Martinelli distingue due piani.
Sul piano costituzionale, l'avvicendamento avviene pienamente dentro le procedure previste: quando un primo ministro è costretto dal suo partito a dimettersi, la partita è tutta interna alla sua forza politica e contano le regole di partito.
Quelle del … Labour richiedono l'appoggio del 20 per cento del gruppo parlamentare più quello di almeno tre associazioni affiliate, di cui due sindacati, oppure del 5 per cento dei partiti locali: soglie che contribuiscono a spiegare l'assenza di candidature alternative.
L'unica in campo, quella di Wes Streeting, è rientrata dopo un colloquio con Burnham, il che lascia pensare a un suo ruolo di primo piano nel prossimo governo.
Sul piano politico, Martinelli esprime qualche dubbio sull'assenza di un contest: senza gara Burnham diventerà leader e premier senza alcun confronto dialettico con le altre anime del partito, e sarebbe stato nel suo stesso interesse avere un'occasione per manifestarsi politicamente.
A questo si aggiunge un dettaglio giuridico poco messo in luce: il 16 luglio la Camera dei Comuni entra in recess fino al primo settembre, quindi Burnham non avrà un confronto nemmeno con il Parlamento, a meno che non usi la prerogativa del recall dei Comuni per illustrare il suo programma e consentire un dibattito.
Nel primo discorso programmatico, tenuto il 29 giugno al People's History Museum di Manchester, Burnham ha proposto un piano decennale fondato sulla devoluzione di poteri e risorse fuori da Whitehall, con una sede estesa del governo a Manchester, un vasto programma di edilizia popolare e il mantenimento delle attuali regole fiscali.
Martinelli osserva che la stessa scelta del museo della storia del movimento operaio rivela un politico di lungo corso, altro che enfant prodige: Burnham ha 56 anni, è stato ministro quasi vent'anni fa e si colloca in una posizione né blairiana né corbynista.
Il discorso è stato galvanizzante per il partito ma senza impegni sul come fare le cose.
Quanto alla devoluzione, Burnham non inventa nulla: il processo, asimmetrico e in divenire, compirà trent'anni, lo avviò Blair nel 1997 con i referendum scozzesi e gallese, e lo stesso manifesto di Starmer del 2024 ne aveva rilanciato la declinazione inglese con un progetto di legge.
Le due proposte di Burnham, lo spostamento di parte delle strutture di governo al Nord e maggiore autonomia fiscale per i sindaci regionali, si inseriscono in quel quadro; il First Minister gallese ha commentato che per il Galles non cambia nulla e il leader dell'SNP a Westminster ha definito il discorso vago.
L'obiettivo politico è riaccreditarsi in Scozia e Galles, antiche roccaforti divenute problematiche.
Il nodo è semmai l'Unione europea: fino all'anno scorso Burnham era il vessillifero del rejoin, ora è molto più freddo, memore del massiccio voto laburista per il Leave nel Nord ex industriale, e prevedibilmente proseguirà le politiche del governo Starmer.
Quanto alle ragioni della scelta, Martinelli ricorda che Starmer era progressivamente caduto in disgrazia, tra tornate elettorali perdute e indici di gradimento in calo, mostrando carenze di leadership nel maneggiare le divisioni interne.
Tra i possibili successori, i candidati interni al gruppo parlamentare erano bruciati o privi dello standing necessario, mentre Burnham da fuori si era posizionato da mesi, dopo essere stato bloccato in inverno dallo stesso Starmer, e ha giocato le sue carte da politico di grande esperienza.
Martinelli non si attende comunque una rivoluzione laburista: Burnham proporrà declinazioni anche molto diverse dei dossier del manifesto 2024, ma con tre anni davanti per riportare il partito a percentuali competitive tenere insieme tutto sarà molto difficile.
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