Dario Cristiani, nonresident senior fellow per il Nord Africa dell'Atlantic Council, che cura su Substack la newsletter Mediterraneo Globale, commenta le elezioni legislative marocchine del 23 settembre.
Secondo l'analista dal voto arrivano più messaggi.
Il primo è l'astensione, soprattutto giovanile, con pochi candidati sotto i 35 anni nonostante le agevolazioni finanziarie previste dal governo; con ogni probabilità è il secondo voto con l'affluenza più bassa del regno di Mohammed VI.
Il dato più interessante riguarda però le iscrizioni alle liste, sulle quali in Marocco si calcola … l'affluenza: tra i 18 e i 24 anni si è registrato poco meno del 4 per cento.
Oltre alla disaffezione e all'idea che il voto non cambi nulla, questo mostra per il ricercatore che le reti territoriali legate ai partiti o ad altri circuiti clientelari non riescono più a organizzare il voto come prima.
Il Marocco, precisa, non è una democrazia piena ma un regime ancora autoritario con meccanismi elettorali collaudati, e il problema riguarda la capacità del sistema di incorporare queste richieste.
Il movimento GenZ 212, che prende il nome dal prefisso telefonico internazionale del Marocco, ha una componente marocchina ma va letto anche in un quadro globale, insieme alle proteste in Nepal e altrove.
Alla base c'è un problema materiale di accesso ai servizi e al lavoro, con il collasso della classe media e delle opportunità per i giovani.
Per Cristiani la formula del Marocco a due velocità è troppo semplice: negli ultimi dieci-quindici anni lo sviluppo è stato impressionante, dal porto di Tangeri all'alta velocità, e il paese è diventato la principale potenza industriale africana, in particolare nell'automotive, superando il Sudafrica.
I benefici però non sono arrivati a tutti.
La povertà assoluta si è ridotta, ma sono cresciute le disparità tra la classe dominante e la classe media, che subisce un'inflazione alimentata anche dalla guerra in Iran, dalla crisi dello stretto di Hormuz e dai prezzi dell'energia.
Il paese cresce e si lega alla finanza internazionale senza tradurre lo sviluppo in opportunità per i giovani laureati: molti vengono assorbiti all'estero, in Canada, Francia e Germania, e chi resta fatica a trovare un lavoro che permetta di rendersi indipendente e di formare una famiglia.
Ceuta è il caso estremo; secondo l'analista il Marocco è storicamente in grado di controllare situazioni del genere, e nei prossimi mesi se ne saprà di più.
Un elemento sottovalutato, osserva il ricercatore, è l'impatto della normalizzazione dei rapporti con Israele su molti giovani, la cui solidarietà con la causa palestinese e con Gaza non trova espressione nei canali della politica.
Questo spiega in parte il ritorno del Partito della giustizia e dello sviluppo, islamista, che dai 13 seggi del 2021 è risalito a 54, pur senza tornare ai livelli del decennio 2011-2021, quando dominò la fase successiva alle primavere arabe e alla riforma costituzionale.
È un partito che non viene considerato tra quelli cosiddetti amministrativi, legati al palazzo.
La normalizzazione resta un caposaldo della politica estera marocchina e gli apparati statali la considerano funzionale alla sovranità sul Sahara occidentale, riconosciuta dagli Stati Uniti dopo l'adesione del Marocco agli Accordi di Abramo, ma non trova la stessa convinzione nell'elettorato.
Con la Spagna, spiega Cristiani, il rapporto è di amore e odio.
L'organizzazione comune dei Mondiali del 2030 dimostra una cooperazione forte, resa inevitabile dalla geografia.
Come ex potenza coloniale nei territori sahrawi, la Spagna ha un peso particolare sulla questione del Sahara occidentale, e ogni volta che ha cercato di riavvicinarsi all'Algeria o di mantenere una posizione di equidistanza è stata messa sotto pressione da Rabat.
Oggi Madrid, insieme a Parigi, guida il blocco europeo che ha riconosciuto il piano di autonomia marocchino, ma deve mantenere un equilibrio con l'Algeria per ragioni energetiche.
Poiché in Europa la questione migratoria è ormai del tutto trattata come una questione di sicurezza, i marocchini, consapevoli che per gli elettori spagnoli resterà sempre un problema, continueranno probabilmente a usare la leva di Ceuta, di Melilla o di altre circostanze per spingere la Spagna verso posizioni più vicine a quelle di Rabat e della monarchia.
Secondo l'analista dal voto arrivano più messaggi.
Il primo è l'astensione, soprattutto giovanile, con pochi candidati sotto i 35 anni nonostante le agevolazioni finanziarie previste dal governo; con ogni probabilità è il secondo voto con l'affluenza più bassa del regno di Mohammed VI.
Il dato più interessante riguarda però le iscrizioni alle liste, sulle quali in Marocco si calcola … l'affluenza: tra i 18 e i 24 anni si è registrato poco meno del 4 per cento.
Oltre alla disaffezione e all'idea che il voto non cambi nulla, questo mostra per il ricercatore che le reti territoriali legate ai partiti o ad altri circuiti clientelari non riescono più a organizzare il voto come prima.
Il Marocco, precisa, non è una democrazia piena ma un regime ancora autoritario con meccanismi elettorali collaudati, e il problema riguarda la capacità del sistema di incorporare queste richieste.
Il movimento GenZ 212, che prende il nome dal prefisso telefonico internazionale del Marocco, ha una componente marocchina ma va letto anche in un quadro globale, insieme alle proteste in Nepal e altrove.
Alla base c'è un problema materiale di accesso ai servizi e al lavoro, con il collasso della classe media e delle opportunità per i giovani.
Per Cristiani la formula del Marocco a due velocità è troppo semplice: negli ultimi dieci-quindici anni lo sviluppo è stato impressionante, dal porto di Tangeri all'alta velocità, e il paese è diventato la principale potenza industriale africana, in particolare nell'automotive, superando il Sudafrica.
I benefici però non sono arrivati a tutti.
La povertà assoluta si è ridotta, ma sono cresciute le disparità tra la classe dominante e la classe media, che subisce un'inflazione alimentata anche dalla guerra in Iran, dalla crisi dello stretto di Hormuz e dai prezzi dell'energia.
Il paese cresce e si lega alla finanza internazionale senza tradurre lo sviluppo in opportunità per i giovani laureati: molti vengono assorbiti all'estero, in Canada, Francia e Germania, e chi resta fatica a trovare un lavoro che permetta di rendersi indipendente e di formare una famiglia.
Ceuta è il caso estremo; secondo l'analista il Marocco è storicamente in grado di controllare situazioni del genere, e nei prossimi mesi se ne saprà di più.
Un elemento sottovalutato, osserva il ricercatore, è l'impatto della normalizzazione dei rapporti con Israele su molti giovani, la cui solidarietà con la causa palestinese e con Gaza non trova espressione nei canali della politica.
Questo spiega in parte il ritorno del Partito della giustizia e dello sviluppo, islamista, che dai 13 seggi del 2021 è risalito a 54, pur senza tornare ai livelli del decennio 2011-2021, quando dominò la fase successiva alle primavere arabe e alla riforma costituzionale.
È un partito che non viene considerato tra quelli cosiddetti amministrativi, legati al palazzo.
La normalizzazione resta un caposaldo della politica estera marocchina e gli apparati statali la considerano funzionale alla sovranità sul Sahara occidentale, riconosciuta dagli Stati Uniti dopo l'adesione del Marocco agli Accordi di Abramo, ma non trova la stessa convinzione nell'elettorato.
Con la Spagna, spiega Cristiani, il rapporto è di amore e odio.
L'organizzazione comune dei Mondiali del 2030 dimostra una cooperazione forte, resa inevitabile dalla geografia.
Come ex potenza coloniale nei territori sahrawi, la Spagna ha un peso particolare sulla questione del Sahara occidentale, e ogni volta che ha cercato di riavvicinarsi all'Algeria o di mantenere una posizione di equidistanza è stata messa sotto pressione da Rabat.
Oggi Madrid, insieme a Parigi, guida il blocco europeo che ha riconosciuto il piano di autonomia marocchino, ma deve mantenere un equilibrio con l'Algeria per ragioni energetiche.
Poiché in Europa la questione migratoria è ormai del tutto trattata come una questione di sicurezza, i marocchini, consapevoli che per gli elettori spagnoli resterà sempre un problema, continueranno probabilmente a usare la leva di Ceuta, di Melilla o di altre circostanze per spingere la Spagna verso posizioni più vicine a quelle di Rabat e della monarchia.
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