Nirenstein descrive Israele come "un altro mondo" rispetto all'Europa e ricorda le proporzioni della strage.
I 1.200 morti in un paese di 10 milioni di abitanti equivarrebbero a più di 8.000 in Italia e a 40.000 negli Stati Uniti.
Ricorda poi i morti e i feriti della guerra che è seguita, che definisce di pura difesa contro un fronte guidato … dall'Iran e da Hezbollah.
Racconta i lutti che hanno toccato anche la sua famiglia: il maestro e il custode della scuola del figlio più piccolo, entrambi uccisi in Libano, i figli di amiche uccisi o feriti, la casa di un ostaggio ucciso a venti metri dalla sua.
Nei kibbutz e nel nord, dice, chi ha perso un familiare lo ricorda con iniziative di lavoro, musica e commercio che "producono vita", non spirito bellicista.
La giornalista sostiene che l'ideologia suprematista islamica, a partire dalla carta di Hamas, prescrive lo sterminio degli ebrei e la sconfitta dell'Occidente, e che una parte dell'Occidente vi si è associata in una condizione che definisce psicotica.
Come esempio cita l'articolo di Anna Foa in prima pagina sulla Stampa di oggi, "Il 7 ottobre e la legge del più forte".
La storica scrive che quella data segna una cesura nel conflitto israelo-palestinese e che "ha dato inizio allo sterminio di oltre settantamila abitanti di Gaza", pur premettendo che l'attacco doveva essere condannato universalmente.
Secondo Nirenstein è un rovesciamento delle colpe sugli ebrei che appartiene alla storia dell'antisemitismo, e il fatto che Foa sia ebrea, osserva, non cambia il giudizio.
Sulle modalità della strage (famiglie bruciate vive, persone smembrate, donne stuprate e mutilate) Nirenstein dice di aver raccolto testimonianze dirette nei giorni successivi.
Accosta il discorso di Heinrich Himmler a Posen del 4 ottobre 1943, in cui il capo delle SS giustificò "per ragioni morali" lo sterminio dei bambini ebrei, a una lettera di Yahya Sinwar, che dice di aver visto, con indicazioni fondate sulla stessa idea di dovere morale.
Secondo la giornalista questa "Shoah" prosegue in Occidente con aggressioni fisiche e con la messa al bando degli ebrei.
Cita il bambino a cui viene strappata la kippah, i turisti cacciati da una pizzeria a Napoli, il cartello di un albergo in Trentino che dichiarava gli ebrei non graditi, il ragazzo aggredito due volte a Roma fuori da un albergo.
Elenca poi esclusioni nei festival cinematografici, nelle università, nelle gare ciclistiche e calcistiche, nei premi letterari, nelle librerie e nelle case editrici.
Nirenstein parla di disinformazione su Gaza e cita il razzo sull'ospedale, che secondo lei era palestinese, la foto in prima pagina sul New York Times di un bambino che era malato, e i camion di aiuti che entravano a centinaia e venivano sequestrati.
Contesta la cifra di 70.000 morti perché ricavata da fonti di Hamas, e indica in 1 a 1,2 il rapporto tra combattenti e civili uccisi, il più basso mai registrato in una guerra urbana.
Accenna anche alle proteste in Francia e alla crisi del governo Sánchez in Spagna come segni di un "rovesciamento mentale" generalizzato.
Sul film Naza, diretto dagli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor e premiato a Venezia con il premio speciale della giuria, la giornalista dice di non averlo visto.
Lo critica perché si basa su testimonianze anonime.
Riferisce che l'esercito israeliano ha diffuso un documento che smentisce i rapporti di uno a 500 tra obiettivi e vittime civili: gli strumenti di intelligenza artificiale stimano il costo in vite umane di un attacco, ma la decisione resta a ufficiali e consulenti legali, che possono annullare un'operazione.
La sua indicazione è che gli ebrei e i loro amici non devono caricarsi le accuse degli antisemiti né chiedere comprensione.
Ricorda un libro di Rosellina Balbi sulla richiesta rivolta a Israele di discolparsi del fatto stesso di esistere, e i sopravvissuti ai campi che arrivarono in Israele e si misero subito a lavorare e a combattere.
In chiusura la giornalista parla del dibattito sulle responsabilità del 7 ottobre a venti giorni dalle elezioni del 27 ottobre.
Una parte attribuisce la responsabilità al premier Benjamin Netanyahu, un'altra all'esercito e allo Shin Bet, il servizio di sicurezza interna.
I genitori dei caduti, dice, vanno ascoltati tutti, sia chi difende l'esercito sia chi accusa la mancanza di ordini.
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