21 OTT 2026
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Otto e Cinquanta - Saccheggi a Milano, la rivolta muta dei ragazzini

RUBRICA | di Roberta Jannuzzi - Radio - 08:50 Durata: 16 min 57 sec
A cura di Francesca Rosini
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Sabato 17 ottobre a Milano un corteo contro il carovita, convocato sui social, si è concluso con scontri in piazza Duomo.

Il giorno dopo gruppi di ragazzi si sono dati di nuovo appuntamento online e hanno saccheggiato i negozi del centro.

In due giorni centinaia di persone sono state portate in questura, in grande maggioranza minorenni.

Secondo i dati diffusi dal Tribunale per i minorenni di Milano, i ragazzi arrestati hanno per lo più quindici o sedici anni e quasi nessuno ha precedenti penali.

La maggior parte è nata in Italia, i cognomi sono per metà italiani e per metà stranieri, e …
vivono a Milano o nell’hinterland.

Il governo ha risposto con un decreto che rende i ragazzi imputabili dai quattordici anni, salvo prova contraria, estende ai minorenni il fermo preventivo e manda a Milano cinquecento militari in più.

Domenica, però, la polizia aveva già comunicato 174 fermi di prevenzione, quando più di otto ragazzi su dieci tra quelli portati in questura erano minorenni.

Il sociologo Luigi Manconi ha ricordato su Repubblica che nel 1968 i giovani erano quasi metà della popolazione italiana, mentre oggi sono poco più di un quinto.

Tahar Lamri, scrittore e giornalista nato ad Algeri e da molti anni in Italia, oggi ospite di Otto e Cinquanta, dice di non essersi fatto un’idea precisa su questi ragazzi.

Non hanno spiegato le loro ragioni, osserva, e di loro si conosce soltanto ciò che si è visto, cioè giovanissimi, in gran parte minorenni, che assaltano i negozi.

Ritiene verosimile che siano stati richiamati attraverso chat sui social.

Racconta che martedì a Ravenna, dove vive, molti genitori hanno tenuto i figli a casa e diverse scuole sono rimaste deserte, dopo che la sera prima era circolato il messaggio di un presunto attacco di quattrocento persone in arrivo da fuori.

Non si sa chi lo abbia mandato, e lo stesso è accaduto in altre città medie e piccole.

Lo scrittore non parlerebbe però di guerra ibrida a proposito di ragazzi che vanno a scuola: lo giudica un termine esagerato, che andrebbe almeno verificato.

Per Lamri l’elemento certo è l’atteggiamento dei governi, e di questo in particolare, verso i giovani.

Il governo, sostiene, si rivolge ai genitori e ai commercianti spaventati per promettere protezione, mentre agli altri ragazzi dice soltanto che sono un problema di ordine pubblico.

Ricorda che alcuni ministri parlano di un’intera parte della popolazione come di una categoria, le seconde generazioni.

Quei ragazzi, secondo lui, sono persone lasciate sole, senza una comunità educante e senza prospettive.

La loro rabbia forse non è rivolta contro l’Italia o l’Occidente, ma contro una condizione che non hanno scelto, quella di figli di immigrati, in anni in cui hanno ricevuto soprattutto offese da chi rappresenta lo Stato.

Il giornalista critica anche la sinistra, che da anni tratta l’immigrazione come un tema e non guarda agli immigrati come soggetti, con uno sguardo paternalistico che arriva a giustificare chi spacca una vetrina per prendere un capo che non può comprare.

Un tempo la sinistra era presente sul territorio con le sue sezioni, che oggi non ci sono più per nessuno, né per i figli degli immigrati né per quelli degli italiani.

Lamri ricorda che la Romagna era un modello anche per le sue scuole, e che questo ritiro dalla società ha fatto della sinistra un soggetto politico tra gli altri.

Lo scrittore insiste sul fatto che non distingue tra italiani e stranieri, ma tra chi vive un disagio e chi ha qualcuno che lo aiuti.

I ragazzi fermati, osserva, sono negli anni della formazione, quando il dialogo avviene soprattutto tra coetanei.

Si sono comunque organizzati per un obiettivo preciso, assaltare il centro, e se avessero trovato qualcuno ad accompagnarli forse avrebbero fatto scelte diverse.

Nel collegamento da Bruxelles, David Carretta ricostruisce l’incontro di martedì a Oslo tra il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e l’inviato di Trump Steve Witkoff, arrivato questa mattina a San Pietroburgo per vedere Vladimir Putin.

Ai colloqui hanno partecipato anche il presidente finlandese Alexander Stubb, il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre, i consiglieri per la sicurezza nazionale di Francia, Regno Unito, Germania e Polonia e il capo di gabinetto della presidente della Commissione europea.

Stubb ha parlato di progressi reali sulla sicurezza dell’Ucraina e sull’economia, senza chiarire quali.

Zelensky, Stubb e Støre chiedono un incontro a tre tra Putin, Trump e il presidente ucraino.

Trump, secondo il corrispondente, ha usato invece toni da ultimatum, sostenendo che è Zelensky a dover voler porre fine alla guerra, e ha di fatto adottato la versione russa del conflitto.

Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha escluso concessioni politiche, aprendo soltanto a offerte economicamente vantaggiose per Mosca.

Carretta riferisce poi che, secondo il Wall Street Journal, è stato Elon Musk a decidere di rallentare la versione militare di Starlink in Ucraina, dopo diverse conversazioni con l’amministrazione americana e con Trump.

Il segretario di Stato Marco Rubio ha negato che Washington abbia preso deliberatamente decisioni che limitano la difesa ucraina.

Secondo fonti ucraine, pesano però anche la mancata condivisione delle informazioni di intelligence sui missili balistici russi e la mancata autorizzazione americana alla consegna di intercettori Patriot già pagati dagli europei e presenti in Europa.

A Oslo Zelensky ha detto che lo scambio di informazioni sembra ripreso.

Il corrispondente segnala infine l’intervento dell’alta rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Kaja Kallas, al Parlamento europeo.

Kallas ha accusato i negoziatori americani di spingere l’Ucraina alla capitolazione da quasi un anno e mezzo, ha sostenuto che Kiev non si è arresa grazie al sostegno europeo e ha chiesto di aumentare la pressione su Putin per costringerlo a negoziare seriamente.

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