L'ambasciatore avverte che la situazione è molto fluida e che ogni commento rischia di essere il penultimo.
A suo giudizio il voto, importante esercizio di democrazia, ha distribuito le carte, ma la partita comincia adesso.
Le carte … non sono ancora tutte scoperte.
Restano da scrutinare circa 600.000 schede, che potrebbero essere conteggiate entro domani e corrispondono a una quindicina di seggi.
Se si divideranno in modo equilibrato tra le due coalizioni, il quadro non cambierà molto.
Poiché si tratta soprattutto di voti di militari, quindi di elettori ebrei, Talò prevede che ridimensioneranno leggermente il successo delle liste arabe, che resta comunque storico.
Se lo stallo dovesse continuare, deciderà la capacità di formare coalizioni.
Su questo terreno Netanyahu parte avvantaggiato.
Secondo l’ex ambasciatore il premier "ha perso, ma ha perso bene": il Likud resta il primo partito, sia pure con meno voti, e Netanyahu è considerato un maestro delle alleanze in un sistema proporzionale puro, dove tutto si basa sulle coalizioni.
Le ipotesi indicate da Talò sono tre.
La prima è un governo di unità nazionale "tra virgolette", che a guida Netanyahu escluderebbe gli arabi e forse due alleati finora fedeli al premier, Ben Gvir, leader dell’estrema destra di Otzma Yehudit, e Smotrich, leader del Sionismo religioso, che il diplomatico definisce "personaggi inaccettabili in qualsiasi democrazia".
Sarebbe un governo con i numeri, ma eterogeneo.
La seconda è un esecutivo di minoranza, ancora più debole, guidato dall’una o dall’altra parte.
La terza sono elezioni anticipate in primavera.
Talò ricorda che non sarebbe una novità: anni fa Israele è già andato più volte al voto anticipato per l’instabilità e la frammentazione del parlamento.
La forte partecipazione degli arabi israeliani si inserisce, secondo l’ambasciatore, in un aumento generale dell’affluenza ed è il segno di una democrazia vitale.
Gli arabi, circa il 20% della popolazione, hanno sempre avuto diritto di voto e propri deputati alla Knesset, ma finora si astenevano di più.
Talò li colloca nella parte di Israele, forse maggioritaria, che chiede un cambiamento dopo tanti anni di Netanyahu.
Il problema è che questa parte non è unita.
Il premier e i suoi alleati non arrivano a 61 seggi, ma il blocco dello sfidante Eisenkot ha meno voti, e gli arabi, che potrebbero sostenerlo, non sarebbero accettati da tutte le componenti della sua coalizione, che comprende anche partiti di destra.
L’ex ambasciatore vede in questo un paradosso legato al 7 ottobre, uno spartiacque che in Europa, osserva, si dimentica troppo spesso.
Secondo Talò Hamas ha ottenuto ciò che voleva, cioè una polarizzazione estrema tra palestinesi e israeliani.
Gli arabi votano in Israele, mentre in Palestina non votano, ma il loro voto rischia di non essere utilizzabile perché una parte dei partiti non arabi lo rifiuta: la ferita del 7 ottobre è ancora troppo profonda.
Fino al giuramento di un nuovo governo Netanyahu resta in carica per gli affari correnti, che nella regione includono la guerra.
Talò ricorda che il premier è soprannominato "mister security" e che nei momenti di conflitto attrae più consensi.
Sul 7 ottobre Netanyahu ha responsabilità che ha negato e che sono state troppo spesso rimosse.
Ha pagato un prezzo in termini di consenso, ma non abbastanza da uscire dal governo.
Una ripresa del conflitto con l’Iran è quindi possibile, e se ne parla da giorni anche in relazione al dopo elezioni americane.
Il contrasto con l'Iran unisce una società israeliana che per il resto discute di tutto, e in caso di conflitto il premier ne guadagnerebbe, con effetti su un eventuale voto in primavera.
Quanto a un governo guidato da Eisenkot, l’ambasciatore non si aspetta una svolta verso il riconoscimento della Palestina o la ripresa del percorso dei due Stati, perché il voto è stato un referendum su Netanyahu, non sulla questione palestinese.
Un nuovo governo avrebbe però maggiori possibilità di dialogo con il resto del mondo.
Sui rapporti con gli Stati Uniti Talò non fa previsioni, perché con l’amministrazione Trump sono quasi impossibili, e ritiene che il sostegno del presidente americano a Netanyahu alla vigilia del voto non sia stato rilevante né in un senso né nell’altro.
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