26 OTT 2026
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Il Mondo a pezzi - Intervista a Paolo Guerrieri Paleotti

RUBRICA | di Ada Pagliarulo - RADIO - 13:34 Durata: 23 min 5 sec
A cura di Enrica Izzo
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Le turbolenze finanziarie negli USA e i rischi di una loro irradiazione nell'economia globale.

All'origine delle turbolenze vi è l'aumento dei rendimenti dei titoli del Tesoro: crescono i tassi di interesse da pagare per finanziare la spesa pubblica che Trump aveva promesso di ridurre in campagna elettorale.

L'aumento dei rendimenti sfiora il 5 per cento, il valore più alto degli ultimi venti anni.

Il deficit degli USA è ora al 6 per cento.

Intanto le piattaforme tecnologiche investono massicciamente per sviluppare l'Intelligenza Artificiale, ma se prima si finanziavano attingendo a propri …
risparmi, ora si indebitano.

Inflazione in crescita e crisi energetica fanno il resto.

Di conseguenza, chi investe, chiede rendimenti sempre più alti.

Ma poiché i titoli del Tesoro degli USA sono punti di riferimento per i tassi di interesse di tutto il mondo, accade che anche gli investitori in altri Paesi chiedano rendimenti più alti.

L'eurozona ha moneta unica e Banca centrale unica, ma sono molto diversificati i debiti e le politiche fiscali: esistono quindi titoli considerati più sicuri (è il caso della Germania, che ha un debito più basso) e altri più a rischio.

Inevitabilmente, dunque, crescono gli spread in casi come quello francese ed italiano rispetto alla Germania.

In questo momento l'epicentro del rischio si concentra sulla Francia, non solo e non tanto per il deficit che oscilla tra il 5 e il 6 per cento, ma perché i governi non riescono a presentare un percorso credibile per contenere il disavanzo o a fare rifome essenziali (come è il caso della riforma delle pensioni, più volte rinviata).

Potrebbe questa crisi ripercuotersi sui Paesi dell'Eurozona? Certamente ci sono rischi di speculazione attraverso i titoli di Paesi ritenuti deboli.

Accadde 15 anni fa con Grecia e poi Spagna, Portogallo, Italia.

Ma rispetto alla crisi del debito sovrano europea del 2012, cui l'allora presidente della BCE Mario Draghi rispose con il "whatever it takes", ipotizzando il prestito a Paesi debitori perché evitassero la bancarotta, oggi la banca centrale ha strumenti a disposizione che allora non aveva.

Le banche, nella crisi del 2011-2012, entrarono in crisi perché avevano in portafoglio gran parte dei titoli di debito pubblico di Paesi come Grecia, Portogallo, Italia.

Oggi le banche hanno più capitale e più riserve.

La Bce può intervenire in caso di turbative del mercato, ma sono i governi i titolari delle politiche fiscali.

La frammentazione delle politiche fiscali va superata, come suggeriscono i rapporti Draghi e Letta.

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  • Paolo Guerrieri Paleotti

    economista

    Visiting Professor alla Paris School of International Affairs Sciences-Po di Parigi e alla Business School dell'Università di San Diego (California)
    13:34 Durata: 23 min 5 sec