All'origine delle turbolenze vi è l'aumento dei rendimenti dei titoli del Tesoro: crescono i tassi di interesse da pagare per finanziare la spesa pubblica che Trump aveva promesso di ridurre in campagna elettorale.
L'aumento dei rendimenti sfiora il 5 per cento, il valore più alto degli ultimi venti anni.
Il deficit degli USA è ora al 6 per cento.
Intanto le piattaforme tecnologiche investono massicciamente per sviluppare l'Intelligenza Artificiale, ma se prima si finanziavano attingendo a propri … risparmi, ora si indebitano.
Inflazione in crescita e crisi energetica fanno il resto.
Di conseguenza, chi investe, chiede rendimenti sempre più alti.
Ma poiché i titoli del Tesoro degli USA sono punti di riferimento per i tassi di interesse di tutto il mondo, accade che anche gli investitori in altri Paesi chiedano rendimenti più alti.
L'eurozona ha moneta unica e Banca centrale unica, ma sono molto diversificati i debiti e le politiche fiscali: esistono quindi titoli considerati più sicuri (è il caso della Germania, che ha un debito più basso) e altri più a rischio.
Inevitabilmente, dunque, crescono gli spread in casi come quello francese ed italiano rispetto alla Germania.
In questo momento l'epicentro del rischio si concentra sulla Francia, non solo e non tanto per il deficit che oscilla tra il 5 e il 6 per cento, ma perché i governi non riescono a presentare un percorso credibile per contenere il disavanzo o a fare rifome essenziali (come è il caso della riforma delle pensioni, più volte rinviata).
Potrebbe questa crisi ripercuotersi sui Paesi dell'Eurozona? Certamente ci sono rischi di speculazione attraverso i titoli di Paesi ritenuti deboli.
Accadde 15 anni fa con Grecia e poi Spagna, Portogallo, Italia.
Ma rispetto alla crisi del debito sovrano europea del 2012, cui l'allora presidente della BCE Mario Draghi rispose con il "whatever it takes", ipotizzando il prestito a Paesi debitori perché evitassero la bancarotta, oggi la banca centrale ha strumenti a disposizione che allora non aveva.
Le banche, nella crisi del 2011-2012, entrarono in crisi perché avevano in portafoglio gran parte dei titoli di debito pubblico di Paesi come Grecia, Portogallo, Italia.
Oggi le banche hanno più capitale e più riserve.
La Bce può intervenire in caso di turbative del mercato, ma sono i governi i titolari delle politiche fiscali.
La frammentazione delle politiche fiscali va superata, come suggeriscono i rapporti Draghi e Letta.
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