterario, la maggioranza degli israeliani desidera un governo di coalizione.
Lo spiega con il senso di unità di un popolo piccolo, colpito dall’antisemitismo e sempre consapevole del pericolo, a cominciare dalla minaccia nucleare iraniana.
L’ultima parte riguarda Donald Trump.
Secondo le indagini citate da Nirenstein, il suo sostegno a Netanyahu non ha spostato voti.
Ha contato però la motivazione: completare insieme il lavoro contro l’Iran.
Eisenkot ha detto di aver cercato più volte Trump senza ricevere risposta.
Per Nirenstein, anche Eisenkot, per storia e ruolo, condivide la priorità di sconfiggere l’Iran.
Fiamma Nirenstein parte dall’affluenza, la più alta da decenni: alle 14 aveva già votato metà degli elettori, e le code ai seggi sono rimaste anche durante il nubifragio del pomeriggio, il “mabbul” (diluvio, in ebraico).
La partecipazione più forte è stata quella degli arabi israeliani, intorno all’80 per cento.
I due partiti arabi, la Lista unita di Ahmad Tibi, ex consigliere di Yasser Arafat, e Ra’am, il partito … islamista di Mansour Abbas, legato ai Fratelli musulmani ma più aperto verso lo Stato d’Israele, hanno insieme circa 16 seggi.
Secondo i dati dello spoglio citati da Nirenstein, il blocco di Benjamin Netanyahu ha 55 seggi e quello dell’opposizione 49.
Gli exit poll della sera prima davano invece in vantaggio il blocco dell’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, 52 a 50.
Per la maggioranza servono 61 seggi.
Secondo Nirenstein, Netanyahu esce dal voto con un successo, anche se non con la vittoria che rivendica.
Non hanno funzionato le accuse di essere il responsabile del 7 ottobre e di aver usato la sicurezza e la guerra a fini politici.
Il Likud, il partito di destra del premier, resta di gran lunga il primo partito, davanti a Yashar, il partito centrista di Eisenkot.
Il paese è diviso a metà.
Toccherà al presidente Isaac Herzog, che Nirenstein definisce vicino alla sinistra, affidare l’incarico di formare il governo.
Netanyahu lo chiede in quanto leader del primo partito e del primo blocco.
Nirenstein considera una conquista democratica la partecipazione degli arabi israeliani, ma ricorda che tutti i leader dell’opposizione hanno promesso un governo “sionista”, senza i partiti arabi.
Per lei non è una questione di razzismo o di discriminazione ma un problema politico.
Mansour Abbas ha condannato il 7 ottobre, ma non ha mai voluto definire Hamas un’organizzazione terroristica.
Tra le richieste attribuite a questi partiti c’è l’autonomia della Galilea, inaccettabile secondo Nirenstein per la vicinanza della regione a Libano e Siria.
Sottolinea anche il peso che una loro presenza nel governo avrebbe in caso di grandi operazioni militari, a partire dall’Iran.
Eisenkot e Naftali Bennett, leader di Beyahad (destra), hanno escluso un governo con Netanyahu, anche con la rotazione della premiership.
In entrambi i blocchi ci sono alleati scomodi.
A destra c’è Itamar Ben Gvir, leader di Otzma Yehudit (estrema destra), con circa 6 seggi: lui stesso ha raccontato che Netanyahu non gli darà mai il ministero della Difesa.
A sinistra c’è Yair Golan, leader dei Democratici, contestato per le sue frasi sui soldati israeliani.
Avigdor Liberman, leader di Yisrael Beytenu (destra laica, elettorato di lingua russa), potrebbe schierarsi con l’una o con l’altra parte.
Secondo Nirenstein, al di là dell’odio verso Netanyahu, che definisce diventato uno stile giornalistico e letterario, la maggioranza degli israeliani desidera un governo di coalizione.
Lo spiega con il senso di unità di un popolo piccolo, colpito dall’antisemitismo e sempre consapevole del pericolo, a cominciare dalla minaccia nucleare iraniana.
L’ultima parte riguarda Donald Trump.
Secondo le indagini citate da Nirenstein, il suo sostegno a Netanyahu non ha spostato voti.
Ha contato però la motivazione: completare insieme il lavoro contro l’Iran.
Eisenkot ha detto di aver cercato più volte Trump senza ricevere risposta.
Per Nirenstein, anche Eisenkot, per storia e ruolo, condivide la priorità di sconfiggere l’Iran.
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